24 giugno 2019

Il gioco di Santa Oca

Laura Pariani

Il gioco di Santa Oca

Milano, La nave di Teseo, 2019

 

Per chi crede che la narrativa italiana di oggi sia tutta caratterizzata da una scrittura piatta e anonima è altamente consigliata la lettura dei libri di Laura Pariani, che da più di venticinque anni – per la precisione dal 1993, quando uscì la notevole raccolta di racconti Di corno e d’oro – conduce una sua personale ricerca espressiva, mostrando la capacità di sfruttare a piene mani le risorse della lingua (o meglio delle lingue) senza peraltro rinunciare alla piena leggibilità. Il gioco di Santa Oca mette in mostra, pienamente realizzate, le principali tendenze della scrittura dell’autrice, armonizzate come già altre volte in un romanzo che può contemporaneamente avvincere il lettore comune e stimolare le riflessioni del critico.

Nel testo vengono seguite alternativamente due linee narrative: la prima ricostruisce le vicende di una banda di irregolari guidati da Bonaventura Mangiaterra, capopopolo col dono della parola che ammalia e persuade, che per un breve periodo, nel 1652, tiene in scacco le autorità nelle campagne lombarde con una risoluta e gioiosa rivolta di contadini, destinata a finire nel sangue per colpa di un traditore; la seconda segue il percorso compiuto vent’anni dopo nelle stesse zone della cantastorie Pùlvara, a suo tempo membro della banda travestita da uomo, che finirà collo scoprire che anche Bonaventura era in realtà una donna.

 

Come in tutte le sue opere, anche nel Gioco Pariani si mostra interessata alle infinite microstorie del mondo, molto più che alla storia «Granda che si scrive a lettere maiuscole sui libri» (p. 42). La sua interpretazione del romanzo storico, per nulla tradizionale, prevede che in luogo della ricostruzione sequenziale di vicende compiute si dia spazio alla rappresentazione di una moltitudine di personaggi còlti molto spesso in situazioni ordinarie. La vita quotidiana di umili e potenti viene mostrata in rapidi scorci resi vividi e pregnanti dalla capacità dell’autrice di focalizzare l’attenzione su dettagli normalissimi, ma molto significativi.

L’ambientazione nel Seicento lombardo impone al lettore di far tornare alla memoria passi manzoniani; oltre allo sguardo partecipe verso le esistenze semplici, rimanda ai Promessi sposi – magistralmente definiti da Italo Calvino «il romanzo dei rapporti di forza» – la tendenza a mostrare in modo diretto ma non enfatico le dinamiche tra dominanti e dominati. Il modo migliore per rendere conto dell’ingiustizia del potere è farne ascoltare direttamente la voce, come in questo passo, in cui ad esprimere la volontà di sopraffazione è un curato, abituato ad utilizzare la religione come puro strumento di controllo sociale: «Quel tal Mangiaterra, vero figlio di Caino, ha l’animo pervertito a tal punto che [...] bestemmia contro la Provvidenza, negando addirittura che le disuguaglianze del mondo sian volontà divina e predicando la giustizia della rivolta» (p. 16).

La letteratura di Pariani è mossa da una fiducia incrollabile nelle virtù del raccontare, attività in cui l’essenza dell’umanità trova uno dei suoi caratteri più autentici. Nel Gioco tale arte viene celebrata in particolare attraverso la figura di Pùlvara, che trova riparo e cibo dovunque vada, anche nei villaggi più poveri, grazie al fatto di poter offrire una vera e propria magia. Ogni volta l’incantesimo si ripete: «È sempre così: i terrieri fanno cerchio intorno ai camminanti che sanno ben narrare, pendono dalla bocca che conosce le parole giuste per rendere viva e vera la raccontazione» (p. 25).

