07 ottobre 2019

Bulgaro. Storia di una parola malfamata

di Gualberto Alvino

Enrico Testa

Bulgaro. Storia di una parola malfamata

Bologna, Il Mulino, 2019

 

«Maggioranza bulgara, pista bulgara, editto bulgaro… Non c’è in italiano nome di popolo che, come bulgaro, si accompagni a tante espressioni negative»: così il paratesto di questo volumetto altrettanto originale che ricco di dati storici poco o punto noti e di affilate analisi culturali relative all’«avversione linguistica» per l’odiatissimo popolo balcanico e non solo: si pensi a locuzioni formulari destituite d’ogni fondamento quali bestemmiare (e, aggiungiamo, fumare) come un turco o fare l’indiano ‘fingere di non sapere’; ai vocaboli malfamati ebreo, negro, zingaro, beduino, mongolo/mongoloide ‘idiota’, portoghese ‘chi entra senza pagare nei mezzi pubblici e in luoghi di spettacolo o di divertimento’, marocchinare ‘stuprare’, coniato in séguito alle violenze perpetrate dai soldati marocchini contro i civili nell’Italia centrale e meridionale durante la Seconda guerra mondiale (e suggeriamo i diffusissimi africano, zulù, tedesco ‘rigido, autoritario’ e per ciò stesso ‘di scarsa elasticità mentale’); agli etnonimi spregiativi legati alla designazione della sifilide: mal francese o morbo gallico per gl’italiani, mal francés per gli spagnoli, frantzu in yiddish, franc in Ungheria, ma per i francesi mal florentin o mal napolitain o mal d’Espagne, in Portogallo mal de Castilla e spanische Krankeit per i tedeschi. Ancor più tossici e calunniosi gli stereotipi relativi alla sfera sessuale: Irish fortune ‘vagina’, Irish way ‘sodomia eterosessuale’ (nato dalla diceria che questo fosse per i cattolici il solo metodo antifecondativo), French love ‘fellatio’, French fuck ‘spagnola’ (‘strusciare il pène tra i seni della donna per sollecitarlo’); in argot débauche grecque allude all’omosessualità e danser à l’anglaise a una relazione adulterina; in Spagna amor griego vale ‘rapporto omosessuale’.

 

«Non tutti questi termini e modi di dire — scrive Testa, qui in veste di antropologo e di critico della cultura, oltre che di storico della lingua — vanno posti sullo stesso piano: alcuni appartengono a un tipo di comunicazione universalmente ricorrente tra vicini e non particolarmente lesiva della dignità delle figure coinvolte, che spesso rendono pan per focaccia; altri, in determinati contesti, perdono il loro significato prototipico e possono, in certi casi di conversazioni molto informali, divenire insulti amicali o assumere le forme ritualizzate del duello verbale […]. Altri ancora […] hanno una forza espressiva e un valore illocutivo marcati da una valutazione negativa dell’interlocutore o, in assenza di quest’ultimo, di una comunità ritenuta, per qualche aspetto o totalmente, inferiore a quella del parlante».

 

Ma torniamo a bulgaro. Meraviglia che nessun etnonimo abbia avuto in Italia, specie nell’ultimo mezzo secolo, peggior malasorte, malgrado l’antica parentela dei bulgari col nostro Paese (testimoniata dai tanti antroponimi — Bulgari, Bulgarelli, Bulgarini, Bulgherini, Bulgheroni… — e toponimi: oltre a Bòlgheri, nell’incipit della carducciana Davanti San Guido, Bulgarograsso, Bòlgare, Bòrgaro Torinese, Borgarello…). E malgrado, soprattutto, la partecipazione dei patrioti bulgari, infiammati dal pensiero mazziniano nel periodo della ribellione dei popoli oppressi, a più d’un’impresa garibaldina, tra cui la spedizione dei Mille. Ciò nonostante, non si contano le locuzioni cristallizzate dettate da razzismo o viscerale intolleranza per quella nazione: maggioranza e percentuale bulgara, pista bulgara, editto bulgaro, ombrello bulgaro, chiave bulgara. Di tutte queste espressioni, ormai comuni, Testa illustra minuziosamente «il percorso storico, le parentele verbali, le origini o le ragioni profonde». Un esempio basti a saggiare ampiezza e profondità della ricerca. Riguardo a maggioranza (percentuale, elezione, votazione) bulgara, così l’Autore:

 

