18 settembre 2019

Un semplicissimo universo inespanso

di Gualberto Alvino

Michele Fianco

Un semplicissimo universo inespanso

Torino, Nino Aragno editore, 2019

 

 

Si avverta sùbito che la poesia di Michele Fianco, di cui il benemerito Aragno offre qui il fiore (e non già l’omnia, come lascia intendere in quarta Laura Pugno con l’espressione «venticinque anni di vita letteraria e poetica»; né soccorre la magra Bibliografia), non dice, non rappresenta né tantomeno trasfigura in canto dati immediatamente sensibili: verbalizza in emblemi ora tersi e persino affabili (l’elativo del titolo è più eloquente di quanto appaia):

 

«Che ci provo a rimanere,

a rimanere appeso

al mondo, sì, ci provo:

ma il gioco non riesce»,

 

ora ecolalici e straniati, tra sconforto e compiaciuta (auto)ironia:

 

«tutto il bisogno, bisogno

mio, peccato di verità

un tocco toccato di fretta,

che potemmo ma di fretta

ma fino al vivo del vivo

nel letto di un letto non basta

in testa di testa, di cuore

nel cuore e tu dammi retta»,

 

la ricerca dada-surrealistica di luoghi e ragioni in cui consistere da parte d’un io/non-io poetico random, inetto, desublimato e dislocato:

 

«Ho più biografia io

di un pianeta, di un mondo,

di un’altra cosa

tipo me che ero con te.

Bagnato di luce, d’ombra

un ramo accettabile,

la vita che va, tutto qua»,

 

spesso ridotto a flatus vocis (l’acuto avviso di Luigi Matt sul prosatore vale anche per il poeta: «Lo stesso statuto della voce narrante è incerto: non è affatto detto che a parlare sia sempre la stessa figura», Treccani.it, 30 agosto 2018), se non financo a sliricata musica di sorgente, che, si badi, non ha mai il totale sopravvento sul senso (non sarà inutile avvisare che l’autore, oltre che un consulente di comunicazione, è un accanito cinefilo e un reputato jazzista - s’intitola Swing! il suo più celebrato non-romanzo -, ergo il suo modo di formare è meno letterario che architettonico-musicale), come provano la dizione ipnotica, desultoria, (s)raziocinante:

 

«sembravo strano io, che per me, i fiori,

c’erano le margherite e tutto il resto rose.

Ora il bambù: non è una pianta, è un osso cavo,

la percussione che non conoscevi.

Fiorisce ogni centoventi anni, e tutti insieme nel mondo,

come un appuntamento»;

 

gli slittamenti e i repentini cambî di progetto concettuali:

 

«una storia di attese, aperture e mercati mondiali.

Sarà il ‘sempre in sospensione’ del New Orleans, della Bossa,

la nube di Magellano, prima serata, venerdì.

È un’arte. Qui nulla tende a bisungere,

l’autore è un collega e non fermi l’acqua con le mani»;

 

le distorsioni non solo foniche, spinte talora sino alla babele asemantica e all’inventio linguarum:

 

«se ti sei morto molte volte e molto

desòssi fosse che ciriòcca e sbocca

del prepoté, del prepotere

di un’amatura, ora, qualora more

di un minorare, andando, quando mìnora

del prepoté, del prepotere

se a ’lontanando si, s’a llate’ late

s’a llatelàtita

o ammàina résosi o animala llà

a particelle, ad una ad una infami»;

 

il crudo registro antimelodico/polifonico e i ritmi discorsivi scabri, sapientemente sincopati della sua scrittura, sia in verso sia nei poèmes sans vers degli ultimi anni:

 

«Faccio tutto, faccio ancora,

che a imparare si sbaglia, sempre,

soprattutto imparando

una strada, una cosa, ecco, la vita

falla e sta zitto, tutta,

che quella viene, sì, faccio vita

ch’a impararla si sbaglia

ma non, però, di qualche attimo in giù…»;

 

«Teorema tavolo bianco, leggero, a espansione panoramica diagonale 155 per 155 sulle sue danze di legno chiaro (si dicono gambe anche quelle, riferiscono).

Scaletta libreria modulare, essenziale, le quattro figure asciutte verso l’alto (e chiare anche quelle) e la quinta poggiata di spalla alle altre, in tono scuro, profondo, compreso».

