Da leggere_enigmistica

Fabio Massimo Bertolo, Marco Cursi, Carlo Pulsoni

Bembo ritrovato. Il postillato autografo delle Prose

Roma, Viella, 2018

 

Parlando della passione per la collezione di autografi letterari e musicali, Stefan Zweig scrive nel Mondo di ieri: «Fra gli innumerevoli enigmi insolubili del mondo quello della creazione rimane pur sempre il più profondo e il più misterioso. […] Gli unici documenti che possano permettere una lieve intuizione di questo incomprensibile processo creativo sono i manoscritti ed in particolare quelli del primo getto, non ancora destinati alla stampa, disseminati di correzioni, gli abbozzi ancora incerti, dai quali solo più tardi si cristallizza la forma definitiva» (Zweig 1946, p. 361).

La copia dell’editio princeps delle Prose della volgar lingua con le postille autografe di Pietro Bembo, ritrovata da Fabio Massimo Bertolo, Marco Cursi e Carlo Pulsoni, offre – per dirla con Zweig – «un’intuizione del processo creativo» all’origine del testo fondamentale per la storia della lingua italiana. Nel volume Bembo ritrovato. Il postillato autografo delle Prose i tre studiosi ricostruiscono le vicende del postillato ed esaminano accuratamente le note autografe sia per verificare l’origine delle modifiche testuali delle successive edizioni dell’opera, sia per rintracciare riflessioni linguistiche e rimandi ai classici toscani del Trecento finora ignoti.

L’editio princeps delle Prose, alla cui origine si colloca il manoscritto autografo Vat. Lat. 3210 della Biblioteca Apostolica Vaticana, fu stampata a Venezia per i tipi di Tacuino nel 1525 (cfr. Vela 2001). In séguito le Prose ebbero una nuova edizione veneziana, con correzioni d’autore, per i torchi di Marcolini nel 1538 e un’edizione postuma presso l’editore fiorentino Torrentino nel 1549. L’edizione del 1549 fu approntata da Benedetto Varchi e vi collaborarono, almeno inizialmente, il figlio di Pietro Bembo, Torquato, e i suoi curatori testamentari Girolamo Querini e Carlo Gualteruzzi, come rivela la dedicatoria di Varchi a Cosimo de’ Medici. La pubblicazione a Firenze delle Prose rappresenta un punto di svolta nella questione della lingua, perché sancisce la mediazione promossa per l’appunto da Varchi – che non si astenne dal modificare il testo anche oltre le indicazioni bembiane – fra la proposta classicista di Bembo e le rivendicazioni dei sostenitori del fiorentino vivo. Recentemente Giuseppe Patota ha dimostrato che il titolo Prose della volgar lingua fu introdotto da Varchi, mentre Bembo indicò il suo trattato «in vari modi, il più ricorrente dei quali è Prose» (Patota 2017, pp. 41-61, la cit. a p. 49; sulla posizione di Varchi nella questione della lingua si veda da ultimo Marazzini 2018, pp. 33-38).

Sappiamo che Bembo non smise mai di intervenire sulle Prose, mosso da un «caratteristico e insaziabile gusto sperimentale della correzione, del rifacimento, di quelli che egli chiamava miglioramenti» (Dionisotti 1966, p. 693). È stato Carlo Dionisotti a pensare per primo che Bembo avesse inserito le sue correzioni alle Prose in forma di postille negli ampi margini della princeps: a Bertolo, Cursi e Pulsoni spetta il merito di aver individuato e studiato approfonditamente la copia di lavoro di Bembo.

Tale copia appartenne al già ricordato Carlo Gualteruzzi, come si evince da una sua nota nel verso della terza carta di guardia a proposito della morte del cardinale Niccolò Ardinghelli nello stesso palazzo dove qualche mese prima era morto il cardinale Bembo: «Adì 21 di Agosto 1547 il cardinale Ardinghello passò della presente vita con universal dolore di tutta la corte et mio particolare. Morì in Roma nella casa del Baldassino nella quale era morto il cardinale Bembo, mio patrone, il Genaro avanti». Nel verso della terza carta di guardia si scorge anche una scrittura pressoché completamente evanida che gli studiosi sono riusciti a riportare alla luce, almeno parzialmente, grazie alle tecniche di imaging multispettrale. La lettura proposta («[.]omp […] li 26 d’ottobre 1633 per (?) Gillin (?) / […] Cenci (?) […] / Per uso di lui et di suoi amici però sia bene lasciarlo vivere») induce a ipotizzare che il postillato sia appartenuto nel Seicento a un membro della potente famiglia romana dei Cenci (p. 26).

