Da leggere_enigmistica

Luca Serianni

Per l’italiano di ieri e di oggi

Bologna, il Mulino, 2018

 

Sei professori ordinari, otto professori associati, tre ricercatori universitari, quattro docenti incardinati in università straniere (Austria, Francia, Germania, Gran Bretagna), un ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, a cui si aggiunge una schiera di giovani leve tuttora impegnate nella ricerca con dottorati o contratti post-doc, insieme agli studenti (circa cinquemila) che in più di quarant’anni di attività accademica hanno affollato i suoi corsi (principalmente a Roma, dove è stato ordinario di Storia della lingua italiana dal 1980 al 2017; ma anche a Siena, L’Aquila e Messina). Questo è il bilancio degli allievi che Luca Serianni ha presentato ‒ non senza una punta di orgoglio ‒ nella sua lezione di congedo dall’attività didattica (Insegnare l’italiano nell’università e nella scuola; Roma, Università “La Sapienza”, 14 giugno 2017).

 

Ovviamente l’opera del Maestro  ‒ Accademico dei Lincei, della Crusca, dell’Arcadia; direttore di prestigiose riviste di settore; dottore honoris causa all’Università di Valladolid; vicepresidente della Società Dante Alighieri e molto altro ‒ non si è limitata all’insegnamento ex cathedra, ma ha guardato prima di tutto alla ricerca, con una serie di interventi che hanno lasciato impronte indelebili nel settore degli studi linguistici, di prospettiva sincronica e diacronica (ora privilegiando la filologia o la linguistica testuale, ora la linguistica storica, la sociolinguistica, la grammaticografia o la lessicografia). Sono suoi alcuni dei più importanti strumenti descrittivi e normativi dell’italiano (tra tutti, la Grammatica  italiana ‒ Suoni, forme, costrutti, scritta con A. Castelvecchi, 1988; poi Italiano ‒ Grammatica, sintassi, dubbi, con glossario a cura di G. Patota, 1997); la prima grammatica storica della nostra lingua a destinazione didattica (Appunti di grammatica storica italiana, 1996); così come alcune analisi fondamentali sulla lingua antica e contemporanea: per le varietà toscane medievali (si ricordi almeno l’edizione dei Testi pratesi della fine del Dugento e dei primi del Trecento, 1977), il dialetto romanesco (La letteratura dialettale romanesca, in Lingua e dialetto nella tradizione letteraria italiana, 1996; Sull’immagine del romanesco negli ultimi due secoli, in Roma e il suo territorio, 1999), la lingua letteraria (Introduzione alla lingua poetica italiana, 1997; L’italiano in prosa, 2012 [ristampa di saggi apparsi in precedenza]), i linguaggi settoriali (Italiani scritti, 2003; Un treno di sintomi ‒ I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, 2005), l’insegnamento dell’italiano nelle scuole (Scritti sui banchi ‒ L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti, con G. Benedetti, 2009; L’ora di italiano ‒ Scuola e materie umanistiche, 2010); e ancora qui: ecc. ecc.

 

