02 ottobre 2019

Il pantarèi

di Gualberto Alvino

Ezio Sinigaglia

Il pantarèi

Alberobello, TerraRossa Edizioni, 2019

 

Che il destino della letteratura italiana sia nelle mani dei piccoli e minimi editori è un dato ormai acquisito. Ne è prova ulteriore la riproposta del primo non-romanzo di Ezio Sinigaglia, formalmente rimaneggiato, nella collana «Fondanti» della barese TerraRossa, diretta da Giovanni Turi e dedicata a testi oggi introvabili «che hanno segnato un’epoca o hanno rappresentato un tassello fondamentale nel percorso narrativo di autori di talento». Dell’opera — scritta alla fine degli anni Settanta e apparsa nel 1985 per la SPS (poi Sapiens) di Milano nella generale indifferenza, se si escludono i generosi referti di Vittorio Sereni, Giuliano Gramigna, Giovanna Bemporad, Elvio Fachinelli e di pochi altri benemeriti — traccia una densa epitome lo stesso «scrittore aspirante» (parola dell’Autore), traduttore, fotocompositore e ghostwriter in un’intervista resa al sodale Giuseppe Girimonti Greco (col quale — nota non dappoco ai fini critici — lavora a una nuova traduzione del primo volume della Recherche):

 

«È la storia di un “poligrafo senza occupazione” (come viene definito nelle prime righe), Daniele Stern, che in realtà fa il “collaboratore editoriale”. Di solito fa piccoli lavori tipo correzione di bozze, traduzione di gialli e simili. Stavolta invece gli viene affidata la stesura, per una non certo innovativa Enciclopedia della donna, di un saggio di 40 pagine sul romanzo del Novecento, all’interno di un progetto editoriale molto confuso. […] Stern comincia a scrivere e, benché continui a dirsi che lo fa solo per ragioni alimentari, rimane molto coinvolto nel lavoro (anche perché è uno scrittore mancato, o non ancora realizzato). Stern si discosta dalla scaletta che gli è stata data dalla casa editrice […] e sceglie una linea molto precisa: quella che si potrebbe definire di rinnovamento e autodistruzione del romanzo. Più procede nel lavoro più trova che questa linea abbia una sua coerenza. […] un romanzo sperimentale che raccontava la fine del romanzo sperimentale. Il pantarèi, in fin dei conti, è in effetti un romanzo post-moderno, benché a quei tempi io non fossi in grado di formulare questo concetto. Post-moderno anche in questo senso: che viene ad affermare “il romanzo modernista è morto ma il romanzo non è morto e non può morire”, come appunto sostiene il saggio scritto dal protagonista Daniele Stern nell’ultimo capitolo, quello su Robbe-Grillet, l’autore che arriva alla negazione più estrema di tutte. […] Ma il nerbo è costituito dagli autori (Proust, Joyce, Musil e per finire Robbe-Grillet) che danno invece ciascuno il proprio contributo alla demolizione del romanzo di impianto tradizionale, ottocentesco, in tutti i suoi elementi costitutivi: tempo della narrazione (Proust, ma non è certo questa la demolizione più traumatica), ambiente e personaggi (soprattutto Musil), vicenda (Musil e soprattutto Joyce, che fa esplodere la storia in una miriade di frammenti). […] Ma ogni tanto Stern interrompe la scrittura, che è riportata in corsivo, e ci sono righe in tondo in cui pensa. Questo mi offriva la possibilità di fare una specie di controcanto o di commento interno, dell’autore a sé stesso, con una conseguente moltiplicazione del gioco di sovrapposizione e sdoppiamento della figura dell’autore, del narratore o voce narrante, del protagonista in quanto autore del saggio, del protagonista in quanto ironico commentatore di sé stesso».

