Da leggere_enigmistica

Vittorio Coletti

L’italiano scomparso. Grammatica della lingua che non c’è più

Bologna, il Mulino, 2018

 

 

Sono ormai diventate stabili le categorie di italiano standard, dell’uso medio, popolare, regionale, selvaggio, coniate da celebri linguisti e impiegate con fortuna nella didattica universitaria. Più di recente sono usciti importanti studi sull’italiano nascosto e l’italiano digitale, diventati a loro volta etichette che sembrano avere sicuro seguito. In questo libro, Vittorio Coletti descrive un altro tipo ancora di italiano, l’italiano scomparso, fatto di parole, forme e costrutti oggi non più in uso, ma non per questo necessariamente appartenenti all’italiano antico. Solo in parte, infatti, come avverte l’autore, le due categorie coincidono: «nell’italiano scomparso c’è quella parte di antico che è andata perduta e c’è quella parte di lingua recente che non ce l’ha fatta a imporsi» (p. 19).

 

L’italiano scomparso è anche un italiano sommerso, il quale, in alcuni casi, può riemergere; un italiano in ombra che può tornare sotto il sole, perché il cambiamento linguistico non procede in modo lineare e continuo, ma è un accendersi e spegnersi di luci che seguono il tempo «intermittente della cultura» (p. 17). Si pensi all’imperfetto di prima persona io amavo, soppiantato nel Cinquecento dal ritorno alla forma trecentesca, io amava, divenuta propria del canone, e tale rimasta fino all’Ottocento (e in parte anche oltre), quando Manzoni le preferì il fiorentino vivo in -o: può essere un esempio di forma sommersa e poi riemersa. Coletti ci ricorda altri cambiamenti intermittenti di questo tipo nel campo del lessico e dei costrutti sintattici, citando ad esempio il ribaltone, termine imposto dalla politica negli anni Novanta per significare un rovesciamento delle alleanze presentate agli elettori, e allora avvertito come neologismo, anche se in realtà, in quello stesso significato politico, il termine circolava nell’Ottocento, come registrato dai repertori lessicografici del XIX secolo.

 

Nella storia delle lingue, non sempre è la forma più antica a cedere il passo alla moderna. Talvolta, infatti, le innovazioni hanno vita breve e non riescono a imporsi, o perché un’altra parola equivalente incontra maggior consenso, o semplicemente perché viene meno il motivo di usarle. Così, l’autotrenista e l’autostello non hanno preso il posto dei più fortunati camionista e motel; all’autoneve è stato preferito il gatto delle nevi; il tranvai, che aveva sostituito l’omnibus, è stato poi rimpiazzato dal tram; il francesismo apprendistaggio non ha scalzato il longevo tirocinio, anche se oggi alcuni preferiscono usare il forestierismo stage, talvolta scambiandolo erroneamente per anglismo.

 

Il libro ha per sottotitolo Grammatica della lingua che non c’è più, ma pur articolando la materia in partizioni tradizionali quali lessico, forme verbali, parole grammaticali, sintassi, testualità, Coletti adotta una forma saggistica amichevole, familiare ai lettori della Grammatica dell’italiano adulto. In questo Chi l’ha visto della lingua italiana, l’autore riversa le sue tre anime di lessicografo, grammatico e storico e, come un Callimaco italiano, ci guida per i sentieri in penombra della lingua, per strade poco battute, disseminate di quelle voci e costrutti che i dizionari marcano con croci e fiori ad indicare che si tratta di forme morte, dimenticate o in pericolo di scomparsa.

 

Ecco allora spiegate formazione e vicende dei pronomi eglino, ei, secolui, o di parole come almirante (ammiraglio), badalucco (piccolo scontro armato), cannamela (canna da zucchero), e inoltre di doppioni e tripploni grafici tipici della nostra tradizione letteraria. Ecco ricordati giochi perduti come la pallacorda (una specie di tennis) e la pallamaglio (una sorta di golf del passato), oppure mestieri probabilmente sconosciuti ai giovani millennial: il calderaio (che riparava le pentole), il castrino (che castrava gli animali), la sigaraia (venditrice di sigarette), lo speziale, sostituito dal farmacista, il cuscinaio (che noleggiava cuscini sui treni o in locali pubblici), l’alienista (lo specialista delle malattie mentali), la modista (sarta e venditrice di cappelli).

 

Le perdite possono ovviamente riguardare anche singole accezioni di parole che si mantengono vive e vegete in altri significati: scemo non è più usato per mancante, né stupido per sbalordito, né vago per bello; l’attentato indicava in origine un’impresa audace, ma ora è tristemente d’attualità in altro significato negativo; con il termine meccanico non indichiamo più, genericamente, la persona che svolge lavori manuali, e l’appellativo zitella non è certo adatto a una giovinetta vergine; di fronte a un gonfiore, avremmo infine qualche esitazione a chiamarlo subito tumore. L’autore ci segnala anche un dato quantitativo riguardante queste perdite semantiche: il GRADIT ha oltre 1.200 parole ad alta frequenza o disponibilità con almeno un significato andato perduto.

 

L’italiano scomparso è dunque una grammatica e una storia della lingua italiana raccontata guardando «dalla parte dei perdenti, una prospettiva che dovrebbe sempre integrare quella della storia di chi ha vinto», perché, come raccomanda Coletti, «è una strada necessaria per entrare […] nelle ragioni del ricambio linguistico, nella dinamica […] del suo metabolismo. Una lingua che non cambia, che non perde e non sostituisce pezzi, che magari ne aggiunge di nuovi ma non ne smette nessuno, sarebbe malata quanto una che cambiasse ininterrottamente e vorticosamente tutto: l’una troppo grassa e pesante e l’altra troppo magra e volatile» (p. 251).

 

Ludovica Maconi

Università degli studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”

 

 


 

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