 

Sicché si riceve con disagio ogni formula critica basata sulla cosiddetta vita: «una vita intessuta di linguaggio riflessione e potremmo dire teoria, ma una teoria entangled nelle cose, è forse la parola chiave che ci permette accesso a questi versi» (Pugno): nulla di più abissalmente lontano da questa poesia nata dalla prosa, dotata di notevole energia verbale e tuttavia restia ad alzare la voce; una poesia assata sullo scavo nella lingua-mondo, in cui le cose (che mai s’intende con questa parola? una metafora, un settenario, un’anastrofe, un ritmo giambico non meritano forse lo statuto di cose?) sono traslati, strutture armoniche da compilare e interpretare:

 

«Telefono alle cose, quelle che mi inquadrano, che non mi stanno e quelle che più mi ballano. Che quando le cominci ad argomentare dici: ma che ti importa a te di stare a dire. Ad esempio, mezz’ora fa, in questa storia immensa, davanti al suo sto qui, qui, vicino a me, qualcuno ha detto. Qualcosa ha detto. Che io poi l’avrò pur assecondato: “sì, sì…”. Ma niente, un attimo di fronte a tutto, tutto quanto»;

 

stralunate scorie speculative goffamente emulanti il linguaggio scientifico:

 

«Come alcuni alimenti che sanno star in piedi indipendentemente, non occorrono loro accostamenti, particolari sintesi con altri sapori o tentativi di uno chef, la sua mano non tiene conto del possibile scarto della coppia avversaria e fa un tentativo al limite. Così, visto oltre i vetri e la loro uniforme trasparenza che un tempo lineare ha donato come caposaldo, pare inaffondabile. Pochi leggono che quando un’evoluzione naturale acquisisce definizione - può accadere in seguito a lutto o confronto d’amore - si corre da soli, si colloquia coi vecchi, non si hanno prati da percorrere, prima che un intero impianto condiviso riesca pian piano a capire. Ecco, non ne ha inventato una tecnica, è lui stesso genere, nuovo genere di sé tra due tramonti di epoche».

 

E ancora: paronomasie, ossimori, calembour («centrale viale, / dove la via, via via, sale», «coglieva, se non il tutto, almeno il niente», «faccio tutto, facci caso»). E soprattutto citazioni mascherate: cfr., tra l’altro, la sintassi frazionata in sequenze asindetiche e l’«ipertrofia interpuntiva» (Matt), come nel Sanguineti antiromanziere:

 

«Finì per dire che fu patologia, anzi, più patologie, ma in equilibrio, questa vita. Tutta. Un sangue storto di routine, un su e giù, un respiro che devia. Altri tempi, avresti detto. E io con te, ora. Che li vedo, quasi fosse appena ieri, i batteri di qualche era fa. Erano, semplicemente erano. Facili, senza ordigni fisici e non mentali, figuriamoci. Così, da questi passi, da queste soste, penso un’altra cosa, altre cose, che nemmeno nomino».

 

Ma il tratto certamente più interessante è il confronto/scontro con la tradizione, finalizzato ovviamente al suo ripudio, come testimonia in particolare il livello metrico. Un solo esempio. Il componimento numero ironico 501 della sezione Il Sapiens… (2005) consta di sette quartine di endecasillabi a rima alternata: tra i metri più insigni, in quanto stanza di sonetto, della nostra storia poetica. Ebbene, tutto procede nel pieno rispetto della norma fino alla penultima strofa:

 

«visto? è tornato poi quello che era,

un incontro, una cura da inòculo

che era all’inizio, che era paura —

sangue basso, disillusione in circolo»,

 

dove non solo il 1° verso non rima col 3° né il 2° col 4° (nel primo caso trattasi di quasi-rima; nel secondo il richiamo è garantito dalla proparossitonia di inòculo e circolo e dalla loro consonanza), ma i primi tre sono decasillabi, a meno che non si supponga una dialefe (eslege) tra che e era nel 1°e nel 3°. Scartata senz’altro l’ipotesi d’un errore d’autore (inconcepibile in un letterato cólto e raffinato come il Nostro), è del tutto evidente: Fianco si autoincarcera per evadere, recupera la tradizione al fine di sabotarla. Sempre col garbo e la mitezza che lo contraddistinguono.

 

Siamo insomma di fronte a schegge dis-orientate, sovente avulse da qualunque contesto. Il richiamo alla vita è dunque lecito, in questo come in tutti i poeti degni del nome, solo nella metaforica accezione pizzutiana, divenuta poco meno che proverbiale dopo la nota appropriazione di Bufalino: «L’arte consiste nell’aggiungere vita alla vita».

 

 

Opere di Michele Fianco

 

POESIA

Versi in via di liberazione (e un numero civico), Roma, Le impronte degli uccelli, 2008.

The Best of..., Roma, Le impronte degli uccelli, 2009.

ma non puoi fare come tutti gli altri?, Pescara, Edizioni Tracce, 2012.

Sefosse per me, edizione indipendente, 2014.

the Silver Poems:25th, edizione indipendente, 2015.

 

PROSA

Swing! (romanzo), Roma, Edizioni Polimata, 2011.

Nuovo Glossario Aggiornato Lavoro 2014 (pamphlet), edizione indipendente, 2014.

La confezione (romanzo), edizione indipendente, 2016.

Gli altronauti (romanzo), edizione indipendente, 2017.

PortaporTales. Racconti della domenica mattina, edizione indipendente online, 2017.

 

WEBWRITING

L’ospite è un mattino, radio, edizione indipendente online, 2016.

 

PHOTOWRITING

© Robert Becker Photographer, edizione indipendente online, 2016.

© Robert Becker Photographer, un anno dopo, edizione indipendente online, 2017.


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