Da leggere_enigmistica

Emanuele Trevi

Sogni e favole. Un apprendistato

Milano, Ponte alle Grazie, 2018

 

 

Se il paratesto ha un ruolo, l’etichetta romanzo occhieggiante in coperta dal folto d’un platano (per attenuarne la portata semantica?) non dev’essere che un’allegra provocazione, posto che nulla è più remoto dal genere narrativo di questa scrittura, cui non conviene né la definizione di «romanzo autobiografico e divagazione saggistica assieme» proposta dall’editore né quelle di «non-romanzo», «quasi-romanzo», «non-fiction novel» e «saggio autobiografico» avanzate dai recensori, trattandosi piuttosto d’un mémoire lirico-filosofeggiante travestito da romanzo di formazione, come prova l’esilissimo intreccio così riassunto nel risguardo: «Roma, 1983. […] Emanuele, neppure ventenne, lavora in un cineclub del centro. Una notte, al termine di un film di Tarkovskij, entra in sala e vi trova un uomo solo, in lacrime. È Arturo Patten, statunitense trapiantato a Roma, uno dei più grandi fotografi ritrattisti. Per tutto lo scorcio del secolo, Emanuele ascolterà la lezione del suo amico […] e grazie a lui conoscerà [Amelia Rosselli e] Cesare Garboli, il “grande critico” cui è qui dedicato uno splendido cammeo, che prima di morire gli affiderà la missione di indagare su Metastasio e sul suo sonetto Sogni, e favole io fingo».

Questo e poco altro.

È d’altronde lo stesso autore a disseminare qua e là come in una caccia al tesoro la chiave di lettura, per esempio attribuendo con gustosa autoironia allo stile garboliano quanto caratterizza compiutamente anche e soprattutto la propria poetica: «Credo che il grande successo di quello che scriveva dipendesse molto dal fatto che lui per primo considerasse interessanti, e intellettualmente rivelanti, tutti quei ricordi personali, quei fatti suoi, quei sentimenti irrazionali di cui infarciva ogni saggio, sposando a forza questa incontinenza autobiografica con la più rigorosa filologia»: formula non meno puntuale che folgorante, a patto di escludere l’ultimo sintagma, del tutto inidoneo a rappresentare sia Trevi sia il critico viareggino, «il nostro Metastasio del Novecento» (Angelo Guglielmi).

Lo scrittore romano è insomma profondamente persuaso che ogni istante della sua vita e ogni parto del suo pensiero, versato nei più disparati distretti della cultura non solo letteraria e non solo italiana, sia tanto degno di nota, e finanche di memoria, da essere romanzabile de iure; tuttavia rifugge dalle tentazioni narrative sciogliendo il dettato in un discours interminable che salta di fiore in fiore, e al contempo non si perita di ricorrere all’entrelacement nella speranza di scongiurare la noia andando e riandando da un filo all’altro del fievole plot e recuperando così una parvenza di narratività.

 

S’è accennato ai recensori. Nessuno dei quali ha mai esplorato il versante più appariscente del modo di formare treviano, in questo come nei fraterni Senza verso, Qualcosa di scritto e Il libro della gioia perpetua: quello linguistico-stilistico. Se si glissa volentieri sui forse preterintenzionali «deficente», «muoriamo» e persino su proposizioni come «lo aveva notato che improvvisava» e «Spero che stai bene» (collocate, si badi, in co-testi accordati su registri tutt’altro che bassi e trascurati, anzi tra sostenuti e aulicissimi), resta un mistero come possa passare inosservato un tessuto retorico talmente ipertrofico, specie nelle metafore e nelle similitudini (con comparanti per lo più formulari), da disgradarne un Marino:

 

«Come una balena spiaggiata, Roma si decompone ora dopo ora, senza un rimedio, la sua carne livida e marcia rischiarata dall’intermittenza azzurrina delle luminarie»;

«un’intuizione che si allungava come un promontorio nel mare dell’indicibile»;

«questo dolore […] germina nel bozzolo della finzione come un seme sotto la neve»;

«Quei meli […] simili a guerrieri spartani decisi a difendere un avamposto fino all’ultimo sangue»;

«La casa e gli ambienti circostanti […] si sono trasferiti nelle pagine del libro come anziani e fragili ospiti di una nave in procinto di affondare sistemati su una scialuppa»;

«incontrare fisicamente un grande poeta è […] come vedere un cucciolo di giraffa tra le zampe della madre, ascoltare dal vivo un maestro del piano o del violino, fumare dell’oppio, annusare la pelle di un neonato»;

«I suoi versi si erano consumati rapidi come un fuoco di sterpi».