«Si è soliti collocare l’esordio nel linguaggio politico e giornalistico italiano di queste espressioni all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. In realtà, almeno una di esse va retrodatata al 1989. Tra il 13 e il 19 maggio di quell’anno si tenne a Milano il 45° congresso del PSI e Craxi, rieletto segretario nazionale con il 92,3% dei voti, definì, compiaciuto, bulgara la percentuale dei voti in suo favore. […] Nei vari vocabolari dell’uso […] la seconda accezione che solitamente s’incontra dell’aggettivo bulgaro è quella figurata e spregiativa che ha a che fare col dispotismo […]. Il diffondersi di questi sintagmi merita almeno tre considerazioni. Il fatto che la Bulgaria socialista fosse, ai tempi del totalitarismo dei paesi dell’Est, particolarmente accondiscendente nei confronti dell’URSS (cosa che, a parere degli storici, non è neppure del tutto fondata) non cancella, esistendo altri regimi all’epoca non certo meno autoritari, la domanda: perché proprio l’aggettivo bulgaro e non quello di un altro paese d’oltrecortina? In secondo luogo, locuzioni simili paiono assenti in altre lingue. […] E inoltre: i regimi comunisti dell’Est sono finiti da un pezzo e sono stati, da tempo ormai, sostituiti da forme di governo ben diverse, ma espressioni come queste di cui stiamo parlando continuano a dimostrare una notevole vitalità a ogni livello della lingua».

 

Un intero capitolo è dedicato agli usi spregiativi di bulgaro in prospettiva storico-linguistica per quanto riguarda sia la nostra sia altre lingue romanze e non. Fonti ne sono la voce dotta del latino medievale bulgarus e le forme popolari *bulgerus e *bugerus, dalle quali si sviluppano retroformazioni e incroci nei dialetti e poi in italiano. Da *bulgerus ‘sodomita’, ‘eretico’ (romanesco bùggero, siciliano bbusarruni); da *bulgerare ‘praticare la sodomia’ o ‘imbrogliare’ (cfr. il ticinese anima buzarada! ‘anima maledetta!’); di qui il pisano buggerìa ‘inganno’, gli italiani buggerata ‘stupidaggine’ o ‘raggiro che provoca rovina’ e sbuggerare, con s- intensivo, ‘sciupare’. La parola ha assunto anche il significato di ‘corbelleria, bugia’ (italiano bùggera ‘menzogna’, plurale bùggere ‘ciance inutili’), generando una serie di maledizioni (bolognese la bzora ch’ t’incuràuna! ‘il diavolo ti porti!’, veneziano la bùzara che te scana! ‘il malanno che ti colga!’); in lombardo al buzar vale ‘il maligno’ e bòzera ‘persona malvagia’.

 

Negli antichi francese e provenzale l’accezione derivata da bulgarus è ‘eretico’, nelle forme bolgre e bougre, da cui si irradia una galassia lessicale all’insegna della sodomia. L’italiano buggerone passa nel XV secolo al francese (bougeron e bugeronner), al catalano (bujarró), allo spagnolo (bujarrón). E si propaga anche in altre lingue: tedesco Bugerïager ‘selvaggio’, ceco e slovacco buzerant ‘omosessuale maschile’, ungherese buzeráns, sloveno buzarant, serbo e croato buzerant, polacco buzer. Dal francese bougre si è prodotta in inglese la serie bugger (‘bastardo’, ‘rogna’, ‘eroina molto forte’), buggery (‘spregevole eresia’ e ‘sodomia’), to bugger ‘fottere, scassare, sodomizzare’ (all’imperativo ‘al diavolo!’).

 

Tutto ha inizio con l’eresia dei bogomili (fine IX secolo), un movimento manicheo che, allontanandosi dal cristianesimo ortodosso, praticava un ascetismo radicale: negazione d’ogni autorità secolare, totale povertà, ripudio della guerra, distacco dai beni materiali e persino astinenza dalla procreazione, donde l’accusa di comportamento sessuale contronatura, ergo di sodomia. L’Occidente conobbe la setta sotto il nome di bulgari (e boulgres, bougres), «con un processo di sovraestensione semantica dell’etnonimo che faceva di una parte (i bogomili) il tutto (i Bulgari), investendo quindi quest’ultimi di uno stigma ereticale onnicomprensivo».

 

Testa indaga queste e molte altre ragioni storiche della pessima reputazione dei bulgari in Occidente con intensa partecipazione, dovizia documentale e acume interpretativo, ricostruendo — come scrive Paolo Di Stefano — «la fenomenologia di un odio razziale attraverso gli abusi linguistici: utilissima in un momento in cui il linguaggio è fuori controllo».

 

Bibliografia

 

Paolo Di Stefano, Parole malfamate e insulti etnici, «Corriere della Sera», 16 luglio 2019.


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