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Da leggere_enigmistica

Claudio Marazzini

L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua

Milano, Rizzoli, 2018, pp. 244

 

Il presidente dell’Accademia della Crusca ci dice la sua sulla lingua italiana, sul suo stato di salute e su alcune vicende che la riguardano: si sofferma in particolare sui cambiamenti lessicali e sull’attuale tendenza ad accogliere troppo facilmente gli anglismi per una «gratuita esterofilia» che – avverte perentorio il Presidente – diventa subito provincialismo. Lo fa in un libro, L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, ricchissimo di argomenti (nell’indice si contano più di 80 titoletti) tutti calati nella nostra quotidianità e che si legge molto piacevolmente. Un libro in cui si tracciano le sorti di un italiano, tanto “meraviglioso” da diventare assai presto la lingua europea più colta e raffinata, che però va incontro a un futuro poco rassicurante; evenienza che tuttavia potrebbe essere scongiurata – come si augura il presidente Marazzini – se i cittadini sapranno essere più consapevoli e più orgogliosi della propria lingua.

La prima parte del libro, Una lingua senza tempo, ripercorre brevemente la storia e le fasi dell’affermazione dell’italiano e del suo rapporto con i vari dialetti, e ricorda anche alcuni recenti episodi che descrivono due atteggiamenti opposti ma ben radicati nel nostro Paese: la dialettomania e la dialettofobia; come esempio di dialetto mania, si può citare il caso della legge regionale della Lombardia sulla salvaguardia della lingua lombarda. La “lingua lombarda” non esiste e neanche il “dialetto lombardo”, esistono invece i dialetti lombardi: il milanese è diverso dal bergamasco e via dicendo.

La seconda parte, Dove va l’italiano: un futuro piuttosto buio, è dedicata alla vicenda, addirittura arrivata in tribunale, che, negli ultimi anni, ha visto contrapporsi italiano e inglese nell’insegnamento universitario al Politecnico di Milano. La Corte Costituzionale ha stabilito che l’italiano non può essere escluso dai livelli più alti dell’istruzione pubblica. La sentenza della Corte – fa giustamente osservare Marazzini – non nega la «possibilità di usare l’inglese, ma semplicemente invita all’uso dell’italiano quando non sia necessario staccarsi da esso» e «difende il diritto di scelta necessario alla libertà didattica» per garantire la qualità dell’insegnamento. La posizione del presidente Marazzini è chiara: nessuno è contrario all’uso dell’inglese nella scienza, negli scambi internazionali e nella ricerca, nessuno è contrario al plurilinguismo o all’ingresso di forestierismi; invece – ribadisce il Presidente – va contrastato il proliferare di anglismi non necessari: perché dire street food anziché “cibo di strada”? competitor al posto di “concorrente”? endorsement e non “sostegno”? (uno dei capitoli del libro si intitola proprio Scansare gli anglismi inutili).

Nella terza parte, Finché c’è lingua c’è speranza, il Presidente si sofferma sui concetti di consenso della maggioranza e di norma linguistica: oggi non si può più intendere la norma come «codice esplicito di regole prestabilite messe in bell’ordine dai grammatici», ma bisogna tener sempre conto della variabilità e della consistenza degli usi diversi, come in una sorta di «banda di oscillazione». Nel paragrafo Sciatti, senza lingua, e ultimi in graduatoria il Presidente commenta i risultati dell’indagine ocse sulla capacità di comprensione dei testi scritti, che denunciano le gravissime difficoltà di molti italiani (piaac isfol 2013). In queste condizioni diventa quasi impossibile conoscere una seconda lingua, per questo Marazzini è convinto che sarebbe opportuno intervenire rafforzando l’insegnamento dell’italiano nella scuola dell’obbligo, piuttosto che selezionare i docenti in base a un livello minimo di competenze in inglese che non può certo garantire una didattica adeguata (il riferimento è al clil – Content and language integrated learning, per cui alcune discipline vengono insegnate in inglese).

Infine nell’ultima parte, Come cambia la lingua senza tradire il passato, il Presidente passa in rassegna alcuni dei dubbi più frequenti sull’italiano: la punteggiatura, gli accenti (rùbrica o rubrìca? Pàdoan o Padoàn? se stesso o sé stesso?), gli apostrofi (E’ o È?), le maiuscole e le minuscole (i nomi dei giorni della settimana, dei mesi dell’anno ecc.), i verbi difficili (soddisfando o soddisfacendo? esigito o esatto? redarre o redigere?), i neologismi (petaloso e webete non potevano mancare!) e i femminili di professione (sindaca, ministra e anche… presidenta!). Un interessantissimo repertorio di usi “giusti” e “sbagliati” conclude dunque questo viaggio attraverso la storia della lingua italiana in compagnia del Presidente della massima istituzione che la custodisce e la promuove: una guida competente e appassionata che ha deciso di prendere posizione rispetto alle politiche linguistiche di chi ci governa e di indicarci rimedi e soluzioni per “salvare” la nostra lingua.

 

Stefania Iannizzotto

Università degli studi di Firenze

 

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