21 ottobre 2019

Le basi proprio della grammatica

di Gualberto Alvino

I linguisti si rassegnino: il tempo degli specialismi è finito. Competenze specifiche? Esperienza didattica? Pubblicazioni in riviste accademiche nazionali e internazionali? Relitti d’una cultura arcaica. È giunta l’ora dei «word lovers» (Raffaele Simone): a costoro, anziché agli studiosi titolati e di provato valore, più d’un editore preferisce affidare il cómpito di discettar di lingua dispensando in modo tassativamente «semplice e divertente» (poco conta se la materia lo consenta o meno) regole e consigli a un pubblico (immaginario) di semicólti che — così nella premessa — considerano la grammatica dei grammatici insoffribilmente «seriosa, noiosa, polverosa e lontana dalla realtà».

 

«Non sono un linguista — avverte Trinci, gestore di pagine social in cui chiosa con affilata ironia sviste e strafalcioni —, non sono un professore di italiano, mi piace la grammatica italiana così come a qualcun altro può piacere il calcio o i videogiochi. So’ passioni! […] La mia mission o meglio il mio obiettivo era dimostrare che l’italiano, oltre a essere una lingua straordinaria, può essere una materia molto interessante e alla portata di tutti», e conclude parafrasando una battuta di Guerre stellari (sic!) per invogliare lo sprovveduto, infingardo destinatario a proseguire la lettura: «Che la grammatica sia con te!». Né il testo è meno irriverente e scanzonato (esistono forse altri modi di catturare l’attenzione dell’infingardo?):

 

«Il punto viene spesso usato dalle donne per scoraggiare i provoloni [gerg.: ‘chi prova a sedurre le donne’] che si aggirano sul web»;

«Maria è bella, brava e bona»;

«La mia maestra […], alla fine, ci fregava sempre»;

«Nessuno ti ucciderà se preferirai andare a una festa senza la d eufonica. L’importante è che la festa sia figa!»;

«Nonna spesso diceva: “Parla come magni!”. Come darle torto?»;

«Se dico ’na stronzata, correggimi»…

 

Così vuole la «mission». Già. «So’ passioni». Ma basta la passione per istruire le masse illetterate? E soprattutto: gli assetati di lumi (non sulla differenza tra congiuntivo epistemico e congiuntivo tematico, bensì) circa d’accordo/daccordo, cerebrale/celebrale, eccezionale/eccezzionale, cielo/celo, hanno bisogno di qualche generica nozione libresca per colmare le loro spaventose lacune o non piuttosto di tornare sui banchi di scuola? E ammesso che i semicólti leggano libri (sarebbe la notizia del secolo), chi scrive per loro deve o non deve curare il testo in ogni sua parte col massimo rigore scientifico? Vediamo, dunque, come reagirebbe un grammatico di fronte ai precetti trinciani.

 

‒   «La virgola non si deve usare tra soggetto e predicato».

GRAMMATICO: La virgola tra soggetto e predicato è lecitissima quando isola e pone in evidenza il tema, in alcuni casi attuando una segmentazione prosodica o una mise en relief stilistica; il modulo è stato ed è usato da molti autori, tra cui Manzoni («Voi, mi fate del bene, a venir qui») e D’Arrigo («quello, doveva avere perlomeno dieci anni più di Caitanello»).

 

‒   «L’elisione non c’è mai in casi come questi: lo iato, lo Ionio, lo iettatore».

GRAMMATICO: Le forme elise sono minoritarie ma non impossibili, come provano, tra l’altro, i numerosi risultati restituiti dal motore di ricerca Google Libri.

 

‒   «Dimenticare e scordare: le sfumature sono importanti. Le persone usano indifferentemente i verbi dimenticare e scordare. Ma non sanno che il primo significa ‘uscire dalla mente’ e il secondo ‘uscire dal cuore’. Per questo il primo amore non si scorda mai».

GRAMMATICO: Lo stravagante asserto (chi dice che il primo amore deva obbligatoriamente essere scordato e non dimenticato?) ricalca un articolo del purista non linguista Fausto Raso (link), ma non esiste autore o lessico che non reputi perfettamente sinonimi i due verbi. Così Simona Cresti: «Non è infrequente imbattersi in prescrizioni dell’uso di dimenticare per cose di poco conto o informazioni, dal momento che scordare sarebbe piuttosto pertinente a persone care e affetti, essendo presente nella radice del primo la parola latina mens, ‘mente’, e nella seconda cor, ‘cuore’. […] Occorre dire, però, che la scienza etimologica, ricostruendo le fasi più antiche della storia delle parole di una lingua e ricostruendone l’evoluzione semantica, non si incarica di stabilirne anche le norme per l’uso moderno: “la forma o il significato originale di una parola non rispecchiano necessariamente il suo significato corretto”, e l’etimologia del significato di certe parole non sempre è sufficiente a giustificarne l’uso (cfr. J. Lyons, Language and Linguistics, Cambridge, Cambridge University Press, 1981; trad.it. di W. Pecoraro e C. Pisacane, Lezioni di linguistica, Roma-Bari, Laterza, 1989)» (link).

