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Pietro Trifone
Malalingua. L’italiano scorretto da Dante a oggi

Il Mulino, 2007, p. 211, € 16,00.

L’autore, docente di Storia della Lingua italiana nell’Università di Roma Due "Tor Vergata" e studioso di comprovato valore, di là dal titolo accattivante del libro, non si prefigge di offrire ai lettori un bignami storico del "si dice e non si dice", che pure verrebbe accolto con grande interesse dai tanti che sono in cerca di regole certe e definitive. Lo storico della lingua sa bene che «nella situazione attuale, la […] maggiore vicinanza tra la lingua scritta e quella parlata […] impone una concezione più duttile e insieme più realistica dello standard, che faccia riferimento non solo all’italiano normativo, la lingua tradizionalmente proposta dalle grammatiche, ma anche all’italiano normale, la lingua comunemente usata dalle persone istruite» (p. 194). Insomma, per fare un esempio, a fronte di uno «standard normativo» che de iure imporrebbe l’accentazione di in sé stesso, esiste, e va tenuto in conto, uno «"standard normale", che per la sua prevalenza statistica costituisce il modello de facto» (p. 197), per cui una larga maggioranza di italiani, ormai, scrive se stesso senza accento. L’obiettivo del libro non è dunque di fare le pulci alla "malalingua", ma di mostrare in diacronia le tormentate linee di sutura tra norma e innovazione, tra "regola" ed "errore", per offrire una visione non schematica del proteiforme organismo-lingua. Più che subire l’aggressione endogena ed esogena dei bubboni della "malalingua", l’organismo stesso li alleva come possibilità evolutive, le quali, di volta in volta, al termine di processi dall’esito a priori impredicibile, potranno essere confermate dall’uso e sancite dalla norma, oppure scartate e messe a riposare in una sorta di magazzino latente.
Il libro di Trifone attraversa i secoli e fruga nel repertorio dell’italiano cercando nei palazzi nobili (Dante, Gigli, Goldoni, Verga, Svevo), per le vie (l’italiano errante dei viaggiatori), nelle dimore di provincia (la lingua di una scolaretta nella Sulmona dell’Ottocento), fino a immergersi nella civiltà metropolitana contemporanea, tra marciapiedi e discoteche (il "giovanilese"), vetrine di agenzie interinali (la lingua degli scrittori più giovani, impegnati a raccontare il mondo precario del lavoro), flussi mediatici pervasivi (l’egemonia culturale e linguistica dell’inglese), impegnandosi infine in una agile ma articolata valutazione conclusiva del «plurilinguismo camaleontico» che caratterizza la lingua italiana d’oggi.

Resta una curiosità: è impensabile che lo storico della lingua possa sbilanciarsi e dire, almeno una volta, la sua su ciò che va e ciò che non va? Trifone si prende le sue responsabilità da subito (p. 12) e, prima di addentrarsi nell’excursus – godibilissimo, per tutti coloro che amino l’italiano, anche per la chiarezza e la brillantezza di scrittura –, afferma di aver voluto riabilitare «i sani condimenti popolari e regionali che insaporiscono il nostro idioma mediterraneo» ma «non certo le espressioni omologate, e tanto meno l’inglesorum».

Silverio Novelli