11 novembre 2019

Lettere da Genova, Napoli e altre città. Con otto corrispondenze inedite pubblicate sul «Daily News»

di Gualberto Alvino

Charles Dickens

Lettere da Genova, Napoli e altre città. Con otto corrispondenze inedite pubblicate sul «Daily News»

Traduzione e cura di Lucio Angelini

Milano, Archinto, 2019

 

Non delle missive e delle corrispondenze di viaggio d’uno dei massimi cantori dell’età vittoriana si vuol qui discorrere, ma della versione altrettanto fedele che creativa — pregio oggi non dappoco — procuratane da Lucio Angelini, traduttore di lungo corso e di vasta esperienza (Charlotte Brontë, Virginia Woolf, Edgar Allan Poe, Tobias Wolff, Lewis Carroll, Patricia Cornwell le sue fatiche maggiori) nonché autore di racconti per l’infanzia di rara cura formale. La stessa che si apprezza in ogni pagina di questo avvincente epistolario, vòlto in un italiano sobrio, chirurgicamente esatto e tuttavia non privo di finezze stilistiche e guizzi espressivistici tali da gareggiare con la prosa dickensiana, ricca nella medietà e irrorata di succhi lirici, nella quale il corso ritmico-melodico svolge un ruolo non inferiore al sintattico. Si leggano in particolare i rapinosi referti su Venezia e Genova, resi con un periodare elaborato e avvolgente, articolato in una varietà di specificazioni (nel primo brano spiccano, tra i molti congegni retorici, le anafore in climax «e quando… e quando…» e il chiasmo «una sensazione nuova, una nuova memoria», a marcare l’incontenibile euforia poetica del viaggiatore; del medesimo segno, nel secondo, l’entusiastica enumeratio asindetica scandita dal punto e virgola):

 

«[…] La realtà sontuosa e stupefacente di Venezia è al di là della fantasia del più audace sognatore. Nemmeno l’oppio potrebbe far sorgere un luogo simile, e un incantesimo sfumarlo poi in visione. Tutto quello che ho sentito dire, o letto in descrizioni realistiche o romanzate, o immaginato su di essa, viene scavalcato di migliaia di miglia. E tu sai che, quando mi aspetto troppo da un luogo, è facile che ne resti poi deluso: ma Venezia è al di sopra, al di là, al di fuori della portata di ogni immaginazione umana. Non la si è mai decantata abbastanza. A vederla, ti commuoveresti fino alle lacrime. Quando sono arrivato in barca qui la notte scorsa (dopo cinque miglia di voga in gondola, cosa cui, in un modo o nell’altro, non ero affatto preparato) e quando, dopo aver visto la città galleggiare sull’acqua distante nella sua luce, come una nave, sono poi arrivato sciabordando per i canali deserti e silenti, mi è parso quasi che i palazzi fossero realtà e l’acqua febbre-delirio. E quando ancora, stamattina, ho sostato nella piazza nella luce chiara, tersa, tonificante del giorno, per Dio, la gloria del luogo era insostenibile! E passando da essa alla malvagia tetraggine delle sue terribili prigioni, giù, sotto il livello dell’acqua, nelle camere di processo, attraverso le porte segrete, nei recessi carichi di morte, dove la fiamma delle torce che porti con te pare ribellarsi come se non riuscisse a sopportare l’aria in cui le spaventose scene hanno avuto luogo, e ritornando poi alla luce nella raggiante, diafana Magia della città, e ancora immergendomi nella penombra di vaste chiese, di vecchie tombe, una sensazione nuova, una nuova memoria, pensieri nuovi mi hanno assalito. Da oggi, Venezia è parte della mia mente […]» (pp. 76-77);

 

«[…] Che dire degli infiniti dettagli di questi sontuosi palazzi? I grandi, pesanti balconi di pietra, uno sull’altro, file su file, e, qua e là, uno più grande degli altri, a dominarli, come un’enorme piattaforma di marmo; i vestiboli privi di porte, le finestre a pianterreno massicciamente sbarrate da grate, le immense scalinate pubbliche, le spesse colonne di marmo, le robuste arcate dall’aspetto di anfratti sotterranei, le stanze cupe, sonnolente, sonore, dai soffitti a volta, fra le quali l’occhio continua a perdersi, man mano che un palazzo segue un altro; i giardini a terrazza tra casa e casa, con verdi pergolati di viti, boschetti di alberi d’arancio e oleandri rosati in piena fioritura, venti, trenta, quaranta piedi al di sopra della strada; i muri dipinti, coperti di muffa e di chiazze e rovinati negli angoli più umidi, e invece ancora brillanti di splendidi colori e voluttuosi disegni nelle parti più asciutte; le sbiadite figure all’esterno delle case, reggenti ghirlande e corone, svolazzanti in alto, in basso, o erette all’interno di nicchie, qua e là più sbiadite e stinte che altrove, in contrasto con qualche piccolo vivido Cupido che, su una porzione di facciata decorata più di recente, stende quella che sembra aver l’aria di una copertina, ma che in realtà è una meridiana […]» (pp. 190-191).

