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Gian Luigi Beccaria
Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana
Einaudi, 2010
 
Storico della lingua di grande cultura, docente della disciplina storico-linguistica all’Università di Torino, Gian Luigi Beccaria torna in libreria con uno di quei suoi saporosi, conversevoli, affabili saggi sulla lingua italiana contemporanea che, come sempre, tengono – ad ogni passo, ad ogni riga – aperta la prospettiva verticale del confronto diacronico con gli stati precedenti del sistema e del singolo fenomeno che in esso si manifesta, confronto in grado di riverberare schegge luminose di comprensione sull’oggi.
 
Il libro non patisce d’essere una architettura costruita a posteriori, un’aggregazione tematica di vari articoli precedentemente comparsi, nel corso degli anni, nello spazio di una rubrica settimanale firmata da Beccaria sul supplemento «Tuttolibri» allegato al quotidiano «La Stampa». E non soltanto perché l’autore è intervenuto nuovamente sui testi («molto di lí ho ripreso, rifuso, ampliato, e ricomposto insieme con altre pagine inedite», p. IX), ma anche e soprattutto perché, variamente modulato, il tema centrale del libro, anzi, forse bisognerebbe dire la preoccupazione profonda che lo motiva, viene, in virtù della parcellizzazione del testo in 120 paragrafetti, ripresa, rispiegata, declinata più e più volte in modo diverso, riferita com’è a singoli fenomeni differenti, acquistando dunque una singolare forza persuasiva dall’esemplificazione minuta e variata.
 
Di quale preoccupazione si tratta? Quella di riuscire ad aprire la mente del parlante italiano appassionato del proprio idioma ma asserragliatosi nell’oltranzismo grammaticalista del si dice o non si dice? (per citare il titolo di un manualetto di successo di Aldo Gabrielli, risalente a più di trent’anni fa): «La lingua che parliamo non trova la propria origine in principî esterni, non nasce da una elaborazione astratta contenuta in una grammatica razionale, né si preoccupa di obbedire a criteri di “eleganza” e “buon gusto”. L’uso nasce da costrizioni (non si può scrivere e parlare come si vuole) che però permettono, accanto a momenti di rigidezza, momenti di “libertà”» (p. X).
 
A proposito di momenti di libertà: Beccaria ne lascia tanti al lettore, perché scorrazzi tra le pagine che raccontano e spiegano svariati «inganni e sortilegi della lingua, etimi e storie curiose» e molto altro (nei capitoli Inganni, Dove va l’italiano?; Lingua e cultura; Bellezze e ricchezze della lingua; Leggere e scrivere), correndo leggero (dal presente al passato e dal nazionale al locale) dai coup de théâtre linguistici di «un Berlusconi lucidamente esagitato» (p. 83) che vuole ad ogni costo fondare il partito del Popolo delle Libertà, fino al rugoso proverbio siciliano «u porcu si nzonna a gghjanna, il porco si sogna la ghianda», «per dire che ciascuno pensa a quel che desidera di più» (p. 205) – e i due estremi, a ben vedere e sotto un certo profilo, non sembrano poi troppo distanti, a onta delle apparenze.
 
Ma uso e costrizioni, norme e “libertà” della e nella grammatica sono vagliate, come si diceva, per singoli fenomeni e in dettaglio nel primo capitolo, Dubito, se parlo, senz’altro quello in cui sia il parlante grammaticalista, sia il semplice curioso colto troveranno concreto pane con cui sfamarsi. Qui Beccaria sciorina una serie di dubbi e questioni di lingua, smantellando stereotipi e preconcetti con eleganti, rapidi tocchi da nobile savant,possessore del senso profondo della lingua e delle sue dinamiche mosse e irriducibili ad alcun logicismo razionalistico («I delusi hanno un’idea sbagliata della lingua, la immaginano come un computer, del quale prima vengono stabilite le regole (la grammatica), poi quelle regole usate. Capita invece il contrario…», p. 7).
E quindi via, dagli accenti che non sempre si sa dove mettere, alle alternative angosciose (soddisfo o soddisfaccio, spegnere o spengere, maiuscola o minuscola, indicativo o congiuntivo…?), ai dubbi sui tanti maledetti plurali (quelli delle parole straniere, quelli dei nomi in -cia e -gia e quelli dei nomi in -ca e -ga, per non parlare dei nomi con doppio plurale!), fino ai più distesi paragrafi finali, centrati su temi ampi (gli studi grammaticali, i dizionari e i neologismi).
Il tutto in una prosa polita e trasparente, che permette di leggere il libro come una godibile narrazione.
 
Silverio Novelli