Da leggere_enigmistica

Gaetano Berruto

Fondamenti di sociolinguistica

Bari-Roma, Laterza, 2019

 

A un quarto di secolo dalla prima edizione torna in libreria un classico della trattatistica firmato da uno dei nostri più citati studiosi: un viaggio nell’universo della sociolinguistica utile «a costruirsi non solo e non tanto un arido repertorio di nozioni, ma anche e soprattutto un apparato concettuale di criteri di base e una guida minimamente critica», con particolare attenzione, anziché alle minuzie, alle questioni fondamentali d’un settore della scienza del linguaggio che, lungi dall’essere una mera addizione di linguistica e sociologia, si pone come sottodisciplina della linguistica orientata funzionalisticamente: sull’uso e non sulla struttura, sulla dimensione sociale della lingua, sulla realtà empirica in tutti i suoi aspetti tramite indagini sul campo («i suoi dati sono produzioni linguistiche concrete, realizzazioni del sistema linguistico prodotte dai parlanti»), e per ciò stesso da un lato indebitamente mitizzata quale invenzione rivoluzionaria, dall’altro ridotta a linguistica dell’inquilino della porta accanto, se non persino a «collazione di chiacchiere di poco conto».

 

Tracciati i confini della materia e descrittone il raggio d’azione (una linguistica non del sistema ma dei parlanti, che studia le manifestazioni della variabilità linguistica, le relazioni tra lingua e stratificazione sociale e la co-varianza tra fatti linguistici e variabili sociali), si passa ad affrontare la capitale questione dello statuto teorico: benché non esista ancora una teoria sociolinguistica del linguaggio, si registrano numerosi spunti speculativi comprovanti la vitalità della disciplina. Quanto agli obiettivi, Berruto ne indica essenzialmente due: «a) trovare e formulare principi generali della correlazione tra fatti linguistici e fatti sociali; b) poiché il carattere fondamentale delle lingue dal punto di vista della SL è la variazione, elaborare modelli di descrizione e analisi della variabilità sociolinguistica». Consapevolezza dei problemi e massimo rigore definitorio sono insomma le basi su cui costruire una tassonomia chiara e verificabile, evitando insensate posizioni totalizzanti, ignare della natura plurifattoriale e non unideterminata del linguaggio.

 

Segue l’illustrazione delle nozioni fondamentali sulle quali lavora il sociolinguista, sia interne che esterne alla disciplina: comunità linguistica (gruppo sociopoliticamente coeso di parlanti che condividono un insieme di varietà di lingua, cioè tratti di un sistema linguistico co-occorrenti con tratti sociali che caratterizzano i parlanti o le situazioni d’uso); repertorio linguistico (la somma delle varietà di lingua usate da una comunità sociale: «Il repertorio linguistico di tutta la comunità parlante italiana sarà quindi costituito dalla somma dell’italiano con tutte le sue varietà, dei vari dialetti con le loro rispettive varietà, delle lingue di minoranza o parlate alloglotte con le loro eventuali varietà, e dei rapporti secondo cui tutte queste varietà di lingua si collocano in uno spazio sociolinguistico in una certa gerarchia e risultano più o meno appropriate, o obbligatorie, o escluse, ecc., in determinate classi di situazioni»); competenza comunicativa (il possesso del repertorio linguistico da parte di un parlante, la sua capacità di produrre frasi non solo grammaticali ma adeguate alla situazione comunicativa, ossia all’insieme delle circostanze concrete in cui si verifica l’atto comunicativo: «il punto di sutura fra il sociale e il linguistico»); dominio (classi di situazioni ricorrenti); gruppo sociale (insieme di persone che condividono attività ed esperienze in determinati dominî, come lavoro, scuola, vita militare, ecc.); classe generazionale (ad esempio, il cosiddetto linguaggio giovanile); rete sociale (la sociolinguistica reputa il parlante un’entità dinamicamente inserita in una rete di relazioni); prestigio (valutazione sociale positiva di un individuo, un gruppo, una professione, un modello culturale, ecc.: «Una [varietà di] lingua […] ha prestigio, o è modello di prestigio, nella misura in cui il suo possesso è condizione necessaria per l’ascesa nella scala sociale e il progresso sul mercato del lavoro»); atteggiamento («una nozione molto ampia, potendo in prima ipotesi indicare le cose che la gente pensa di sé e degli altri, i giudizi espliciti o impliciti, la disposizione favorevole o sfavorevole verso qualcosa, schemi di valutazione di quello che succede e della società attorno a noi», per esempio i pregiudizî basati su stereotipi); dimensioni di variazione, tra loro interagenti (dimensione diatopica, relativa alla distribuzione geografica dei parlanti; diastratica, ai diversi strati socio-culturali; diafasica, alle diverse situazioni; la variazione diamesica, o del mezzo, interessa invece più direttamente la linguistica delle varietà); continuum (lo spazio di variazione di una lingua o di un repertorio linguistico non ha rigide partizioni ma è costituito «da una serie senza interruzioni di elementi varianti, e, conseguentemente al fatto che le varietà di una lingua sono in sovrapposizione e si sciolgono impercettibilmente l’una nell’altra, senza che sia possibile stabilire […] confini certi di dove finisce una varietà e ne comincia un’altra»); variabile sociolinguistica: i varî modi di esprimere lo stesso concetto, in cui, beninteso, le diverse realizzazioni rechino un senso sociale; nulla quaestio a livello fonologico (allofoni di un fonema che non mutano il significato referenziale), ma ai livelli superiori - sintassi, lessico, testualità e pragmatica - è arduo stabilire se si tratti di forme aventi o meno un identico significato.

 

È purtroppo impossibile in questa sede dar conto esaustivo della ricchissima trattazione, condotta con ingegno affilato, fine senso critico e soprattutto mirabile equilibrio, anche nella finale confessione d’impotenza: «dopo tutto il nostro discorso, è rimasta insoluta una grossa questione, e cioè il problema della spiegazione e della legittimazione teorica dei problemi di cui si occupa la sociolinguistica. Dov’è la ragione ultima della variazione del comportamento linguistico? Perché sono quei determinati tratti a variare socialmente, e non altri? Nonostante le molte risposte parziali che sono state date qua e là, […] nel volume non si troverà una vera soluzione complessiva al problema, nemmeno provvisoria. La nostra conoscenza in merito è ancora del tutto approssimativa».

 

 

 

Gualberto Alvino

Filologo e critico letterario

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