Narrare non è solo un modo di dare diletto: è un affilato strumento di conoscenza. A tal proposito, viene enunciata una limpida sentenza, attribuita addirittura a Cristo: «Perché in questo mondo solo contanto storie riesce loquente la verità» (p. 127). Non si superinterpreta questo passo se lo si legge come una rivendicazione del valore della letteratura d’invenzione, oggi a volte banalmente considerata meno efficace di scritture improntate al diretto intervento sulla cosiddetta realtà. Creando fatti, ambienti e personaggi di fantasia si possono dire sul mondo molte cose cruciali.

Coerentemente con l’affermazione secondo la quale «le parole solo quando sono pronunciate sono vive» (p. 26), la narrazione è condotta in una prosa che tende spesso ad evocare le movenze dell’oralità. Evocare e non mimare: infatti, il linguaggio adoperato da Pariani, molto composito, non è mosso da intenti filologici, ma risponde all’esigenza di dare al lettore la sensazione di essere immerso in un flusso discorsivo reale, nonostante l’evidente artificialità dell’operazione. Com’è assodato sin dai tempi di Aristotele (anche se oggi spesso si tende a credere il contrario), quello che conta in letteratura non è il vero ma il verosimile.

 

Ecco un esempio di come, con poche forme popolari (si noti ad esempio sposare in luogo di sposarsi) e senza violazioni marcate delle norme sintattiche, si può rendere il tono del parlato: «Avanti dunque, Pùlvara, ché se la memoria non ti fa cilecca, da qui al Tesin è questione di poche leghe. Più lungo fu il viaggio di Bonaventura Mangiaterra, dodici anni per tornare a casa, più di Odisseo: dodici come il numero degli apostoli, dodici come gli anni che avevi la prima volta che sposasti: con uno zingaro, epperciò col diritto di tradire, così come aveva lui: ché di nome eravate marito e moglie solo se non vi capitava di meglio, neh» (p. 48). Non appaia incongrua la menzione di Odisseo in questo brano: è pienamente coerente con la cultura dei cantastorie, che si sono sempre mossi in una zona di confine tra immaginario plebeo e reminiscenze della più alta letteratura.

L’ingrediente principale della scrittura espressiva di Pariani è senza dubbio il dialetto delle campagne lombarde, che insieme al gergo dei marginali viene celebrato assumendo il punto di vista di Pùlvara: «Ha traversato montagne e visto il mare, ascoltato lingue diverse: ché in Terra di Verona usano parole altre rispetto al Milanesado, e per soprasello con un buffo accento; più a settentrione adoperano il todesco e sulle rive del Po un’altra parlata ancora. Senza contare che i calcanti fanno germanìa a sé, con una lingua costruita apposta per non essere compresa da chi non ha fatto la stessa scelta di vita... Presèmpio Vado nella grotta a pigliare il turco, vuol dire vado all’osteria a farmi una bevuta, oppure Mi ha preso la compagnia dei grulli e m’hanno portato davanti a una limasorda per alludere alle guardie e ai giudici...» (p. 124).

Un modo efficace per rappresentare il modo di parlare e ragionare dei campagnoli che affollano il romanzo è la frequentissima comparsa di proverbi, locuzioni, modi di dire non di rado beffardamente triviali: «quando sei destinato a prendere le culate, le prendi pure se stai seduto» (p. 126); «a chi non piace vino e figa, Dio lo castiga» (p. 150). Anche questo è un interesse costante per l’autrice: quasi tutti i suoi libri ospitano un ampio repertorio di elementi di sentenziosità rustica.

Anche il recupero di elementi arcaici, ben funzionale all’ambientazione, è molto spesso orientato in direzione popolare; un bell’esempio è il «bastone nocchieruto» (p. 24), che proviene dal più celebre dei Fioretti di San Francesco, quello sulla «perfetta letizia».

Laura Pariani è tra i pochi autori contemporanei a tenere viva la gloriosa tradizione dell’espressivismo di matrice plurilinguista, piegandola però, in modo non canonico, alle esigenze di una vena narrativa che non sembra mai accusare stanchezza. Il piacere intellettuale per i giochi stilistici e quello ingenuo per le storie ben narrate trovano insieme soddisfazione nei suoi libri: non è un merito da poco.

 


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