 

Del medesimo segno i frequentissimi voli lirico-mistici o visceralmente risentiti, originati in molti casi da un personalissimo quanto stravagante concetto della capitale (non è certo una novità: in Qualcosa di scritto si affermava nientemeno che «I vecchi palazzi di Roma» sono «delle sontuose botole degli Inferi» le cui cantine «non sono che il livello superiore di un mondo sotterraneo senza fine — pozzo, imbuto, labirinto di tenebre eterne» e che «Quasi tutte le persone che vivono nel centro di Roma […] sono almeno lievemente disturbate, instabili d’umore, spesso trasognate»):

 

«in questa città di maniaci e fanatici»;

«Ci sono dei luoghi, in questa città […] che sembra addirittura sprigionarsi dalle pietre corrose e dalle finestre sbarrate una melodia fatale, un richiamo di piffero magico»;

«le strade del centro, intrise di una pioggerella rada ma perpetua, possono prendere un’aria ostile, tendere trappole di sensi di colpa, smarrimenti, rimorsi»;

«mentre migliaia e migliaia di giovani foglie stormivano alla lieve brezza della sera»;

«molti dei fatti decisivi della nostra vita dormono in noi sotto la coltre della dimenticanza»;

«il sole brillò nella sua gloria inondando la strada».

 

Diffusissime le espressioni usurate, alcune delle quali traboccanti di comicità involontaria: «Era una notte fredda e piovosa» (cfr. Snoopy: «Era una notte buia e tempestosa»); «i suoi film erano effettivamente in grado di cambiare la vita» (cfr. Gigi Marzullo: «Leggere cambia la vita»); «fino all’ultimo respiro» (246.000 risultati in Google).

 

In un simile contesto potrebbe forse mancare il turpiloquio giovanilistico suonato in tutte le chiavi?

 

«[Garboli] mi faceva venire in mente un grande cazzo eretto» (strano modo di celebrare un autore da Trevi reputato non solo il suo magister artis et vitae, ma addirittura «uno dei più grandi narratori del suo tempo» [sic!]);

«“A quanti uomini ho preso il cazzo in bocca?”»;

«Rigatoni: come se stesse ordinando un piatto di bei cazzi»;

«Servilmente! Ma che cazzo ne sai!» (rivolto alla buonanima di Vittorio Alfieri);

«c’era un tizio barbuto […] avvolto in un lenzuolo che periodicamente spalancava per mostrare il cazzo floscio»;

«Perché siamo al mondo? Che cazzo significa?»

 

Quanto ai contenuti — sorvolando su concetti eccentrici e misteriosissimi come «in quale altra lingua [se non in francese] dovrebbe mai parlare Dio?» e su cimenti di critica letteraria dinnanzi ai quali non si può che deporre le armi («l’Italia è la patria della cosiddetta prosa d’arte, e qualunque cretino, fino a una certa epoca, è stato in grado di scrivere bene un articolo, o un breve saggio») —, si veda con quale acribia e causae cognitio Trevi affronti la psicanalisi freudiana e junghiana: «l’inconscio è un cretino. Che si tratti di un cretino individuale o di un cretino collettivo, a seconda delle correnti di pensiero che se ne occupano, come tutti i cretini è solo buono a complicare un’esistenza già difficile e sottoposta a innumerevoli pressioni e necessità, senza nessun bisogno di covare nell’ombra le sue inutili fanfaronate, prima tra tutte quella storia di andare a letto con la mamma e uccidere il papà, storia che dovrebbe bastare da sola a far capire con chi abbiamo a che fare quando parliamo dell’inconscio e dell’inspiegabile benevolenza di cui gode».

 

 

Gualberto Alvino

Filologo e critico letterario

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