05 novembre 2019

Dai Romani a noi. Conversazione con Francesca Prescendi e Daniele Morresi

di Gualberto Alvino

Maurizio Bettini

Dai Romani a noi. Conversazione con Francesca Prescendi e Daniele Morresi

Bologna, Il Mulino, 2019

 

«Quale ruolo hanno svolto nei secoli la lingua latina e lo studio dei testi classici, e qual è l’atteggiamento con cui si può valorizzare oggi questo patrimonio? […] in che misura il mondo antico continua a essere un punto di riferimento anche in questo nostro tempo eclettico e globalizzato[?]»: questi alcuni temi della lunga, appassionante intervista a Maurizio Bettini, filologo classico, professore alle università di Siena e Berkeley, fondatore del Centro di antropologia del mondo antico (Ama), autore di saggi capitali come Antropologia e cultura romana, Verso un’antropologia dell’intreccio, Lo straniero, Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Contro le radici.

 

Reso piano e godibilissimo dalla vivace spontaneità dell’intervista, il volume è articolato in tre parti. La prima — oltre a esaminare la tradizione, il folclore e il problema della traduzione — si concentra sulla religione, il politeismo, il mito, il rito, la superstizione e il concetto di cultura, ossia sui capisaldi dell’antropologia del mondo antico, consistente — precisa Bettini — «nel modo di guardare ai propri oggetti di studio» uscendo «da certi schemi che sono quelli più tradizionali della filologia, della critica letteraria, della linguistica storica o della filosofia, per entrare nel mondo delle rappresentazioni culturali».

 

Nella seconda parte il dialogo verte su questioni fondamentali, quali l’alterità e il relativismo culturale, offrendo un esauriente quadro storico della disciplina e fissando i criterî per una corretta definizione dell’antropologia del mondo antico: quello tematico (rapporti di parentela, religione, rappresentazioni del tempo sociale, agricolo, giuridico) e quello metodologico:

 

«un esempio che viene dalla mia esperienza: [nel] mito della nascita di Ercole, che si trova in particolare nelle Metamorfosi di Ovidio […], la levatrice che aiuta Alcmena viene punita e trasformata in un animale, in una donnola. […] Ma perché proprio la donnola e non un altro animale? […] Perché proprio questa trasformazione? Sono partito da queste domande […] per compiere un’ampia indagine sul significato culturale della donnola nella cultura antica, nel folclore, nella tradizione [in Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi]. Questo è un modo, come dire, di ‘spacchettare’ il mito con dita antropologiche, e non per esempio con quelle della critica letteraria».

 

La terza sezione è un vero e proprio inno alla carriera scientifica dello studioso: gli stimoli intellettuali che dalla filologia lo hanno condotto sulla strada dell’antropologia (la «ragione del mio interesse per l’antropologia del mondo antico è che questo tipo di sguardo […] mi ha sempre permesso di connettere gli studi sul mondo remoto con temi contemporanei»); il Centro Ama («Il disegno era sostanzialmente quello di fare uscire gli studi classici dall’autoreferenza, che in Italia era abbastanza forte […]. Il greco e il latino erano le materie che caratterizzavano l’élite, attraverso il liceo classico, e dunque il classicista, che per questo stava già dentro l’élite, non aveva bisogno di uscirne. All’epoca, invece, io ero convinto che gli antichisti avessero tutto da guadagnare — e anche tutto da donare — uscendo da questo confine»); la giusta esaltazione del metodo comparativo («A un oggetto di studio, a un tema […] si deve mettere accanto un’altra cosa per capirlo veramente; finché è da solo non lo si vede fino in fondo, non se ne capisce la complessità o la difficoltà, ma neppure quello che potrebbe offrire alla riflessione. […] Comparare permette di cominciare a pensare»); Nell’officina di Maurizio Bettini («il tema da studiare […] è sempre nato da una curiosità, che poteva corrispondere a certi interessi per il mondo contemporaneo da proiettare e vedere nel mondo antico, o semplicemente a qualche aspetto del mondo antico che mi colpiva in modo particolare») e un viaggio tra le opere che hanno segnato tappe importanti nella carriera del filologo.

 

Ma il capitolo senza dubbio più avvincente, non solo per lo specialista, è quello dedicato al «quadro culturale della traduzione». I Romani dicevano vertere ‘trasformare’, ‘operare una radicale trasfigurazione’, e non già transducere ‘condurre di là’, come per attraversare il confine fra un territorio e un altro: ciò spiega la grande libertà delle loro versioni dal greco: «Una commedia di Menandro in cui un ragazzo, parlando in greco, racconta del suo amore, dei suoi crucci, del suo rapporto con la famiglia o la città… Ecco, passato in una commedia di Plauto questo ragazzo non solo parlerà latino, ma farà allusioni alla vita e al costume romano». Una vera metamorfosi, dunque, non una semplice versione. La traduzione come noi oggi la intendiamo nasce, secondo Bettini, con la prima versione della Bibbia, scrittura non umana ma divina: «È lì che cambia il significato […]. Questo perché dietro c’è un problema di autore, che è Dio: Dio che ha scritto, direttamente o ispirandole, le Scritture, le quali in ogni caso non sono scritture semplicemente umane». Un concetto del tutto ignoto al mondo antico, nel quale il discorso sugli dèi appartiene esclusivamente agli esseri umani: a Omero, a Esiodo, a Cicerone:

 

«non c’è mai Dio che compare in prima persona, e parla Lui, dicendo come lo si deve adorare e venerare, come è cominciato il mondo, come ci si deve sposare e fare figli […] e così via. Al contrario, con l’avvento del Cristianesimo […] il discorso su Dio diviene un discorso di cui Dio è autore e proprietario. […] Menandro si può tradurlo facendo il vertere, liberamente, operando le metamorfosi, ma la parola di Dio no. […] A questo punto si sviluppano nozioni come lo scrupolo, la fedeltà, conseguenti al terrore di travisare la parola divina».

 

 

Bibliografia

 

Maurizio Bettini, Antropologia e cultura romana, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1986.

Id., Verso un’antropologia dell’intreccio, Urbino, Quattro Venti, 1991.

Id., Lo straniero, ovvero l’identità culturale a confronto, Roma-Bari, Laterza, 1992.

Id., Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi, Torino, Einaudi, 1998.

Id., Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Torino, Einaudi, 2011.

Id., Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, Bologna, Il Mulino, 2012.


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