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3_immagine_recensioneGiuseppe Antonelli
Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato
Il Mulino, 2010
 
La lingua della canzone, genere di consumo di ampia diffusione, può essere studiata come specchio della lingua italiana tout court soltanto in una certa misura, avverte Giuseppe Antonelli in questo saggio approfondito e documentato, in quanto «le esigenze dell’elaborazione artistica» incidono sulla tendenziale aderenza alla lingua viva parlata. A tali esigenze si aggiungono, inoltre, «i vincoli imposti dalla base musicale».
 
Scartata come inverosimile la possibilità che le caratteristiche della lingua dei testi delle canzoni possano aver inciso sulla lingua italiana con l’anticiparne o determinarne certi sviluppi, l’autore – che insegna Linguistica italiana all’Università di Cassino – sostiene che la lingua della canzone può senz’altro aver favorito e forse anche accelerato tali sviluppi. Specialmente negli anni in cui l’italofonia era ancora precaria e la canzone, per le classi dei parlanti sociolinguisticamente svantaggiate, costituiva un importante modello di riferimento. Insomma: le innovazioni linguistiche non sono partite dalle canzoni per poi prendere piede nella lingua; le canzoni hanno però funzionato – dice Antonelli – da potente «amplificatore» per quei tratti innovativi che venivano concepiti nel frastuono di massa in cui prendeva forma l’italiano dell’uso medio. Diffondendo le innovazioni della lingua tramite un bombardamento acustico costante, le canzoni hanno svolto una funzione – ci si permetta l’espressione – evangelizzatrice del verbo quotidiano, vecchio e anche nuovo, soprattutto nei primi decenni del Secondo dopoguerra, per un pubblico scarsamente alfabetizzato. Non è poco.
 
Per mettere in relazione i tratti della grammatica e del parlato con le canzoni, Antonelli ha cercato di scongiurare ogni rischio di empirismo o soggettivismo nella scelta dei testi da smontare. Per questo motivo lo studioso ha creato il corpus di circa 1.000 canzoni a partire dai dati di vendita, «sottraendo la scelta a qualunque criterio estetico o letterario» (p. 75; alle pp. 75-80 sono illustrati i criteri di allestimento del corpus). Il periodo preso in esame va dal 1958 al 2007.
 
Il quadro che emerge dal saggio di Antonelli è ricco e vario. I percorsi tracciati sono chiari, le contraddizioni nell’evoluzione della lingua della canzone italiana marciano di pari passo con quelle che segnano il costume e la società. Antonelli coglie e descrive il processo che porta, tappa dopo tappa, la lingua della canzone a rinnovarsi, intaccando profondamente il codice interno, artefatto e stereotipo nei suoi marcati tratti «di matrice vetero-poetica» (inversioni nell’ordine delle parole, uso di parole bandiera troncate, magari in rima, come cuor e amor, elisione in t’amo, ecc.). Il cambiamento si realizza attraverso una costante marcia di avvicinamento al parlato (simulato con sempre maggior perizia: dislocazioni, che indeclinato subordinante, lessico quotidiano, turpiloquio) e con una misurata ma significativa acquisizione di modalità proprie della «grammatica ermetica» (stile nominale, pseudosinestesie, versatilità della preposizione di nelle configurazioni analogiche, ecc.), eversive rispetto all’ottocentismo rimaiolo ormai esausto.
 
Quale canzone, quale testo, quale data sono assumibili come pietre miliari in questo itinerario? Più che Nel blu dipinto di blu di Modugno (1958), più che Il cielo in una stanza di Paoli (1960), più che il cantautorato degli anni Sessanta (meno incisivo sui tratti sistemici di quel che si ritiene normalmente), Antonelli pensa all’anno 1972, alle canzoni Parole parole e Grande grande grande cantate da Mina e, soprattutto, a Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni, «un testo a suo modo perfetto» per una buona serie di motivi squisitamente linguistici – illustrati analiticamente a p. 235 –. La vera rivoluzione interna al codice della canzone italiana avviene nel decennio 1967-1978, in parallelo a quanto accade nella società, e non nel decennio precedente, come tanta storiografia e critica sostengono. E dopo che cosa succede? «Mentre l’avvicinamento al parlato mostra – nel corso dei decenni – un percorso tutto sommato rettilineo (in cui il ritorno all’ordine non riesce a cancellare le conquiste fatte nel tempo), i tratti del canzonettese tradizionale presentano quasi tutti un andamento carsico» (p. 237), tanto che oggi si assiste alla «radicalizzazione del confronto/scontro fra testi pensati (quasi) al solo scopo di accompagnare la musica e testi che invece esibiscono (ostentano) la propria elaborazione linguistica […] Di qua la complessità di Carmen Consoli; di là l’immediatezza di Laura Pausini» (p. 239). Di qua le inusitate «parole di burro», di là il rassicurante stereotipo che «c’è ancora dentro agli occhi tuoi».
 
Il libro ha un merito che va oltre al merito dell’argomento: cattura per la capacità dell’autore di dinamizzare l’esposizione analitica e il rigore scientifico in un cinetico montaggio delle attrazioni di taglio e latente intenzione/tensione narrativi: si veda, per esempio, la cronologia apparentemente randomizzata, secondo gusto tarantiniano, che governa viceversa in modo funzionale la successione dei primi paragrafi del primo capitolo; soprattutto, si consideri la sapiente manipolazione ludica del significante (già sperimentata dall’autore nei suoi precedenti saggi di analogo respiro e ambizione), che ruota sempre attorno al tema della canzone e delle canzoni (titoli e versi citati, parafrasati, deformati e riusati a fini argomentativi ma con forte carica impressiva): si può dire che i canzonettisti-parolieri sono finiti nelle mani di un “linguista-paroliere”, con il risultato che, per i lettori, cinquant’anni di Sanremo, cantautori e rap sono diventati tutta un’altra musica.
 
Silverio Novelli