03 luglio 2019

Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana

Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana

a cura di Matteo B. Bianchi. Con la collaborazione di Giorgio Vasta

Roma, Fandango libri, 2019

 

«Sono tutte le parole che ho detto e sarò quelle che ancora premono in gola per uscire» parola, Elisa Ruotolo (p. 202-203).

 

Se le parole sono gli strumenti di lavoro degli scrittori («ma sono anche legami, feticci, rappresentano ragioni di orgoglio, di passione, oppure di insofferenza, di frustrazione»  - Introduzione), questo dizionario è una bella finestra sul mondo interiore, sull’emotività e sulle scelte stilistiche degli autori che hanno scritto i lemmi del Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana, curato da Matteo B. Bianchi, con la collaborazione di Giorgio Vasta.

L’esperimento letterario vede la luce a partire da una rivista di letteratura, «’Tina» (il cui nome, per sottolineare l’assenza di pretese, perde «Rivi» rimanendo appunto «’Tina»).

Ad alcuni autori che gravitavano intorno a «’Tina» venne chiesto, più di dieci anni fa, di scegliere una parola e di motivare le ragioni di tale scelta. Approdato in un primo momento in Rete, il lemmario si trasforma in libro grazie ad un osservatore d’eccezione, Giorgio Vasta, che promuove la sua pubblicazione.

Nasceva così, nel 2008, la prima edizione di questo volume, il Dizionario affettivo della lingua italiana.

Arriviamo ai nostri giorni: la casa editrice Fandango festeggia  i suoi primi 20 anni di vita e ripubblica alcuni dei titoli più rilevanti del proprio catalogo, tra cui Il nuovo dizionario, con una rinnovata veste grafica, un formato e un’impaginazione che valorizzano maggiormente i contributi dei 368 scrittori-lessicografi. Un limite di 2.000 battute, libertà assoluta per i contenuti: «Gli autori erano dunque autorizzati a spaziare dalla battuta fulminante alla dettagliata dissertazione, dalla prosa alla poesia, dal ludico al colto, dall’emotivo al cerebrale».

 

Il risultato è brillante e  riflette un preciso momento storico, il nostro, in cui c’è sempre più bisogno di restituire significato autentico alle parole, di riappropriarsi delle parole spesso svuotate come manichini svestiti e buttati in un angolo di una vetrina. La parola fa bene e fa male, libera dal dolore e può provocarlo, la parola lascia sempre un segno, positivo o negativo: non a caso una delle espressioni più belle ed essenziali della nostra lingua, essere di parola, significa essere affidabili, rispettabili.

Rispetto a dieci anni fa, come osserva acutamente il curatore nell’Introduzione, «c’è molta meno leggerezza, meno voglia di giocare con le definizioni». «Gli scrittori hanno dichiarato affetto per le parole che afferiscono al senso di umanità di ciascuno di noi: confine, identità, habitat, crisi, popolo, karma…» (p. 13).

Vediamone alcune. Confine, per esempio, di Tommaso Giagni: «Fuori e dentro. Sopra e sotto. L’Altro e me. Confine è la linea che dà forma al mondo e ai rapporti che lo muovono. Nega l’unità, marca la differenza […]».

Roberto Saviano definisce la parola buonismo che: «viene utilizzata per degradare qualsiasi comportamento che si fonda su ragionevolezza, rispetto, comprensione, compassione. È la prima volta che ci troviamo a dover riflettere su questa parola e sul suo significato, e lo facciamo oggi per difenderla […] Quando non si conosce a fondo un argomento e si è incapaci di controbattere in maniera costruttiva, la risposta è compromettere l’autenticità dell’interlocutore: ”Salvi i migranti in mare? Non puoi farlo per spirito umanitario, lo fai perché ci guadagni! Dunque sei un buonista” […]»

Il bello di questo dizionario è che lo si può leggere in diversi modi. Se si è interessati a un determinato scrittore o a una certa scrittrice, basta andare in fondo al libro e sfogliare l’Indice degli autori: dopo il nome, è indicato tra parentesi il lemma definito e l’ultimo libro pubblicato. Ho cercato Gaia Manzini, la sua parola è nuotare: «Mia nonna, novantenne, sognava tutte le notti di andare a nuotare nella sua Liguria: esattamente come, negli anni Venti, faceva da ragazza scandalizzando l’intera provincia di Imperia. Non sono una vera sportiva, ma forse ho ereditato qualcosa da mia nonna. E ho sempre pensato che vivere – vivere bene – avesse a che fare con l’acqua […]». Nel definire umanità, anche Marta Pastorino ricorda la nonna: «È una parola che mi fa pensare a mia nonna. Quand’ero piccola, con l’arrivo del Natale, mia nonna faceva il presepe […] c’era l’asino piccolo piccolo, che mia nonna metteva al centro, e poi due più grandi, mamma e papà asino, e altri ancora, di dimensioni via via maggiori. Vedi, piccola mia – mi diceva –, questo è il presepe che ci rappresenta meglio, perché facciamo parte di un’umanità asina».

Se poi si vuole saltare di lemma in lemma, basta sfogliare l’Elenco per definizioni che riporta, dopo la parola, autore o autrice della definizione ma «trattandosi di un’opera talmente variegata negli stili e nei contenuti, un volume così indisciplinato, irregolare, volubile e appassionato, si presta agevolmente anche a una lettura integrale».

 

 

 

 

 


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