Da leggere_enigmistica

Claudio Nobili

I gesti dell’italiano

Roma, Carocci, “Bussole”, 2019

 

Come analizzare la comunicazione non verbale? E in che modo integrarla nell’insegnamento delle lingue?

A queste domande tenta di rispondere il volume I gesti dell’italiano, dedicato alla gestualità comunicativa (in grado di trasmettere un significato “traducibile” con parole o frasi), e in particolare ai gesti usati dai parlanti italiani per accompagnare i loro discorsi orali.

 

Il volume si articola in cinque capitoli: nei primi due (I gesti e la lingua e L’italiano con le mani: una rassegna sui dizionari dei gesti) l’A. si sofferma sinteticamente sulla definizione e sulla classificazione dei gesti, presentando i modelli di Paul Ekman e Wallace V. Friesen e di David McNeil, per poi esaminare più diffusamente il modello parametrico, elaborato da Isabella Poggi. Tale modello analizza il gesto sulla base di diversi aspetti: la relazione del gesto con il parlato, il suo grado di codificazione all’interno di una data comunità, il tipo di significato che veicola, il suo scopo comunicativo, il grado di consapevolezza con cui l’esecutore lo realizza, la relazione tra il significante e il significato del gesto (motivata nei gesti iconici). Segue una panoramica dei dizionari dei gesti dell’italiano pubblicati dagli anni Sessanta ad oggi, una produzione molto variegata per scopi e modelli adottati: si va infatti dal Supplemento al dizionario italiano del designer Bruno Munari, a opere di taglio glottodidattico, come Senza parole di Pierangela Diadori o il Dizionario dei gesti italiani di Fabio Caon, ma non mancano neanche dizionari dei gesti regionali. Nei restanti tre capitoli (Il Gestibolario: un nuovo dizionario di gesti in italiano; Per completare: un ulteriore sguardo alla struttura del Gestibolario; Dalla teoria alla pratica: per una didattica della gestualità italiana) l’A. discute l’impostazione del Gestibolario, un dizionario dei gesti che accompagnano il parlato, che al momento comprende 60 gesti tratti da discorsi politici videoregistrati tenutisi nel biennio 2014-2015, per poi soffermarsi sul rapporto tra didattica della lingua e gestualità attraverso la presentazione di attività basate su scene tratte da film italiani.

 

L’assunto da cui muove l’intera trattazione e che costituisce il presupposto teorico del Gestibolario è che la gestualità comunicativa debba essere osservata da una prospettiva linguistica, poiché gesti e lingua condividerebbero molte delle proprietà fondanti. In tal senso, come afferma l’A., un «codice di gesti […] va visto al pari di una lingua sia nei suoi singoli elementi presi isolatamente sia nei rapporti di somiglianza e di differenza che tali elementi intrattengono fra loro» (p. 25). Un gesto presenta infatti un significante (la sequenza di movimenti percepibile visivamente) e un significato (cioè il contenuto semantico che trasmette al destinatario): il rapporto tra queste due dimensioni può essere arbitrario, così che a uno stesso significante gestuale possono corrispondere significati diversi a seconda delle epoche o delle culture. L’esempio richiamato dall’A. è quello dell’applauso (il gesto di battere insieme le due mani), che si sviluppa in ambito religioso e passa poi in molte culture a indicare il caloroso consenso per qualcuno o qualcosa, significato che però in Germania può essere espresso battendo le nocche del pugno chiuso sul tavolo. Altrove – possiamo aggiungere – il significante “battere le nocche sul tavolo” esprime invece un altro significato: in Grecia e in Serbia è un gesto scaramantico, il corrispettivo dell’espressione idiomatica italiana toccare ferro o del gesto “fare le corna”, del quale condivide anche il basso valore diafasico. Al pari delle espressioni verbali, infatti, anche i gesti sono soggetti alla variazione.

 

A caratterizzare i gesti interverrebbe un’altra importante proprietà del linguaggio: l’articolazione. Se i gesti globali assumono un significato complessivo difficilmente analizzabile in unità minori (si pensi al movimento che si usa per chiedere a qualcuno di avvicinarsi: braccio teso, palmo della mano verso il basso e dita ripiegate e poi nuovamente distese), molti altri gesti – tipicamente quelli coverbali – parrebbero risultare dalla somma di piccole unità,  i gestemi, a loro volta composti da un significante (dato dalla configurazione della mano, dall’orientamento del palmo, dal luogo di esecuzione, dal movimento) e da un preciso significato lessicale. Attraverso la nozione di gestema, che detiene anche un suo valore distintivo, si arriva a interpretare in maniera univoca e oggettiva il significato dei gesti, non solo descrivendone la composizione, ma anche indicandone il significato, il contesto d’uso e la corrispondente formulazione (o “traduzione”) verbale. Tale metodo è esemplificato attraverso l’analisi di quattro entrate del Gestibolario relative a gesti estratti dal discorso tenuto da Matteo Renzi il 13 gennaio 2015 al Parlamento europeo a conclusione del semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.

 

Attraverso uno stimolante parallelo tra lingua e gesto, il volume di Claudio Nobili si prefigge il compito di reperire unità minime dotate di valore distintivo e di capire come si articolano per costituire unità più complesse. Compito non da poco, che andrà sottoposto a ulteriori verifiche, se si considera che i gesti non si sviluppano soltanto sulla linea temporale (come i segni acustici), ma anche nelle tre dimensioni dello spazio, e che paiono pertanto più difficili da ricondurre a una linearità e di conseguenza a un’articolazione paragonabile a quella del linguaggio verbale.

 

Elisa De Roberto

Università degli Studi Roma 3

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