 

E si leggano le atroci descrizioni di Lione e Piacenza, inferni di indicibile miseria e degradazione, in cui la perizia del traduttore si compie nell’efficacia — anche fonica — dell’aggettivazione (desolati, tetri, arroventate, fetide, odiose, putrescenti, laceri, ansimanti, miserabili, ammuffite, stantie) e nella resa plastica dei traslati:

 

«[…] Che città è Lione! A volte, a proposito di certe persone in difficoltà, si suole dire che paiono cadute dalle nuvole. Ma qui è la città intera a sembrare precipitata, in qualche modo dal cielo, non appena vi si arriva: come certi massi che, piombando dall’alto nella stessa regione, si arrestano di schianto in certe paludi o luoghi desolati, tetri da vedere. Le due strade principali, tagliate dai due grandi fiumi che poi si congiungono, e tutte quelle viuzze il cui nome è Legione, erano arroventate, bollenti, soffocanti, fetide, odiose. Le case, alte e ampie, sporche fino all’eccesso, putrescenti come formaggi avariati, e brulicanti di gente. Queste case erano ammonticchiate le une sulle altre su su fino alle colline che orlano la città, come alveari gremiti di piccole creature affacciate alle finestre o intente ad asciugare i loro laceri panni su paletti, in un continuo andirivieni dentro e fuori dalle porte, per uscire a prendere una boccata d’aria e accasciarsi a terra ansimanti, esseri miserabili che si trascinavano avanti e indietro fra enormi mucchi e balle di merci ammuffite, stantie, soffocanti, tirando avanti e sforzandosi di sopravvivere, più che di vivere, fino a che non giungesse il momento fatale di schiattare in quell’asfissia […]» (pp. 161-162);

 

«[…] Piacenza è una sorta di formaggio scurito, andato a male, stantio. Un luogo deserto, solitario, ricoperto d’erbacce, con bastioni in rovina, fossati semivuoti che offrono una squallida pastura a magre vaccherelle vaganti nei loro pressi, e strade di case austere, ognuna delle quali guarda in cagnesco quella che ha di fronte. Nei dintorni si aggirano i soldati più assonnati e laceri, con la doppia maledizione della pigrizia e della fame desolatamente annidata fra le pieghe delle loro divise fuori misura; i bambini più sporchi giocano con i loro improvvisati giocattoli (maiali e fango) nelle più torbide fogne e i cani più macilenti trotterellano dentro e fuori i più tetri portici, alla perpetua ricerca di qualcosa da rosicchiare, che non sembrano trovare mai […]» (pp. 217-218).

 

Ma è nello «spaventoso e terribile» resoconto dell’ascensione al Vesuvio che Angelini investe proficuamente tutto il suo capitale di scrittore in proprio:

 

«[…] Con sforzi prodigiosi siamo riusciti a superare la zona della neve e siamo poi arrivati a quella del fuoco, desolata e terribile, come puoi ben immaginare. Era come aprirsi un varco attraverso una cascata prosciugata, fra massi bruciati di pietra carbonizzata in enormi braci, e fumo ed esalazioni sulfuree fuoriuscenti da ogni crepa e fenditura, tanto che non si riusciva quasi a respirare. // Molto sopra di noi, un cono in cima alla montagna, a forma di una A come questa, vomitava fuoco, che arrossava la notte di fiamme, l’anneriva di fumo, e la punteggiava di pietre infuocate e lapilli che ricadevano a pioggia verso il basso. A ogni passo si cadeva, ora in una crepa ribollente, ora su un letto di ceneri, ora su un masso di ferro bruciato. Poiché adesso il fumo occultava la luna, da quella parte, la confusione dei battibecchi e delle grida nel buio, lo sbraitare delle guide, l’attesa di qualcuno che all’improvviso scompariva, facendo temere che fosse precipitato in qualche fossa o altro, rendevano la scena indescrivibile. […] ci siamo ostinati a procedere fino ad affacciarci e guardare per un attimo giù tra le viscere infuocate del vulcano e ritornare subito indietro, bruciacchiati in una mezza dozzina di punti, scottati dalla testa ai piedi. Tu non hai mai visto simili diavoli umani. Né io ho mai visto nulla di altrettanto spaventoso e terribile […]» (pp. 111-112).

 

Un libro prezioso non solo per la stupefacente mèsse di dati storici e per le magistrali descrizioni di condizioni umane e luoghi ormai trapassati, ma perché contiene una testimonianza di sommo interesse: un caloroso elogio rivolto dal grande romanziere all’opera d’un suo pari appena data alle stampe:

 

«[…] È proprio un bel libro! Non mi sono ancora addentrato molto nella storia, ma ne sono del tutto incantato. I dialoghi fra lo Sposo e il Prete, la Mattina del mancato matrimonio, fra lo Sposo e la Sposa e la Madre di lei, e la descrizione del tragitto del povero Renzo alla casa del dotto avvocato con i capponi, la scena fra loro due e l’idea complessiva del personaggio e della vicenda di Padre Cristoforo sono delineati con tocchi estremamente delicati e suggestivi. Ho appena lasciato il buon padre nella chiassosa Sala da Pranzo di Don Rodrigo e ti assicuro che sono ansiosissimo di andare avanti […]» (p. 55).


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