 

Un romanzo sul romanzo che cova, per giunta, un progetto di romanzo del tutto avulso dal contenitore: quello che lo «scrittore aspirante» Stern intèrpola a lacerti disperando di finirlo. Si tratta dunque d’un’operazione condotta programmaticamente — e magistralmente — all’insegna dell’incoerenza e della desultorietà (il più sedulo ossequio alla tradizione coabita in perfetta armonia con inaudite oltranze sperimentali), di cui non già il plot, ma la lingua è il vero protagonista, come in tutti i prosatori verticali: un’olla podrida insaziata e onnivora in cui Sinigaglia scaraventa volentieri ogni singolo lemma espressionistico o anche solo antagonistico e “di ricerca”. Un vero e proprio catalogo dell’eccesso voluttuosamente squadernato. Parole macedonia, giustapposizioni e composti d’ogni tipo (biancoasfaltato, biancoblunghe, biancogrigiostriato, cordialaggressiva, culobasso, dopoproust, [a] gamballaria, ghiottogattesca, giornosignoregrazie, grigiobianco, lavorincorso, poverocristo, soffio-ricordo [d’estate]); neoconiazioni, vocaboli culti e desueti (andivenire, bluire, buffare, caracollotico, catarraggine, estrovagante, fiabescare, foglieggiare, gragnuolare, impadano, mandibolmente, nuvolaggine, ricocciare [contr. di scocciare], saltimbancheria, strifolare, torrentìo, trasandante, tremìo); paronomasie e tessere ludiche sovente incastrate in contesti inconciliabili:

 

«Lento dietro le lenti»;

«Guarda dove l’ho cacciata. Guardati dal guardacaccia»;

«Un sole vivido ora e nell’aria ferma come un trepido (o tiepido?) un trepido tepore»;

«silenzioso è il mio passo, a passo silenzioso passeggio»;

«Sonneglio o vegliecchio? Sesto o son dogno?»;

 

brevi sequenze asindetiche e nominali nevroticamente interpunte, a riflettere la dislocazione del protagonista:

 

«Bere un caffè. Più avanti. In quella torrefazione. Forte e tutto crema. Squisito. Se lo è ancora»

«CO a profusione. Si respira veleno. Rumori. Più di tanti decibel sono dannosi. La sirena dell’ambulanza è come una pugnalata nel cervello. Tutto va male. Manca lo spazio. Il tempo. Mia moglie mi ha piantato? Colpa della vita che si fa. La città. Le strutture. Sono una vittima»;

 

locuzioni troncate, come avviene nella fucina del pensiero cogitante:

 

«Ottimo questo caffè. Denso. Cremoso. Lascia il profumo in bocca. Uno dei pochi posti dove.»

«Mi sono accorto che.»;

«Vorrei un paio di polacchine. Di quelle scamosciate. Opache. Sa. Quelle che.»;

«Svogliata. Automatica. Tutto il giorno a.»;

 

mirabili imitazioni dello stream of consciousness joyciano al servizio d’una rara potenza rappresentativa e introspettiva dell’umano (per Sinigaglia ogni opzione stilistica, e persino — a dirla con Contini — grammaticale, è un’opzione gnoseologica):

 

«Toh! un negozio di scarpe. Dev’essere nuovo. Mmm, roba di lusso. Andiamo a bere il caffè. Le scarpe dopo. Più avanti. Quello d’angolo. Prezzi popolari»

«Forse avrei fatto meglio al semaforo basta essere pronti cogliere il momento opportuno gioca tutte le tue carte forse potrai riaverla approfittare delle debolezze ecco dopo questa via è un gioco sporco ma bisogna difendersi anche lei non è certo felice con quel suo avvocatuccio tutto peli almeno il buongusto di sceglierne uno più carino brutta situazione proprio qua in mezzo ti passano quasi sui piedi lei telefona è preoccupata complesso di colpa […]».

 

Meri esercizî retorici? Scintillanti parate di «parole in libertà», come lo stesso protagonista definisce i proprî sproloquî e soliloquî? «Una scrittura che rimane quasi nient’altro che suono» (Stern su Joyce) o «luogo dove qualsiasi cosa potrebbe accadere e dove non accade mai nulla» (su Musil)? Sia il lettore a decidere. Ma nessuno vorrà negare che in un’epoca da basso impero e di generale analfabetismo letterario come l’attuale, un prosatore eclettico, brillante e culturalmente raffinatissimo come Ezio Sinigaglia rappresenti una risorsa sulla quale scommettere.


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