29 luglio 2019

Essere o no scrittore. Lettere 1963-1988

di Gualberto Alvino

Vincenzo Consolo - Leonardo Sciascia

Essere o no scrittore. Lettere 1963-1988

a cura di Rosalba Galvagno

Milano, Archinto, 2019

 

L’esiguità dell’epistolario (ventun lettere di Consolo, ventinove di Sciascia), il magro novero di responsive e ben dodici annate silenti su ventisei non riducono d’un ette l’interesse e la curiosità di questo carteggio, curato con passione dalla studiosa catanese Rosalba Galvagno, da sempre attenta al versante formale del testo letterario (celebri e tuttora insuperate le sue esplorazioni critiche dell’opera d’un altro grande siciliano, il leggendariamente arduo Antonio Pizzuto), sia per la mèsse di dati biografici e storici offerta al lettore sia, soprattutto, per le abissali differenze che separano i due protagonisti della narrativa novecentesca, le medesime che intercorrono fra il turbinìo espressivo delle scritture macaroniche (Consolo) e il più lucido razionalismo nutrito di passione socio-politica (Sciascia).

 

Meraviglia, infatti, che a suscitare nel “giallista di lusso tutto cose” stima e persino devota ammirazione per il conterraneo esordiente sia un romanzo come La ferita dell’aprile («Il ritaglio che accludo riguarda un premio della cui giuria faccio parte: e mi pare che il tuo libro potrebbe concorrere con ottime possibilità. Personalmente, sono poi convinto che è assolutamente il migliore tra le opere prime»; «il libro è bello, nuovo, interessante»): antiromanzo o non-romanzo caratterizzato da oltranza sperimentale, preponderanza dell’interesse formale congiunta al più sfrenato edonismo pluristilistico, ripudio dei modelli narrativi convenzionali, inaudita speciosità dell’ammasso verbale (il testo rigoglia di parole antiche e disusate, neologismi d’autore, adattamenti di vocaboli dialettali), intrepida mescolanza di codici ed esaltazione del livello fonosimbolico, esibito come pura virtualità, crudo istituto, citazione culturale (rime e quasi-rime, assillabazioni, giochi allitterativi e parallelismi ingegnosi appesantiscono la scrittura fin quasi a vanificare la tensione narrativa in un’adorazione estenuata del significante): quanto, insomma, di più remoto dalla linearità linguistica e dalla medietà tonale della pagina sciasciana. Ciò nonostante, attrazione dei contrarî, «L’ho subito letto», risponde Sciascia al giovane prosatore, «e con interesse vivissimo. E conto di scriverne. […] Mi piacerebbe sapere quali sono i luoghi del suo racconto: per documentarmi su quelle particolarità storico-linguistiche che insorgono nel libro, e che hanno a me pare, peculiare carattere».

 

Consolo, dal canto suo, è talmente attratto dall’insigne corrispondente da considerarlo un «archetipo» insieme all’«antitetico» Lucio Piccolo: «due cifre letterarie — dichiarerà in Piccolo grande Gattopardo — che ho cercato, nella mia scrittura, di far conciliare»; e ancora, in un’intervista del 1988 a Marino Sinibaldi: «fare lo scrittore allora, per quelli della mia generazione, significava una cosa sola: indagare e testimoniare la realtà, fare lo scrittore sociale.[...] Io credo nel significato non solo letterario ma storico, morale, politico di questa ricerca. Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa storia».

 

La corrispondenza, si precisa nella sobria e puntuale Introduzione, «in un primo momento prevalentemente letteraria, si fa anche biografia del quotidiano. […] Consolo, pur nella sua garbatissima discrezione, è colui che di più si mette a nudo, fiducioso di trovare nell’amico Sciascia un ascolto attento e sensibile sia riguardo a problemi di etica relativi al ruolo dello scrittore, o anche a certe sue preoccupazioni da “giovinetto”, secondo l’appellativo datogli da Lucio Piccolo. O alla richiesta di indicazioni concernenti il lavoro, o riguardo alla franca “dichiarazione d’amore” nei confronti di Sciascia considerato come il modello per eccellenza di scrittore e di intellettuale, o per rivolgergli delle richieste d’aiuto». Richieste d’aiuto spesso strazianti: «Arrivi in tempo, Leonardo, per eventualmente darmi ancora una mano per risolvere i miei problemi di lavoro. Alla fine di maggio, infatti mi scade il contratto alla Rai e non so proprio quello che capiterà».

 

Ma non mancano scambî epistolari preziosi per l’inquadramento delle rispettive poetiche. Scrive Consolo a Sciascia il 15 ottobre 1978: «dopo la lettura dell’Affaire Moro, risento il bisogno di […] fissare sulla carta i pensieri e i sentimenti a chiusura del libro. Unica e straordinaria è la capacità di leggere la realtà. […] Realtà che tu poi sai significare con tutte le sue correlazioni, culturali e umane, e per cui il tuo “rapporto” si intensifica col risultato di una scrittura che sembra si riallacci agli altri libri scritti e al “libro a venire”. Una scrittura borgesiana che non è mossa dal lato fantastico ma da quello reale. Così, in questo Affaire, ci hai restituito un Moro, e tutto quanto si muove attorno a Moro, che non può che essere il più verosimile, il più vero. […] Infine, a leggerti, io che ambisco, sia pure in modo non assiduo, praticare la scrittura, sento come un senso di colpa di non essere lucido e “laico” come tu insegni che bisogna essere; di non aver saputo ancora del tutto domare i personali furori e torpori, di essermi fatto spesso distrarre dagli ornamenti nella visione della nuda realtà».

 

Una sola, minima osservazione sui criterî di edizione. Nella Nota al testo si avvisa d’aver proceduto alla «correzione di rarissimi refusi» (che sarebbe stato buon consiglio segnalare in apparato) e nell’Introduzione di aver mutato il consoliano cucurbitacea in encurbitacea ritenendolo, giustamente, un errore d’autore. Sennonché, com’è noto, nella pubblicazione di scritture non letterarie è bene che il rispetto degli originali sia assoluto, persino per quanto riguarda le peculiarità grafico-interpuntive.

 

 

 

Bibliografia

 

Vincenzo Consolo, La ferita dell’aprile, Milano, Mondadori, 1963; poi Torino, Einaudi, 1977.

 

Id., La lingua ritrovata, intervista a Marino Sinibaldi, «Leggere», II, 1988, pp. 8-15.

 

Id., Piccolo grande Gattopardo, in La mia isola è Las Vegas, Milano, Mondadori, 2012, pp. 212-13.


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