09 settembre 2019

Le scritture delle donne in Europa. Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie (secoli XIII-XX)

di Tamara Baris

Tiziana Plebani

Le scritture delle donne in Europa. Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie (secoli XIII-XX)

Roma, Carocci, 2019

 

Il volume di Tiziana Plebani Le scritture delle donne in Europa. Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie (secoli XIII-XX) è utilissimo per quanti vogliano accostarsi, o siano già interessati, allo studio delle scritture femminili perché ne offre un panorama ricco che attraversa i secoli: dà notizia e descrive donne più e meno note, fa ordine nel caos delle donne che scrivono, getta una luce diversa sui luoghi comuni più diffusi circa l’argomento.

La storia de Le scritture delle donne in Europa è la storia di tante donne che hanno scritto in tempi diversi e per motivi diversi, nel volume si cerca «di creare un ponte o un terreno di incontro fra scritture comuni e scritture letterarie, tra le molte donne che presero la penna in mano per necessità, bisogno comunicativo, esigenze amministrative, memoria esclusivamente personale e quelle che invece ambivano a essere conosciute da un “pubblico” per le loro creazioni, fossero poesie, romanzi, saggi o altro, puntando a divenire partecipi della scena letteraria» (p. 12), così scrive la Plebani nella sua introduzione metodologica che precede i capitoli che ci forniscono una rassegna dei sette secoli presi in esame.

Un panorama ricco che parla di desideri e ambizioni, di «scansioni, scarti, aperture e chiusure», una storia molto meno lineare, molto più animata di quella tramandata dalla vulgata e dai giudizi sommari sul rapporto tra donne e scritture. Il volume (che presenta fotoriproduzioni di alcuni dei documenti citati) non mira a proporsi come un’antologia, ma aiuta a far luce, in un panorama vasto ed eterogeneo, tra le donne che hanno avuto «accesso all’alfabeto, possibilità di avere carta e altre cose materiali» (p. 23). L’obiettivo dell’autrice è stato rispondere ad alcune domande fondamentali: perché queste donne scrivevano? Per quali strade giungevano alla scrittura? Che cosa scrivevano? Quali generi preferivano e che cosa volevano raccontare, descrivere, narrare.

Chiariti questi aspetti, Tiziana Plebani ci presenta le storie di queste donne descrivendo scritture e testi medievali, a partire da Alba che, nel 1044, in Catalogna, stilava in latino un atto di vendita e lo firmava «scrivendo il suo nome in forma ben visibile, scandendo le lettere con grande modulo, tradendo forse un malcelato orgoglio per quella sua perizia, rara tra gli uomini e ancor più rara nelle donne» (p. 28); passando, poi, per le comunità monastiche, gli esordi letterari, le scritture del quotidiano nella civiltà dei mercanti.

 

Margherita e le altre

 

Uno dei tanti casi da tenere a mente: quello di Margherita Bandini Datini (la moglie del ricco mercante di Prato Francesco di Marco Datini) che «da analfabeta che dettava le lettere allo scrivano, di cui peraltro si serviva talvolta anche il marito per comodità, giungeva alla confidenza graduale con l’alfabeto sino al conseguimento dell’autonomia epistolografica» (p. 40). Margherita Bandini si dimostrerà sia un caso tipico della sua condizione sia una felice eccezione, figura e moglie tutt’altro che passiva: un’ottima collaboratrice per il marito, amministratrice oculata dei beni di famiglia con un buon margine di autonomia e di giudizio. Francesco, spesso in viaggio e lontano da casa, affida alla donna la gestione del Palazzo pratese e della vita domestica. Margherita si trova così a essere investita di compiti pesantissimi (era occupata “in molti affanni, nei quali le donne non sogliono essere”, annotava l’amico Ser Lapo Mazzei) per una casa che è insieme azienda e un cantiere sempre aperto. La donna colma il vuoto affettivo creatosi col marito proprio attraverso la scrittura. La Plebani ricorda, in proposito, il punto di vista di Luisa Miglio secondo cui «spetterebbe infatti alle donne il merito di aver fatto penetrare nell’epistolografia di questo periodo, segnata da più commerci e dall’asciutto linguaggio delle transazioni economiche, il registro dei sentimenti e delle tonalità dell’affetto assente invece nelle lettere maschili» (p. 41).

Affetto, sentimento e, prima di ogni altra cosa, produzione, stesura di documenti (scritture dell’io) capaci di trasmettere un’esplicita volontà di lasciare memoria di sé. I casi presentati dalla Plebani sono numerosi e interessanti, ciascuno per più motivi e da più punti di vista: troviamole “letteracce” di Alessandra Macinghi Strozzi, Dionora Contarini, ma anche Christine de Pizan e la sua grande avventura letteraria o Bianca Maria Visconti.

 

E mo non guardate ala gnurantia delo scivere

 

Un altro caso, dal capitolo che segue (Il lungo rinascimento delle scriventi) ,è quello di Bellezze Ursini da Collevecchio («la testimonianza più eclatante di questa alfabetizzazione montante», p. 59) e quella della sua confessione che si è conservata ed è stata scoperta, come è noto, da Pietro Trifone all’interno di un faldone riguardante un gruppo di processi criminali presso l’Archivio di Stato di Roma.

«Como che chi impara la lettera se dà el principio delo leiere e delo scrivere, e po’ se sequita secunno la ‘ncrinazione de onnechivelli, chi a uno modo chi a un altro, chi de piune chi de mino» (p. 61), scriveva la povera strega, «scriveva male, Bellezze, ma comunque scriveva», fa notare l’autrice, scriveva e istituiva un parallelo tra apprendimento della scrittura e apprendimento della stregoneria, si sentiva superiore rispetto al livello medio della comunità di cui faceva parte e annotava, infatti, «non puoi intrare in questa arte si sì scrausa, senza stuteza e bona parlatura».

 

Libertà e desiderio

 

Facendo una rassegna veloce, dopo aver incontrato la supplica di Gracimana Contarini, Giovanna Peller, il diario di Rosalba Carriera e tante altre donne che meritano molto più che una frettolosa citazione, arriviamo al capitolo Dall’Ottocento alla piena alfabetizzazione del primo Novecento in cui si incontrano, tra le tante, Maria Conti, Paolina Leopardi, Bettina Brentano von Armin, ma anche Cristina Trivulzio di Belgioioso, Luigia Codemo e alcune interessanti scriventi custodite presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Il volume della Plebani è un percorso prezioso, in cui a dettare i passi è «la prospettiva storica della scrittura, la sua libertà e il suo desiderio» (p. 269), passi utilissimi per gli storici, gli storici della lingua e la Storia, per dare una maggiore attenzione, anche in vista di un allargamento di visuale, a scriventi comuni «che hanno lasciato lettere, testamenti, contratti, libri di conti, quaderni di ricette, diari, pensieri», per non inserirle più «distrattamente nel bacino degli analfabeti o dei semicolti. Una stagione storiografica più attenta alla storia dal basso e la nascita di centri di raccolta di scritture popolari sta indicando nuove prospettive e facendo maggior giustizia» (p. 271).

 

 


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