 

‒   «Non dentro me, ma dentro di me».

GRAMMATICO: La prima forma è ricca di attestazioni letterarie (cfr., ad esempio, il D’Annunzio notturno: «Era in me, dentro me, nel tempo della lotta e della furia. La portavo dentro me»). Tienimi dentro te è il titolo di due canzoni di successo firmate da Fabio Concato (1984) e da Antonello Venditti (2015). Dentro me ottiene quasi un milione di risultati in Google.

 

‒   «Il congiuntivo è il modo della soggettività, dell’incertezza, del dubbio, dell’ipotesi, del desiderio, della speranza e del timore».

GRAMMATICO: Il congiuntivo può anche esprimere fatti acquisiti: nessuna soggettività, nessun dubbio, nessuna speranza in frasi come Mi dispiace che Giovanni sia malato e Il fatto che Luigi abbia la patente non significa che sappia guidare.

 

‒   «[L’iniziale minuscola si usa per] i movimenti letterari: il realismo, il romanticismo, il simbolismo…; i secoli e gli anni: il trecento, gli anni settanta…; aree ed elementi geografici: nord, sud, il polo sud, l’equatore…; gli avvenimenti storici: la prima guerra mondiale».

GRAMMATICO: «Recano la maiuscola i nomi di secoli (il Trecento, il Novecento), di periodi o di grandi avvenimenti storici (l’Umanesimo, la Restaurazione, le Guerre Mondiali); […] i nomi dei punti cardinali […] quando indicano un’area geografica» (Luca Serianni, Grammatica Italiana. Italiano comune e lingua letteraria, Torino, Utet, 1988, pp. 54-55).

 

‒   «Prima di ma la virgola ci va? Se il ma è usato per contrapporre due frasi, sì: Volevo baciarla, ma è scappata via».

GRAMMATICO: La virgola non è affatto obbligatoria: «Lui voleva dirlo ma non aveva coraggio» (Rocco Scotellaro, Contadini del Sud, Bari, Laterza, 1955, p. 234); «Non avrei voluto dirlo ma lei mi ci costringe» (Giorgio Rossi, Viaggio di ritorno, Milano, Camunia, 1995, p. 47); «Io volevo dirglielo ma non me l’ha fatto dire» (Pupi Avati, Il papà di Giovanna, Milano, Mondadori, 2008, p. 127).

 

‒   «Se la c e la g sono precedute da una consonante la i se ne va: parolaccia/parolacce, torcia/torce, arancia/arance, fascia/fasce, striscia/strisce, salsiccia/salsicce… Fa eccezione un piccolo gruppo di parole che finiscono in consonante + -gìa (con la i tonica): energia → energie; chirurgia → chirurgie; liturgia → liturgie; sinergia → sinergie».

GRAMMATICO: Solo quel «piccolo gruppo»? Non anche allergia, anergia, drammaturgia, metallurgia, mineralurgia, onomaturgia, siderurgia, teurgia, ecc.? L’avviso esatto e non equivoco è il seguente: Se l’ultima sillaba è preceduta da consonante la -i- dilegua, a meno che non sia accentata (“regola” contraddetta, peraltro, da numerose eccezioni).

 

‒   «Meglio non usare nella stessa frase i due punti più di una volta, se non sei già un grande scrittore».

GRAMMATICO: Così Bice Mortara Garavelli in Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 103-4: «È generalmente sconsigliata la replica dei due punti tra frasi precedute o seguite dallo stesso segno. Ma quest’uso, fiorente nella prosa letteraria, non è affatto sconosciuto in tipi di testo di tutt’altro genere: ad esempio, nella saggistica scientifica. Né si vede come censurarlo quando si tratti di un susseguirsi di enunciati consequenziali».

 

Detto grammatico sarebbe inoltre tentato di eccepire su alcune incoerenze (p. 78: «Riguardo a qualcosa sì, riguardo qualcosa no», ma a p. 12: «riguardo l’uso della punteggiatura») e svarioni («complementarietà» per complementarità, p. 28), assolutamente vitandi in una guida pratica rivolta a lettori ingenui e perciò disposti ad abboccare a qualsiasi amo. Ma l’entusiasmo, la buona fede e lo sconfinato amor linguae dell’Autore lo inducono a glissare.


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