15 luglio 2019

Breve grammatica storica dell’italiano. Nuova edizione

Paolo D’Achille

Breve grammatica storica dell’italiano. Nuova edizione

Roma, Carocci, 2019

 

Il lettore consideri antifrastici tanto il «breve» del titolo quanto l’avviso in Premessa secondo cui la trattazione non presupporrebbe una particolare conoscenza della materia e del latino, perché il manuale del direttore dell’Ufficio di consulenza della Crusca Paolo D’Achille, uno dei nostri studiosi più dotati e versatili (ricordiamo almeno Dal Belli ar Cipolla. Conversazione e innovazione nel romanesco contemporaneo; L’italiano contemporaneo; Lasciatece parlà. Il romanesco nell’Italia di oggi; Parole: al muro e in scena. L’italiano esposto e rappresentato), lungi dal divulgar semplificando, riesce magnificamente nell’impresa di fornire allo studente e al docente di scuola, con un linguaggio altrettanto esatto che accessibile, un profilo certamente sintetico ma tutt’altro che approssimativo dell’evoluzione dal latino al fiorentino trecentesco, base dell’italiano letterario, senza mancare d’informare sulle vicende successive, «che hanno portato la lingua letteraria di ieri a diventare l’italiano parlato di oggi», e di tener conto degli studî più recenti, rispondendo esaurientemente ai quesiti posti con maggior frequenza dall’amatore di lingua: «Come si è formato e come si è sviluppato l’italiano? Attraverso quali stadi è avvenuto il mutamento linguistico in seguito al quale il latino si è trasformato nella nostra lingua?».

 

Il capitolo introduttivo, oltre a indicazioni di linguistica generale e romanza, presenta i diversi livelli dell’analisi e una rapida rassegna di nozioni preliminari: fonetica e fonologia; morfologia; sintassi; lessico; assi di variazione (con particolare attenzione a quello diacronico, che si occupa del mutamento linguistico); definizione e competenze della grammatica storica (che osserva l’evoluzione della lingua, «analizzando le trasformazioni proprie del sistema — si parla allora di “storia interna” —, mettendola in rapporto a fatti di storia sociale, politica, letteraria e culturale — “storia esterna” —»); questioni relative alla genesi delle lingue romanze; latino volgare e fonti per la sua ricostruzione: comparazione tra le lingue romanze; testimonianze di autori che riproducono l’uso popolare (come Petronio nel Satyricon e Cicerone nell’epistolario); iscrizioni private ed esposte (ad esempio gli scavi di Pompei); testimonianze di grammatici (Appendix Probi); carte tardolatine e altomedievali, contenenti preziosi volgarismi-guida.

 

Nel primo capitolo si traccia un profilo geo- e storico-linguistico dell’italiano e si descrivono i principali fenomeni fonetici e fonologici. I successivi quattro, «più tecnici», sono dedicati ai mutamenti sopraggiunti in diacronia, non distinguendo «tra sviluppi già propri del latino volgare (e dunque comuni all’intero mondo romanzo) e quelli caratteristici della sola area italiana, perché è parso più opportuno affrontare unitariamente i diversi livelli di analisi linguistica»: fatti fonetici (vocalismo, semiconsonanti, consonantismo, l’accento dal latino all’italiano, raddoppiamento fonosintattico, sempre con puntuali raffronti tra le parole italiane e le basi latine da cui derivano); morfologici, con indicazioni sugli sviluppi interni dell’italiano (perdita dei casi, con conseguente riduzione del sistema desinenziale latino all’unica opposizione flessiva tra singolare e plurale; collasso del sistema delle declinazioni; sviluppo di tecniche di tipo analitico: della madre < MATRIS; avrò letto < LEGĔRO); sintattici (passaggio da ordine libero a ordine soggetto-verbo-oggetto o SVO; sintassi dei clitici; perdita dell’infinitiva e di varie congiunzioni latine; divergenze tra italiano antico e italiano moderno; paraipotassi) e soprattutto lessicali, essendo «il lessico di una lingua […] quello più esposto al mutamento per i suoi forti legami con la realtà extralinguistica» (differenze areali nel lessico del latino volgare; latinismi; allotropi; prestiti; derivati e composti).

 

«[L]e tematiche sono presentate nel modo più semplice possibile […]; si è cercato però di metterne in rilievo le complessità, specie laddove esse sono tuttora oggetto di dibattito critico»: così D’Achille, evidenziando senza volere il massimo pregio dell’opera. Basti un solo esempio a rappresentare problematicità, trasparenza ed efficacia dell’esposizione:

 

«[Il raddoppiamento fonosintattico] è stato spiegato dal punto di vista storico come un fatto di assimilazione regressiva. Tra le parole che provocano il raddoppiamento sintattico, infatti, moltissime terminavano in latino con una consonante, che in italiano non è dunque caduta senza lasciare tracce; se seguita da una parola iniziante per consonante si è infatti assimilata a questa, che si è pertanto ‘allungata’: così, per esempio, da ET BENE si è avuto ebbene; da AUT VERO si è avuto ovvero. Successivamente, in Toscana il fenomeno si sarebbe esteso, per analogia, anche ad altre parole che in latino non terminavano in consonante (monosillabi tonici e polisillabi ossitoni) e infine a tutte le nuove parole ossitone entrate nel lessico italiano.

Dal punto di vista teorico generale, il fenomeno è ancora al centro del dibattito critico. Una spiegazione plausibile che ne è stata data è legata alla quantità vocalica: poiché le vocali toniche finali in italiano sono sempre brevi, come le vocali toniche in sillaba chiusa, ci sarebbe stata una tendenza a chiudere la sillaba finale allungando la consonante iniziale della parola seguente».

 

L’acribia dell’autore non consente che un’unica osservazione: «Nell’italiano parlato ogni complemento anteposto viene ripreso da un clitico (è il fenomeno della dislocazione a sinistra)». Sarebbe forse il caso d’avvisare che il modulo non è affatto esclusivo del parlato: non esiste praticamente autore della letteratura italiana dalle origini ai nostri giorni che non l’abbia adibito, non solo in contesti mimetici dell’oralità. Qualche esempio tra i meno remoti: «Ogni mio momento / io l’ho vissuto» (Giuseppe Ungaretti); «Il tram lo sentiva bene» (Italo Calvino); «Quella fotografia l’aveva scattata lui» (Antonio Tabucchi).

 

Bibliografia

 

Paolo D’Achille-Claudio Giovanardi, Dal Belli ar Cipolla. Conversazione e innovazione nel romanesco contemporaneo, Roma, Carocci, 2001.

 

Paolo D’Achille, L’italiano contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 2006.

 

Id., Lasciatece parlà. Il romanesco nell’Italia di oggi, Roma, Carocci, 2012.

 

Id., Parole: al muro e in scena. L’italiano esposto e rappresentato, Firenze, Cesati, 2013.

 

Id., Parole nuove e datate. Studi su neologismi, forestierismi, dialettismi, Firenze, Cesati, 2013.

 

 


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