Questo sito contribuisce all'audience di

179Giuliano Vigini 
Stavo per chiamarti
Lampi di stampa, Milano, 2006 

È un piccolo dizionario di luoghi comuni, questo Stavo per chiamarti, messo insieme da Giuliano Vigini, uno dei maggiori esperti italiani di editoria, che, come autore, si occupa «abitualmente di esegesi biblica e critica letteraria» (Premessa, p. 7). Con chiarezza analitica e nitore di scrittura, l'autore commenta cinquantasei lemmi, costituiti da frasi, modi di dire, locuzioni di diverso ambito e registro, tutti accomunati dal fatto di radicarsi in una ampia zona grigia della nostra lingua, caratterizzata da ritualità e stereotipia e, proprio per questo, molto frequentata dai parlanti (più che dagli scriventi), nel momento in cui variamente si rivolgono ad uno o più

Tentiamo una catalogazione del materiale censito: la parte più cospicua del corpus è formata da espressioni colloquiali (31) piuttosto fruste (fate come se foste a casa vostra, finalmente un po' di pace, mi era sfuggito, non sono mica nato ieri...) che tendono a cristallizzarsi in modi di dire dalla cadenza proverbiale (tutto il mondo è paese, niente è più definitivo delle cose provvisorie, non c'è più religione...; la giustizia è uguale per tutti è in realtà un motto); seguono espressioni tipiche o frequenti nel "politichese" (14), come non lasceremo nulla d'intentato, evitiamo fughe in avanti, scendere in campo (stiamo lavorando per voi è ormai più comune come commento antifrastico e ironico a circostanze appartenenti alla quotidianità); poi ci sono i fatismi e i segnali discorsivi (7), di cui si parlerà oltre; un tipicissimo costrutto eufemistico del "burocratese-aziendalese", la terremo presente; una iperbole rituale della lingua adoperata in necrologi e testi incisi sulle lapidi (non ti dimenticheremo mai). Infine, un esempio di frase inadeguata alla dinamica conversazionale, se gettata lì per rompere il ghiaccio (hai paura della morte?), e una frase cara ai vittimisti (non mi hanno capito).

In un certo senso, si può leggere il testo, oltre che, di primo impatto, come un intelligente e piacevole esempio di decifrazione delle implicature semantiche e psicologiche soggiacenti all'enunciato (si leggano, a titolo d'esempio, gli efficaci commenti a facciamo tutti un passo indietro, evitiamo fughe in avanti e la terremo presente), anche come una utile esemplificazione di pragmalinguistica, scienza che nelle risorse della lingua, vista sotto l'aspetto dell'interazione conversazionale, rintraccia e analizza le condizioni e le strategie discorsive messe in atto per la buona riuscita di un atto linguistico. Perché, va detto con chiarezza, per quanto i motti talvolta logori, se non esausti, registrati da Vigini inducano con facilità al commento ironico, dal punto di vista comunicativo, comunque funzionano. Perché? Perché la grammatica della lingua parlata si regge anche su ridondanze, stereotipie, strutture compensative. Come dire, per così dire, non so se mi sono spiegato sono, tecnicamente, segnali discorsivi «che riempiono i buchi che sgranano il testo, garantendone in questo modo una compattezza accettabile» (Luca Lorenzetti). Le frasi stavo per chiamarti (che dà in modo accattivante il titolo al libro), scusa, ho avuto un contrattempo, forse non ci siamo capiti, ci sentiamo con più calma hanno precise funzioni di ricucitura fàtica, di modulazione discorsiva o di chiusura della relazione comunicativa tra gli interlocutori.

Proprio perché il commento di Vigini è volto a smascherare con arguzia le intenzioni reali che si muovono nascoste dietro le frasi fatte o abusate, più che a mettere alla berlina queste ultime, il dizionarietto permette di considerare perfino con benevolenza modi di dire e luoghi comuni come aspetti della «faccia rugosa ma sana dell'italiano che si conserva [...] a dispetto di tutte le prefiche bercianti sventura sull'italiano che cambia in fretta» (Luciano Satta).

Silverio Novelli