Per l’italiano di ieri e di oggi (Bologna, il Mulino, 2018, 560 pp.) raccoglie gli interventi più significativi prodotti dal Maestro nell’arco di più di vent’anni (ventotto saggi in tutto, dal 1994 al 2017), che riassumono in cinque sezioni alcune delle sue principali aree d’interesse: la scrittura di Dante; la lingua letteraria (con particolare rilievo alla varietà poetica); la lingua in musica dei libretti sette-ottocenteschi; l’italiano dell’uso, dal Settecento a oggi, e la sua affermazione come lingua nazionale; l’insegnamento dell’italiano (ma anche del greco e del latino) nei licei e vari problemi di metodo inerenti alla norma linguistica. Molto, di necessità, viene estromesso da questa selezione; ma molto, ugualmente, viene alla luce delle maggiori passioni inseguite dal Maestro durante la sua carriera: dal colorito linguistico della Commedia (con inevitabili incursioni nella vexata quaestio dell’edizione del capolavoro dantesco) ai riflessi della lingua di Dante nell’italiano letterario e non letterario, antico e contemporaneo; dalla componente drammatica del testo («o meglio francamente teatrale») ai meccanismi pragmatici impiegati dall’autore nella costruzione dei dialoghi (tutti argomenti della prima sezione, Su Dante). Altrettanto significativi gli interventi Sulla lingua letteraria (seconda sezione), perlopiù rivolti alla varietà poetica pre-novecentesca, comprese le sue realizzazioni nel teatro e nel melodramma, di cui si esaminano alcuni tratti peculiari: l’impiego dei verba dicendi (che indicano, cioè, azioni o processi legati all’attività verbale), i moduli linguistici prelevati dall’uso orale, fino ad arrivare a letture approfondite di autori minori (Acciano, Zazzaroni, Scialoja) e maggiori (Carducci, Tomasi di Lampedusa). Seguono, nella terza sezione, Parole e musica: nei libretti di Metastasio, di Verdi e Puccini (questi ultimi particolarmente significativi, perché lontani dai tipici stilemi della tradizione melodrammatica) e negli scritti di Fedele d’Amico, tra i maggiori critici musicali del Novecento. Anche Sull’italiano dell’uso (quarta sezione) copre un ventaglio di argomenti ampio e corposo, aperto a una pluralità di autori e di tipologie testuali: gli stilemi della prosa di Antonio Canova; il lessico della lingua dei giornali e quello del linguaggio infantile; l’inevitabile destino digitale dei dizionari dell’uso dovuto all’obsolescenza, nell’era dell’informatica, di quelli tradizionali su supporto cartaceo; la lingua di Cavour tra retorica pubblica e privata, osservata alla luce delle diatribe post-unitarie, tra lo statista e Massimo d’Azeglio, sulla questione di Roma capitale (lettura, questa, fortemente consigliata a tutti, specialisti e non specialisti, considerata l’attualità e l’importanza del tema per la nostra identità culturale). A chiusura, uno degli argomenti più ripercorsi da Serianni negli ultimi anni: Sulla scuola: italiano, latino, greco, con i temi della «norma sommersa» (relativa alle correzioni dei docenti ai testi scritti degli alunni), della regola grammaticale in relazione all’uso odierno della lingua, della produzione di testi argomentativi, dell’insegnamento delle lingue classiche nei licei (a cui si accompagna, in ultima analisi, un esempio di traduzione delle liriche di Orazio).

 

Colpiscono, nella vastità degli interessi coperti, la lucidità, il rigore e la capacità di sintesi profuse nell’analisi dei testi letterari, antichi e moderni (tratti, questi, in cui si riflettono gli insegnamenti di Arrigo Castellani e i modi di Ignazio Baldelli, sotto la cui guida Serianni ha mosso i primi passi nella professione); e, al contempo, la grande abilità comunicativa che si manifesta tanto nei temi specialistici quanto in quelli più immediatamente attuali e divulgativi. Da un lato, infatti, emerge il naturale interesse per argomenti specifici, rivolti soprattutto agli addetti ai lavori (si prenda, tra tutti, il commento alle più recenti acquisizioni sulla lingua dei tre grandi canzonieri delle origini: Per l’italiano antico, nella seconda sezione); dall’altro, l’attenzione per la didattica dell’italiano, per l’insegnamento scolastico anche ai livelli più bassi: in altri termini, la capacità di guardare al presente e al futuro sulla base della lezione del passato. Tutto ciò non accade per caso, ma risponde a una precisa deontologia professionale: agli alunni, ancor prima che all’Accademia, Serianni ha sempre dedicato parte sostanziale delle sue energie, considerandoli i primi e i più diretti destinatari del proprio lavoro (in altri termini, «il suo Stato», come lui stesso ha avuto modo di ribadire pubblicamente, sempre nella lezione di congedo). E sono stati proprio i suoi ultimi alunni che ‒ come si ricorda nella premessa, simbolicamente firmata da tutti quanti gli allievi, ma forse attribuibile, a parere di chi scrive, a uno in particolare ‒ alla fine del corso di Storia della lingua italiana (22 maggio 2017) hanno scritto per lui alla lavagna, riprendendo il VI canto del Paradiso:

 

E se il mondo sapesse il valor ch’ebbe

insegnando italiano retto e giusto

assai lo loda e più lo loderebbe.

 

Giustiniano, alla cui voce era affidata in origine la terzina dantesca, avrebbe certamente approvato prestito e rivisitazione dei versi. Ma anche il Maestro ‒ si prosegue nella premessa ‒ nell’occasione «si è schermito, ma ha sorriso e apprezzato: ci sono le foto, non può negarlo».

 

Andrea Felici

(Università per stranieri di Siena)

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