Da leggere_enigmistica

Matteo Marchesini

Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social

Milano, Il Saggiatore, 2019

 

Il volume aduna pezzi di varia indole e misura già apparsi in quotidiani, blog letterarî e miscellanee, senza che se ne possa ricavare con sufficiente chiarezza una concezione estetica o quantomeno una precisa idea di letteratura, benché lo spettro dei nomi indagati o sottoposti a giudizio sommario sia amplissimo (Carlo Levi, Morante, Bassani, Gadda, Pasolini, Fortini, Ottieri, Calvino, La Capria, Rea, Arbasino, Cavazzoni, Umberto Fiori, Damiani, Sanguineti, Piersanti, Foscolo, Saba, Montale, Cassola, Merini, Moresco, Lagioia, Siti, Bolaño, Wallace, Carrère, Cases, Garboli, Baldacci, Berardinelli); l’unico fil rouge individuabile - oltre alla lotta senza quartiere contro ogni forma di sperimentazione e di ricerca (mai le avanguardie, prime e seconde, furono più massacrate e derise) - è l’ira funesta nei confronti dei «poteri accademici» e dei «tecnocrati dell’umanesimo», rei d’aver «monumentalizzato» Gadda, Montale e Calvino in luogo dei ben più degni Moravia, Saba, Penna e Cavazzoni (quest’ultimo - ecco il canone - definito nientemeno che «uno dei maggiori prosatori italiani d’oggi»).

 

Come tutte le scritture eccessive e provocatorie, la pagina del critico emiliano non può che suscitare smodati amori («è il miglior critico della sua generazione» proclama in quarta di copertina Alfonso Berardinelli) o perentorie avversioni (Tiziano Scarpa: «Mi sono chiesto se Marchesini non appartenga per caso a quel drappello di critici nazionali che di romanzi si occupano controvoglia, con ribrezzo preventivo»), persino nello stesso individuo. Se infatti si aderisce volentieri, nonostante il tono soverchiamente apocalittico e tranchant, ai referti sulla società della comunicazione e dello spettacolo («Lo Scrittore, o meglio la sua icona mediatica, interviene a getto continuo su temi d’attualità sui quali non ha da dire nulla più di un qualunque cittadino»); sull’attuale romanzeria da banco («innumerevoli autori inventano trame nelle quali la vita dei personaggi è appiccicata volontaristicamente all’11 settembre o al G8 di Genova, a operai o camorre, al vintage del sequestro Moro o a quello postcomunista»); sui molti successi ingiustificati («Il romanziere più inquinante è […] quello che si presenta come il logorroico incrocio di uno scienziato della comunicazione con uno studente di gnostica e un esteta della cronaca nera. Penso ad Antonio Scurati, Giuseppe Genna, Wu Ming, Tiziano Scarpa; ma soprattutto a Nicola Lagioia»; «[della produzione di Alda Merini] si può dimenticare un buon novanta per cento senza danno») e sulla incensata pletora di crepuscolari fuori stagione («i poeti che bamboleggiano. […] Che amano tanto il cielo, i prati, i fiori, le “stradine” dei paesaggi patri. Che tifano per i sentimenti elementari, e spesso per l’elementare sintassi e l’elementare aggettivazione. […] il massimo rappresentante dei bamboleggianti è Claudio Damiani, che certi critici non esitano a paragonare, oltre che a Pascoli, a Orazio»), si fatica non poco a ricevere considerazioni sui generis come le seguenti (la campionatura è puramente indicativa della media concettuale marchesiniana):

 

«Scrivere romanzi ponderosi non è quasi mai necessario, ma presenta molti vantaggi. Per esempio, anche se il libro è brutto, un lettore paziente tende ad assuefarsi a poco a poco all’atmosfera, finché la stratificazione dei motivi non gli appare in qualche modo giustificata […]. Inoltre, una volta che questo lettore ha resistito per seicento, ottocento o mille pagine, è difficile che accetti di riconoscere la loro insulsaggine o inutilità, perché allora dovrebbe contemporaneamente riconoscere di avere buttato parecchie ore del suo tempo»: può forse ambire alla qualifica di lettore chi rifiuta di riconoscere l’insulsaggine di un romanzo per così “nobili” motivi?

 

«Penna non ha mai pensato di cambiare il mondo, né di esaltare come un bene una sua parte contro un’altra. Lui ha eseguito su D’Annunzio un gioco di prestigio irripetibile: l’ha assorbito totalmente, e così l’ha fatto totalmente sparire in una lingua di mutili ma perfetti oracoli»: sulla, questa sì, monumentalizzazione del poeta perugino ha scritto parole definitive Mario Lunetta: «si gabella per poeta grande un lirico gracile e garbato come Penna. […] credo sia il caso di non insistere troppo nel sottolineare la foga fanatica di un’empatia che è tuttora il sintomo di una sindrome culturale tutta risolta nella concezione della poesia come idillio (magari amaro) e come elegia (magari crudele): insomma in una visione assolutamente contemplativa, auratica, petrarchesca della scrittura poetica. La vecchia arcadia italiana ‘ringiovanisce’ a ogni generazione».

 

«[La comicità di Gadda è scadente perché] chiusa in cesellatissimi involucri formali che non la assolvono affatto, ma semplicemente deliziano gli accademici, fin troppo inclini a vedervi un’autorizzazione nobile al loro spirito di goliardi e di barzellettieri»; «[Il Guerriero, l’Amazzone, lo Spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo è] criticamente misero e satiricamente grossolano. […] A sfottere chi appena ventenne, e senza posto fisso, osò ammonire pubblicamente Bonaparte, è un buon borghese che già maturo posava a uomo d’ordine parafascista; a ritrarre Foscolo come un dannunzietto in sedicesimo, col troppo facile soccorso di una dama e di un filisteo da pochade, è un autore intorno ai cui pedanti inventari pluristilistici la retorica dannunziana straripa senza ritegno»: nessuno, beninteso, nemmeno il massimo prosatore del Novecento è impermeabile agli acidi della critica, ma anche l’autore più dozzinale merita istruttorie, attacchi fondati e accertamenti documentali.

 

«Saba, con gran scandalo del Novecento, non teme l’ovvio. […] A una eventuale originalità, dice Saba, il poeta arriva semmai scavando con sincerità in se stesso e portando con sincerità alla luce solo ciò che vede, anche se appare ‘vecchio’. […] La forma […] consiste tutta nella capacità di rendere trasparente la “cosa da dire”»: potremmo eccepire che (ferma restando l’altissima statura del Triestino, mai «ovvio» né «vecchio» perché in lui, come nei veri poeti, è l’orchestrazione del significante a distillare i soli significati che contino) la sincerità e il contenutismo della «cosa da dire» sono i peggiori nemici dell’arte, la quale, come dice la parola, è artificio, non confessione; ma ci limiteremo a rammentare un concetto estetico elementarissimo: in letteratura anche la sincerità è frutto di finzione.

 

 

Bibliografia

 

Tiziano Scarpa, Questo impercettibile e ubiquo rincalzarsi nelle pieghe del tempo (link),  www.ilprimoamore.com, 5 febbraio 2018.

 

Mario Lunetta, L’autore plurale di una poesia transformale (link), www.retididedalus.it, 1° luglio 2015.

 

 

Gualberto Alvino

Filologo e critico letterario

0