09 luglio 2019

Filologia della letteratura italiana. Nuova edizione

di Gualberto Alvino

Pasquale Stoppelli

Filologia della letteratura italiana. Nuova edizione

Roma, Carocci, 2019

 

A poco più d’un decennio dalla prima edizione l’editore Carocci ripropone, riveduto e ampliato, il celebre manuale di Pasquale Stoppelli, professore emerito di Filologia italiana alla Sapienza Università di Roma, nelle cui Conclusioni sono perfettamente compendiati concezione della materia e scopo dell’opera: «educare alla filologia ha un risvolto etico oltre che culturale, perché l’educazione filologica non si spende solo in relazione ai testi letterari. Filologia è arte del confronto, della comparazione; è esercizio critico che può risultare utile a valutare tutto ciò che incrociamo nella quotidianità; è rifiuto dell’accettazione passiva di quanto ci viene propinato dalle fonti di informazione e dai discorsi della politica; è capacità di ricostruire in un quadro d’insieme quanto recepito sotto forma di fatti apparentemente slegati […]. Se non sembra esagerato, aggiungerei che stare al mondo con consapevolezza richiede una disposizione filologica. Non è però esagerato riconoscere che solo questa consapevolezza è garanzia del corretto funzionamento di una democrazia. Oggi è anche capacità di orientarsi in Internet, per valutare l’attendibilità delle notizie che vi circolano […]. Un manuale universitario dovrebbe non solo introdurre ai fondamenti di una disciplina, ma anche far appassionare a essa». Parole da condividere appieno, sia perché non c’è comparto della filologia della letteratura italiana che non sia illustrato con una larghezza di dettagli ed esemplificazioni capace di suscitare persino nel profano interesse e desiderio d’ulteriori approfondimenti, sia soprattutto perché l’acribia dello studioso, come accade nei veri maestri, non è mai fine a sé, ma veicolo di tensione morale e conoscitiva.

 

Col suo consueto linguaggio altrettanto accessibile, anche al lettore meno avvisato, che scientificamente esatto (si adibiscono solo i tecnicismi strettamente indispensabili, non senza chiose accurate), Stoppelli ci accompagna in un lungo viaggio attraverso le metodologie e le tecniche del lavoro filologico, di cui - data l’ampiezza della trattazione - è impossibile dar conto, come qui si vuole, in poche righe; ci limiteremo, dunque, a un rapido excursus.

 

Gran parte del volume è dedicata alle istituzioni della disciplina: dai modi della trasmissione dei testi letterarî (alfabeti storici, relazioni tra grafie e segni, evoluzione dei materiali scrittorî, paleografia, abbreviature, originalità come valore) alla filologia di tradizione (in assenza degli originali si “restaura” l’autenticità della lettera) e alla filologia d’autore (in presenza dell’originale si ricostruisce il percorso genetico fino alla forma definitiva); dai varî tipi di edizione critica alla filologia dei manoscritti (fondamenti di codicologia; descrizione del manoscritto; gli autografi; l’originale; i testi non autorizzati, ossia posti in circolazione contro la volontà dell’autore); dalla fenomenologia della copia (classificazione degli errori, copia d’autore) all’edizione unitestimoniale; dal metodo di Lachmann (errore e variante, errore-guida, lectio facilior/difficilior, usus scribendi, recensio chiusa/aperta) al bon manuscrit di Joseph Bédier (dopo aver esaminato la tradizione e formulato ipotesi sui rapporti tra i testimoni, il filologo decide quale di essi debba essere scelto a fondamento dell’edizione); dal neolachmannismo di Giorgio Pasquali (correzione del metodo in senso storicistico) alla filologia dei testi a stampa (descrizione del libro antico; errori specifici della composizione tipografica e varianti di stampa; tradizioni miste, costituite cioè da manoscritti e stampe da essi indipendenti) e alla filologia d’autore con le sue enormi «potenzialità conoscitive».

 

Temi dell’ultimo capitolo - Altri aspetti testuali, allestito per la presente edizione - l’intertestualità (implicante «la valutazione di un dare e avere di tipo dinamico: anche il testo che riceve proietta su quello da cui prende un riflesso che ne fa meglio comprendere i significati, ne mette in evidenza le potenzialità»), gli stretti rapporti tra filologia e linguistica, il ruolo capitale della metrica e della grammatica storica nel lavoro ecdotico.

 

Seguono otto Questioni, rispettivamente sulla Commedia (la prima tradizione, le edizioni a stampa); sull’edizione dei testi non finiti («l’incompiutezza di un testo può riguardare il piano sintagmatico: cioè il testo presenta, fino al punto in cui si interrompe, una organicità e una continuità che lo rendono fruibile come qualsiasi altro testo letterario, anche se incompiuto. Oppure può essere di tipo paradigmatico: vale a dire che il testo presenta, in uno o più luoghi, una pluralità di soluzioni rispetto alle quali non si scorge una precisa preferenza autoriale. In questo secondo caso non c’è editore che, per quanto si senta obbligato al rispetto dell’originale, possa evitare di surrogare la funzione dell’autore, a meno che non decida per la riproduzione dell’originale in forma facsimilare»); sull’ecdotica dei generi particolari (testi folclorici, poesia per musica, laudarî, melodramma, testi teatrali, epistolografia); sulla filologia attributiva («se è vero che il testo in sé è la fonte più autorevole per decidere problemi di autenticità, è delicatissimo stabilire se un certo elemento linguistico o di stile possa essere davvero riconosciuto come una sorta di firma interna, soprattutto quando a essere coinvolti sono autori che hanno esercitato sulla tradizione una funzione modellizzante»); sulla filologia assistita dal computer e la possibilità di rappresentare dinamicamente testi e varianti: la rappresentazione dev’essere accompagnata «da uno sforzo esegetico. Il cosiddetto ‘lettore medio’, o anche uno studente avanzato di letteratura, che reazione avrà davanti al dispiegamento non commentato delle carte dell’autore o di tutti i testimoni di una tradizione? Per i filologi di professione, d’altro canto, nulla può sostituire l’ispezione diretta dei documenti, né essi si accontentano di trascrizioni fatte da altri. Manoscritti e stampe antiche veicolano nella loro materialità informazioni che la fotografia non riesce a rendere».


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