20 maggio 2019

Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi

di Margherita Sermonti

 

 

Roberto Sottile

Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi

Firenze, Franco Cesati Editore, 2018

 

Togliete tutto a un popolo, «mittitilu a catina /spughiatilu /attuppatici a vucca /è ancora libiru». Mettetelo in catene, spogliatelo, tappategli la bocca, privatelo del lavoro, del passaporto, del letto in cui dorme e della tavola dove mangia: sarà ancora ricco. «Un populu /diventa poviru e servu /quannu ci arrobbanu a lingua /addutata di patri: /è persu pi sempri». Quando gli toglieranno la lingua ricevuta dai padri, il popolo diventerà povero e servo, sarà perso per sempre.

Con questi versi (Lingua e dialettu, 1970) il poeta siciliano Ignazio Buttitta (1899-1997) accenna magistralmente alla vera fonte di libertà dell’essere umano, alla sua intrinseca ricchezza, alla potenza della lingua come strumento di espressione schietta, efficace, sincera. «Mi nn’addugnu ora / mentri accordu a chitarra du dialettu / ca perdi na corda lu jornu». Solo ora me ne rendo conto, mentre accordo la chitarra del dialetto, che perde una corda al giorno (in Io faccio il poeta, Milano, Feltrinelli, 1972).

E di potenza espressiva si parla nel saggio Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi: Roberto Sottile, docente di Linguistica italiana all’Università di Palermo, indaga i motivi per cui l’uso del dialetto nella canzone di artisti (prevalentemente siciliani) è tornato in modo così vigoroso negli ultimi decenni, proprio in concomitanza dell’italianizzazione sempre più massiccia dell’Italia. Canzone e dialetto, un binomio che sembra consolidarsi sempre più per molteplici ragioni.

«Il diffondersi della capacità di capire e parlare l’italiano non ha affatto ucciso i dialetti: li ha, anzi, rivitalizzati […] il dialetto ha guadagnato nuovi spazi e nuove funzioni: da spia di una presunta ignoranza, è diventato un segnale di confidenza, emotività, ironia anche nell’uso di persone che conoscono bene l’italiano» (Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Milano, Mondadori, 2018).

Questo approfonditissimo studio è basato su un corpus costituito da «oltre trecento testi di circa settanta autori prevalentemente siciliani all’interno di un panorama che va dai cantautori dello star system, come Carmen Consoli e Franco Battiato, ai “cuntastorie” dei centri più remoti e “periferici”» (p. 14).

Cosa c’è di meglio della voce dei protagonisti, perlopiù trattandosi di canzone, per comprendere la materia di cui si sta parlando? Gli autori e le autrici raccontano direttamente la propria esperienza attraverso la compilazione di un questionario al quale sono stati invitati a rispondere (Appendice I).

La domanda numero 4 del questionario è molto esplicita: «Trenta o quarant’anni fa, in musica come in pubblicità, il dialetto non era molto utilizzato, anzi addirittura si tendeva a sanzionarne l’uso in qualunque contesto “ufficiale”. Oggi le cose sembrano cambiate. […] Come spieghi queste recenti linee di tendenza? Attraverso quali percorsi, secondo te, si è giunti a questa nuova “considerazione” del dialetto?» (p. 219)

Per quanto riguarda la domanda 6.1, «Cosa significa per te scrivere e cantare in dialetto?», si possono selezionare più risposte (sempre da motivare il più possibile). Eccone alcune.

«Comunicare in maniera più espressiva; Usare una lingua con una maggiore forza/carica comunicativa; Comunicare in maniera spontanea, immediata, praticamente riproducendo il mio modo di parlare “normalmente” nel mio “spazio sociale” […] Protestare contro l’establishment […] Usare, a mo’ di rivalsa, una lingua che per molto tempo è stata esclusa dagli usi “alti” e ufficiali e che oggi è stata invece “sdoganata”» (p. 220-1).

Le domande sono significative quanto le risposte. L’analisi dell’esito del questionario, materia del capitolo 5, mira a «rintracciare la coscienza ideologica degli autori, per comprendere il senso (artistico, sociale, linguistico) che essi attribuiscono alla scrittura in dialetto» (p. 153).

Se, come afferma Antonelli (Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010), l’uso del dialetto è generato anche da precedenti «recuperi d’autore», come per esempio nel caso di Fabrizio De André, certamente è motivato dall’esigenza di manifestare un percorso alternativo all’italiano standard «ormai identificato con la lingua del potere, delle istituzioni, dei mezzi di comunicazione di massa».

Il dialetto si traduce così in un’alternativa espressiva, una sorta di reazione antiglobale, senz’altro diventa uno strumento utile per esplorare nuove sonorità nonché un canale lirico-poetico.

«Il dialetto è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare», secondo Andrea Camilleri; oltretutto, aggiunge Tullio De Mauro, «Gli uomini, per parlare di argomenti più impegnativi intellettualmente, usavano il dialetto […]. Perché a Venezia come a Palermo, quando il discorso si fa serio, si usa il dialetto. Ancora oggi, il passaggio al dialetto di chi sa bene l’italiano, non è una scivolata. Lo slittamento in quel caso non è emotivo» (Andrea Camilleri e Tullio De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, Roma-Bari, Laterza, 2013).

Il quadro in cui si inserisce l’analisi dei testi cantautoriali è ricco e composito, offre una panoramica sulla situazione sociolinguistica attuale, presenta gli studi più recenti sulla lingua della canzone, al centro negli ultimi anni dell’interesse di numerosi linguisti. Inoltre, «data la straordinaria numerosità di artisti contemporanei che optano per l’uso del codice locale, in connessione e in concomitanza con una tradizione musicale popolare assai viva», si capisce come mai la Sicilia sia oggi «un terreno priviligiato per osservare il rapporto tra dialetto e canzone» (p. 41).

Questa straordinaria ricchezza emerge anche dall’antologia dei brani di autori siciliani in cui sono presenti testi trascritti, tradotti e commentati. Oltre alle schede sugli artisti, alcuni musicisti sono stati invitati a scrivere una piccola “autobiografia linguistica”, che va inevitabilmente ad integrare le risposte del questionario.


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