Le successive vicende del postillato sono ricostruibili grazie agli aspetti materiali. In particolare, l’elegante legatura romana settecentesca “a cofanetto” in marocchino rosso reca il simbolo delle armi del doge veneziano Marco Foscarini, ambasciatore a Roma fra il 1737 e il 1740, dove verosimilmente entrò in possesso della cinquecentina. Nel corso dell’Ottocento la biblioteca di Foscarini venne dispersa: il nucleo principale di 497 codici confluì nella Biblioteca Imperiale di Vienna (l’odierna Österreichische Nationalbibliothek), mentre le stampe furono vendute a privati. Fra i libri del Foscarini passati alla biblioteca di Vienna vi sono due volumi caratterizzati dalla medesima legatura del postillato delle Prose: il cod. Vind. Pal. 10245.1 contenente le Rime di Bembo con postille autografe e Gli Asolani nell’editio princeps del 1505 con note di mano di Bembo. La copia postillata delle Prose ricompare negli anni Cinquanta del Novecento con l’acquisto sul mercato antiquario da parte di un collezionista italiano; a quest’epoca risale la nota della libraia milanese Carla Marzoli, che intuisce l’autografia delle postille e scrive nel recto della terza carta di guardia: «7/6/1961 Collazionato completo, Molte correzioni autografe. M» (pp. 16-17).

Le prove utili ad attribuire le postille alla mano di Bembo, la cui grafia è «una corsiva di base umanistica priva di alte ambizioni formali» (p. 124), sono avanzate attraverso un esaustivo «confronto di carattere morfologico condotto sulle lettere più caratterizzanti» (cap. 4, pp. 124-176). Innovativa è la rassegna dei trentuno segni di richiamo di cui Bembo si serve nell’attività revisoria sul postillato: i segni di richiamo, fra i quali ci sono anche una stella a cinque punte e una mezzaluna, sono raffrontati con quelli dell’autografo manoscritto delle Prose (il già menzionato Vat. Lat. 3210) e sono oggetto di puntuali osservazioni sulle frequenze d’uso in rapporto alla funzione di introdurre sostituzioni o integrazioni testuali.

L’edizione delle postille autografe è affiancata da un puntuale commento che esamina gli interventi a confronto col testo delle due successive edizioni delle Prose (cap. 3, pp. 23-121); emerge chiaramente che Bembo, attento a rivedere perfino la punteggiatura e il trattamento di maiuscole e minuscole, «va ben oltre la semplice correzione dei refusi di stampa di P (= le Prose del 1525), in parte già segnalati negli Errata finali, ma compie una profonda revisione testuale, modificando talvolta nel corso degli anni le sue stesse integrazioni, come testimoniano M (= le Prose del 1538) e T (= le Prose del 1549)» (p. 121). Il terzo libro delle Prose accoglie la maggior parte delle postille, così come accade già nel manoscritto autografo Vat. Lat. 3210. Non v’è dubbio che l’elaborazione di questa parte dell’opera, felicemente definita come «una meravigliosa selva dove l’esemplificazione della parola e del suo uso prevale sulla classificazione e sulle regole» (Dionisotti 1966, p. 45), abbia richiesto all’autore un impegno costante, quasi ininterrotto.

Le note del postillato ritrovato consentono, dunque, di osservare un’opera in fieri che presenta non solo aggiunte e sostituzioni rispetto al testo stampato, ma anche ripensamenti e correzioni nelle stesse postille. Ad esempio, alla c. 71v della cinquecentina postillata, in corrispondenza del passo III,44 delle Prose, notiamo una sorta di autocensura: Bembo esemplifica l’uso della desinenza -i per la 3a pers. del congiuntivo imperfetto con un secondo esempio da Petrarca («et altrove / Di poca fede: hor io se nol sapessi, / Se no(n) fosse ben ver, perche’l direi, / Rispose; e ’n vista parve s’accendessi», Trionfi della Morte, II, vv. 124-126). Ma la nota è biffata e le successive parole ne chiariscono il motivo: «Ma è da astenersi dagl’issempi de Triomphi», opera citata soltanto una volta nelle Prose (pp. 97-99; la tav. 26a contiene la riproduzione fotografica della postilla).

