Da leggere_enigmistica

Nicola De Blasi

Scugnizzo. Una storia italiana

Firenze, Franco Cesati Editore, 2017

 

«Mirabile invero è la vita che anima questi minuscoli organismi, cioè le parole, ombre seguaci, segni di idee e cose: recano in sé uno spirito di vita, paiono nuove e sono antiche, risorgono come Fenice dalla loro morte, nascono per connubio e per gemme, da bruchi divengono farfalle, hanno percorso strano e tortuoso viaggio».

A. Panzini, Dizionario moderno, Milano, Hoepli, 1905.

 

Così scriveva Alfredo Panzini nella Prefazione alla prima edizione del suo Dizionario moderno e di un «percorso» – se vogliamo – «strano e di un tortuoso viaggio» ci parla Nicola De Blasi nel suo libro Scugnizzo. Una storia italiana che racconta la storia della parola scugnizzo, e non solo.

Scugnizzo è davvero una storia italiana perché non è solamente la storia della parola ma – come deve essere – l’analisi storica di ciò che ruota attorno alla vita di quella parola, la descrizione del suo percorso (dalla prima attestazione, alla sua più ampia diffusione), l’indagine del tortuoso viaggio che ha dovuto compiere, delle geografie che l’hanno prodotta e che ha attraversato. La storia delle parole può aiutare a conoscere meglio la storia degli uomini, per liberarsi da idee banalizzanti e luoghi comuni. Perché ricostruire la storia di una parola è scavare in profondità senza lasciarsi abbindolare da facili deduzioni, è un metodo di ricerca, ma forse anche di vita (e potrebbe essere molto utile cimentarsi con una simile palestra, in questi tempi, per molti), perché studi simili raccontano la costruzione di un pensiero attivo e attento, abituato a pesare analiticamente ogni questione, per cercare la via da percorrere che conduca alla meta prestabilita, pronti a smarrirsi, se necessario (non esistono, a volte, paratie stagne, ma vie di fuga e possibilità da scartare in nome di ipotesi verificate e, al momento, più convincenti di altre).

Il libro di De Blasi raccoglie diversi interventi del linguista che raccontano, indagano, smontano, verificano questa storia italiana: Scugnizzo, ci dice quello che scugnizzo non era e invece è stato, ma anche e soprattutto, ovviamente, perché, e come, quella parola è nata. Attraverso dati storici e ambientali, presentando una nuova ipotesi circa la sua etimologia, supportata dalla particolare creatività del lessico gergale e dalle motivazioni semantiche, De Blasi ricostruisce con precisione la storia della parola e la Storia in cui quella parola è nata: un mondo ai margini, di fine Ottocento, in cui a Napoli (come a Londra, Torino, Milano, Firenze) tanti ragazzini, in strada, si avvicinavano al mondo della malavita (accadeva anche in passato, certo, ma De Blasi racconta, infatti, anche, della presa di coscienza del fenomeno).

La ricerca sulla storia e l’etimologia della parola scugnizzo nasce da una nutrita bibliografia: più di dieci anni di ricerche che hanno avuto origine a partire dai dubbi dello studioso: «l’individuazione di una possibile trafila fonetica dal latino excuneare, l’analisi morfologica, la ricerca di una plausibile motivazione semantica, nonostante l’impegno e la statura scientifica degli studiosi coinvolti nella ricerca non conducevano a risultati convincenti» (p. 11). E poi: gli scugnizzi si chiamavano così perché erano molto bravi col gioco della trottola e scugnavano quelle degli avversari? La terminazione in -izzo è adatta per qualcuno che compie un’azione? L’origine può essere dialettale? Non è lecito domandarsi il perché di un silenzio lungo secoli per una parola con una derivazione diretta dal latino? La sua prima apparizione, infatti, è datata 1895: e prima di quell’articolo, sui piccoli camorristi, pubblicato sul giornale romano La Riforma, cosa si può ipotizzare?

Quell’articolo fu ristampato con poche varianti su Il Mattino, due anni dopo, e Ferdinando Russo (autore di entrambi i pezzi) con sguardo verista e sensibilità di cronista e narratore scrupoloso spiega di aver rintracciato quella parola dalla bocca degli stessi scugnizzi: «il vocabolo appartenente al gergo più basso, fu colto molti anni fa, da chi scrive, sulla bocca medesima di quei monelli». Quando si indaga la storia di una parola, la sua vita, nessuna indicazione, informazione, indizio, spia deve e può essere ascoltata senza attenzione, e anche una dichiarazione apparentemente semplice come questa mette in allarme il linguista alle prese con il suo lavoro di ricostruzione.

Una parola nuova, quindi, scugnizzo, còlta «sulla bocca medesima di quei monelli», una parola ignota a un napoletano come Russo (di madre napoletana), fino a quel momento, arrivata a Napoli, quindi, dopo il 1866 (il suo anno di nascita), un’innovazione lessicale che irrompe con forza nel 1897. E chi aveva portato a Napoli, allora, la parola scugnizzo? Potremmo chiederci, in soldoni, descrivendo brevemente quello che De Blasi argomenta con precisione e spiccato spirito documentaristico. E ancora: quando? Come scriveva Panzini, le parole hanno un percorso strano e fanno un tortuoso viaggio e, in particolare, strani percorsi e viaggi tortuosi e avventurosi hanno le parole dei gerghi perché vincolate da repentini cambiamenti, da quella innovazione del lessico che, nel gergo della malavita, è indispensabile per conservare un grado vitale di segretezza.

Di scugnizzi erano piene diverse città d’Italia e quei ragazzini napoletani potevano richiamare agli occhi dei gendarmi postunitari i ragazzini che avevano conosciuto nelle loro città di provenienza e che chiamavano in modo diverso, per esempio,  gognìn (o gugnìn), parola diffusa tra Lombardia e Piemonte. Ma come si passa da gugnìn a scugnizzo? E perché? E come spiegare quel legame alla trottola e all’azione dello scugnare più volte richiamato in passato? Questo il linguista lo dice attraversando i secoli, tra mascheramenti e paraetimologie, reinterpretazioni e ri-funzionalizzazioni, e tutto sembra indicare che «la via più breve» per la ricostruzione di questa storia italiana «sembra quella che tra cuneus e scugnizzo passa per Torino attraverso frasi piemontesi pronunciate a Napoli da gendarmi torinesi od ossolani e ascoltate dai monelli napoletani» (p. 167).

 

Tamara Baris

(Università degli studi di Cassino)

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