03 giugno 2019

L'etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi

di Margherita Sermonti

 

Antonio Zoppetti

L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi

Firenze, Franco Cesati Editore, 2018

 

Un sales executive avrà uno stipendio maggiore di un direttore delle vendite? In rete, fa più danni un hater o un seminatore d’odio? Per il banchetto di un matrimonio è meglio scegliere una bella location o semplicemente un bel posto? Sarà più efficace una crema anti-age o anti-età? Si viaggia meglio con lo scooter o con il motorino? Chissà perché in molti pensano che gli anglismi richiamino un mondo migliore, un concetto leggermente superiore a quello evocato da una parola in lingua indigena.

Siamo in un paese democratico, ognuno può parlare come preferisce. Anche se tutti dovrebbero essere consapevoli che, mentre si costruisce un discorso, si operano delle scelte. E, anche nel caso del lessico, le scelte non sono mai obbligate. Per riferirsi a una professione, a un concetto o a un oggetto ci sono molte parole, la maggior parte di esse in lingua italiana, alcune in inglese.

Per quanto riguarda le istituzioni o, più in generale, chi riveste ruoli di responsabilità come, per esempio, i rappresentanti del governo, i legislatori o i comunicatori a vario livello, essi dovrebbero sapere che, volenti o nolenti, costituiscono un modello e ciò che dicono (e lasciano scritto) ha un enorme potenziale di propagazione, potrebbe raggiungere grandi quantità di individui e potrebbe essere riproposto in modo acritico. Lo stesso richiamo alla responsabilità varrebbe per il contenuto, ma non è questa la sede adatta per affrontare tali questioni.

«A impressionare è soprattutto l’aumento tra le parole nuove: trent’anni fa le parole inglesi rappresentavano solo il 15 per cento dei neologismi accolti dai dizionari: oggi siamo arrivati al 50 per cento. Ogni due parole nuove, una è inglese: l’invasione potrebbe sembrare ormai un dato di fatto». Ma non c’è da preoccuparsi, secondo Giuseppe Antonelli, per almeno tre buoni motivi: «Il primo è che, in ogni caso, l’influenza dell’inglese riguarda solo il lessico – l’aspetto più superficiale della lingua – senza minimamente intaccare la struttura, la grammatica o la sintassi dell’italiano. Il secondo è che solo alcune di quelle parole nuove resisteranno all’usura del tempo. Molte scompariranno, più o meno rapidamente, com’è successo a gran parte delle parole francesi tanto alla moda nei secoli scorsi» (Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Milano, Mondadori, 2018).

Ma non tutti i linguisti sembrano dormire sonni tranquilli. Nel 2015 nasce presso l’Accademia della Crusca di Firenze il gruppo Incipit, un osservatorio che ha «lo scopo di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede» (dal sito dell’Accademia della Crusca).

«Oggetto delle riflessioni e dei suggerimenti di Incipit sono gli anglismi nella fase di introduzione in italiano – spiega uno dei membri di Incipit, Michele Cortellazzo in Il gruppo Incipit: l’alternativa c’è - speciale Treccani Inglese - Italiano 2 a 1? – (quando, cioè, l’accoglienza del forestierismo da parte della comunità italofona non è ancora consolidata: da qui il nome del gruppo, che si occupa, per l’appunto, dell’introduzione dei neologismi in fase incipiente); il pubblico di riferimento, ai quali Incipit indirizza i suoi suggerimenti, è quello degli operatori della comunicazione e dei politici».

«Negli ultimi quindici anni, complice anche il quadro internazionale, le insidie per la nostra lingua sono decisamente aumentate». Sottolinea Claudio Giovanardi in Inglese - Italiano 2 a 0 (speciale Treccani Inglese - Italiano 2 a 1?).

Le insidie ci sono, nessuno vuole interpretare il ruolo di retrogrado censore, né tanto meno considerare perfida l’onnipresente Albione. È sufficiente non abbassare la guardia, scegliere consapevolmente e capire che le alternative esistono, eccome. Non si tratta di emulare le insensate politiche linguistiche del Fascismo, di proclamare un piatto purismo ideologico o, come si faceva negli anni più bui della nostra storia, tassare l’uso dei forestierismi o punire gli utilizzatori di lingue “barbare”.

Antonio Zoppetti nel volume L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi propone circa 2.000 lemmi per fornire strumenti utili a risciacquare i panni in fiumi nostrani (volendo). È bene sottolineare che non si tratta di una lista nera, di un elenco di forestierismi da bandire, il lavoro è tutto svolto in positivo: sono parole italiane (piacevolmente illustrate) da scoprire e da riscoprire, da ricominciare ad usare senza paura né complessi di inferiorità.

Prendiamo hacker. Il primo moto è un leggero sussulto, uno scoraggiamento pessimistico: intraducibile. Invece no: «hacker ha un’accezione negativa, come sinonimo di pirata informatico, e una positiva che denota l’abilità informatica; dunque corrisponde a smanettone, esperto di programmazione, mago del computer. Ha generato hackerare e hackeraggio» (p. 99). Ecco fatto.

È il tempo delle grandi percussioni emotive, dei colori estremi, bianco o nero, tutto o niente ma non è questo il caso di Zoppetti. L’autore indica una strada possibile non obbligatoria. E lo fa senza sosta, dal 2018 anche attraverso il sito AAA: Alternative Agli Anglicismi, in cui quantifica e raccoglie parole o espressioni inglesi, affiancandole «alle alternative e ai sinonimi in italiano in uso o possibili, attraverso esempi reali tratti dalla stampa».

«La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica e che ci aiuta a esprimerci pienamente come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura» ce lo ricorda Anna Maria Testa nella Prefazione di Diciamolo in italiano. Gli abusi dell'inglese nel lessico dell'Italia e incolla (Antonio Zoppetti, Milano, Hoepli, 2017).

Il dibattito è aperto. L’importante è non minimizzare la questione o, peggio ancora, tacciare di retrogrado chi si esprime in italiano a tutti i costi, perché quella che respiriamo «Non è l’aria del vero inglese, ma di quel Globish simile alle lingue creole degli schiavi, non scelto liberamente come produttivo investimento plurilingue, ma imposto dalla necessità e sancito dai padroni della piantagione come depauperato strumento di omologazione servile. E alla fine, di oppressione» (Lorenzo Tomasin, Italiano sotto attacco, ilsole 24ore.com).

 

 

 

 


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