10 giugno 2019

Filologia e linguistica di Alberto Varvaro

di Gualberto Alvino

AA. VV.

Filologia e linguistica di Alberto Varvaro

a cura di Laura Minervini

Roma-Padova, Antenore, 2019

 

Il volume raccoglie gli Atti del convegno tenutosi il 2 e 3 maggio 2016 presso l’Università di Napoli «Federico II» per celebrare la figura di Alberto Varvaro (Palermo 1934 - Napoli 2014), ordinario di Filologia romanza, presidente della Société de Linguistique romane dal 1995 al 1998 e della Società Italiana di Filologia Romanza dal 1991 al 1994, membro delle Accademie dei Lincei e della Crusca, fondatore e direttore della rivista «Medioevo romanzo» (1974-2007) e della collana di studî «Romanica neapolitana», titolare di una sterminata bibliografia che svaria dalla filologia e linguistica romanza alla dialettologia, dalla geografia linguistica alla lessicografia, dalla linguistica generale alla storia della cultura, dalla sociolinguistica alle tradizioni popolari, dalla storia della lingua italiana alla Storia tout court.

 

Nel saggio di apertura Francesco Bruni, amico e collega di Varvaro nell’ateneo partenopeo, traccia un ritratto dello studioso senza tralasciare «alcuni tratti che vanno oltre il profilo del romanista straordinariamente produttivo e di grande notorietà e successo internazionale», ripercorrendo le tappe di una carriera scientifica durata quasi sessant’anni, fin dalla formazione accanto a Salvatore Battaglia, e approfondendo la grande varietà e gli aspetti più originali dei suoi studî filologici, linguistici e letterarî.

 

Lino Leonardi ragiona soprattutto sul complesso rapporto con Gianfranco Contini, del quale il maestro palermitano rifiuta il ricorso alla logica formale - e al sotteso strutturalismo, di cui si dichiara incompetente - opponendo una concezione dell’ecdotica come «scienza storica»: rispetto del manoscritto più che ricostruzione del testo di cui esso è testimone, ossia critica del testo come opera di restauro: proposta che Leonardi reputa, non sine quare, poco convincente, data la differenza tra l’oggetto materialmente prodotto dall’autore e la copia conservata: «l’applicazione della teoria del restauro in filologia mi pare esponga al rischio di concepire il singolo manoscritto come l’unica realtà, e non come il testimone di un testo che lo trascende, prestandosi quindi a legittimare paradossalmente concezioni conservative a oltranza».

 

Maria Luisa Meneghetti riflette sulle tematiche indagate da Varvaro negli anni dedicati allo studio delle letterature romanze, ponendo il genere storico al centro delle sue ricerche, in veste di «storico possibile non realizzato», e mostrando una forte attrazione per le scritture diegetiche (romanzo cortese, racconto folclorico, fabliau, leggende eziologiche, chanson de geste, racconto storico), «indagando però non soltanto le grandi opere della storiografia, in specie tardo-medievale (con le Chroniques di Froissart, e in particolare il loro iv libro come oggetto d’indagine privilegiato, sia dal punto di vista ecdotico sia da quello critico-letterario), ma anche, più in generale, la tipologia del discorso storico medievale, analizzato in tutte le sue sfaccettature, e in particolare, appunto, nelle sue innegabili connessioni con gli altri generi diegetici - il romanzo, in particolar modo. […] In effetti, uno dei fils rouges che Varvaro segue in tutti i suoi lavori che hanno come oggetto la storiografia medievale è proprio quello della presenza di temi e tecniche romanzesche».

 

Antonio Pioletti si concentra sull’interesse coltivato da Varvaro per le tradizioni folcloriche nel loro intrecciarsi con la produzione cosiddetta “alta” (anche oltre i confini della Romània, come testimonia, tra gli altri, il suo importante contributo su Walter Map), interesse acceso in lui da uno dei suoi primi maestri, l’antropologo siciliano Giuseppe Cocchiara. Il saggio sottolinea la stretta relazione tra filologia, Storia e storia della cultura che ispira le ricerche del Palermitano, acerrimo nemico delle formule astratte, «che non abbiano cioè fatto i conti con la documentabilità delle ipotesi, con l’alterità dei testi medievali, con i dati, almeno quelli certi o meno incerti, della storia, delle storie, con la complessità dei sistemi sociali e culturali. Non è casuale la sua insistenza sull’importanza della ricostruzione della storia della tradizione di un testo, tradizione a tutto campo, indagata nei tanti fili che la costituiscono: la lingua, i produttori, i destinatari, le modalità di trasmissione, i livelli culturali in gioco, gli eventi storici».

 

Secondo Martin Maiden, il Nostro è uno dei pochi studiosi ad aver indicato in maniera persuasiva il motivo principale per cui lo studio della linguistica romanza interna è imprescindibile: il primato della realtà storica. Così Varvaro: «[Sul protogermanico] non abbiamo nessuna documentazione della lingua che intendiamo studiare. […] Il nostro discorso è necessariamente astratto. […] Il caso del latino è per fortuna tutto diverso. Possediamo testi ed informazioni di grande ricchezza sulla storia della lingua di Roma per poco meno di tre millenni; sappiamo chi e dove la parlava in origine, da chi e dove era parlata alla fine dell’Impero, conosciamo spazi, tempi e società. E lo stesso si deve dire per la lingue romanze», che sole consentono di precisare quale fosse la protolingua e le sue caratteristiche. Un modello - rifiuto dell’astratto, obbligo di praticare una linguistica storica reale - che Maiden consiglia di non prendere troppo alla lettera, in quanto «gli strumenti della ricostruzione comparativa fanno intravedere a volte sviluppi storici non attestati nella documentazione scritta che sarebbe altrettanto assurdo ignorare. In realtà, molte delle caratteristiche strutturali che distinguono il romanzo dal latino, come per esempio la dittongazione o la palatalizzazione, o il futuro sintetico e il condizionale, emergono molto tardi nella documentazione scritta, per cosí dire belle e fatte, senza che si possa dire granché sul preciso contesto storico in cui esse si sarebbero formate».

 

Giovanni Ruffino e Tullio Telmon ripercorrono, infine, i contributi di Varvaro alla ricerca sociolinguistica e dialettologica, con particolare riguardo alla sicilianistica: un filone senza dubbio minore rispetto all’attività filologica e letteraria, ma non per questo meno innovativo, come dimostra l’ultima impresa editoriale: il Vocabolario storico-etimologico siciliano (Palermo-Strasburgo, EliPhi, 2014): «Alberto Varvaro ha saputo introdurre, trattando della sua isola, prospettive nuove e nuovi metodi di approccio, che gli hanno consentito di considerare, attraverso questo punto di osservazione privilegiato, ben più ampi movimenti di lingua e cultura, con proiezioni sull’intero mondo romanzo occidentale e sul Mediterraneo. Del resto, la Sicilia era apparsa ai linguisti - non soltanto italiani - sin dalla prima metà del Novecento come un grande laboratorio di linguistica romanza e mediterranea. Ecco perché risulta palesemente riduttivo distinguere in Alberto Varvaro una prospettiva e un interesse strettamente dialettologico da una prospettiva storico-socio-linguistica totale».

 

Arricchisce il volume la bibliografia integrale di Alberto Varvaro, a completamento di quella già apparsa nella silloge dei suoi scritti Identità linguistiche e letterarie nell’Europa romanza (Roma, Salerno Editrice, 2004).

 

 

 


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