Alcuni interventi di Bembo non vengono accolti nelle due successive edizioni e il postillato è, pertanto, latore dell’ultima volontà autoriale: ciò accade, ad esempio, per la correzione di domani con domane in Prose I,20 suggerita verosimilmente dall’uso di Boccaccio nel Decameron (pp. 45-46), e per la sostituzione del gerundio facendo con facciendo, modellato sul tema del congiuntivo, in Prose II,3 e III,4 (pp. 47-48 e 62-63).

Come anticipato, le postille rappresentano un imprescindibile riferimento per indagare la genesi delle lezioni innovative della stampa postuma rispetto all’edizione del 1538 e aiutano a far luce sugli interventi imputabili a Varchi. Vediamone due esempi. In Prose III,58 dell’edizione del 1549 si deve a Varchi il passaggio dalla litote «è cio non correttamente scritto» alla formulazione più incisiva «è incorrettamente scritto» a proposito delle forme giudicate scorrette in due versi di Petrarca (pp. 104-108). Al contrario, va sicuramente ascritta a Bembo l’aggiunta di Prose III,76 («È oltre a queste SUPIN, che disse Dante nel suo Inferno, in vece di dire supinamente. / Supin giaceva in terra alcuna gente») presente nell’edizione del 1549: questa pericope è, infatti, assente nella stampa del 1538, ma è testimoniata, pur con qualche minima variante formale, dalla nota di c. 91v della cinquecentina (p. 119). Notiamo che la citazione di Inferno XIV,22 in questa postilla coincide col testo dell’aldina a cura di Bembo (e col testo del manoscritto preparatorio, il Vat. Lat. 3197 della Biblioteca Apostolica Vaticana).

Più in generale, i tre studiosi riscontrano che le citazioni da Dante e da Petrarca nel postillato dipendono, al netto di poche eccezioni, dalle edizioni aldine delle Cose volgari di Messer Francesco Petrarcha (1501) e delle Terze rime di Dante (1502), «a dimostrazione del fatto che Bembo continua a ritenere nel corso degli anni le proprie edizioni come una “vulgata”» (p. 185). Nel trattamento dei classici del Trecento Bembo privilegia, talora, l’intento prescrittivo che spinge a modificare la fonte a discapito dello scrupolo filologico: ad esempio, nel passo III,54 la citazione dal Decameron (X,2,6) reca la normalizzazione «concedutogliele il Papa», in luogo di «concedutoglielo il Papa» della stampa Dolfin del 1516, di cui Bembo si serve di preferenza per le citazioni decameroniane, e di «concedutaglele il Papa» del ms. 8538 della Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi, codice che tramanda l’opera boccacciana con postille di mano del cardinale.

Il ricco volume si chiude con l’edizione delle Prose secondo l’ultima volontà d’autore (cap. 6, pp. 221-316), fermo restando che alcuni interventi registrati nel postillato «non hanno avuto alcuna fortuna nel corso dei secoli, a differenza di quelli – spesso non autoriali – reperibili in T (= l’edizione del 1549), l’edizione che è divenuta a tutti gli effetti la vulgata dell’opera» (p. 219). In conclusione, ribadiamo che il prezioso studio di Bertolo, Cursi e Pulsoni aggiunge un tassello fondamentale alle vicende del testo che ha determinato le sorti della lingua italiana ed è destinato a divenire imprescindibile per le future ricerche sulla Quarta Corona.

 

Giuseppe Zarra

Opera del Vocabolario Italiano, CNR, Firenze

 

Bibliografia

Claudio Vela, Pietro Bembo. Prose della volgar lingua. L’editio princeps del 1525 riscontrata con l’autografo Vaticano latino 3210, Bologna, Clueb, 2001.

Carlo Dionisotti (a cura di), Pietro Bembo. Prose e rime, Torino, Utet, 1966 (Prima edizione: 1960).

Claudio Marazzini, Breve storia della questione della lingua, Roma, Carocci, 2018.

Giuseppe Patota, La Quarta Corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto, Bologna, Il Mulino, 2017.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, traduzione di Lavinia Mazzucchetti, Milano, A. Mondadori, 1946 (ed. originale: Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers, Stockholm, Bermann-Fischer, 1942).

 

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