18 novembre 2019

Giacomo Leopardi tra antico e moderno

di Gualberto Alvino

Rosalba Galvagno

Giacomo Leopardi tra antico e moderno

prefazione di Antonio Prete

Avellino, Sinestesie, 2019

 

«Il libro […] mostra, con precisione d’analisi e fervore di passione, come un classico tra i più studiati del nostro tempo possa avere ancora molto da dirci se all’universo della sua scrittura ci rivolgiamo non solo con lo sguardo reso avvertito e attento dal lungo esercizio critico ma anche con la cura di chi è convinto che l’atto critico debba muovere dalle ragioni, e passioni, che più ci riguardano, e per questo ci inquietano e coinvolgono»: così, benissimo, il prefatore sull’ultima fatica della comparatista e teorica della letteratura (citatissimi i suoi scritti su Rousseau, Balzac, Verga, De Roberto, Kafka, Carlo Levi, Consolo), apprezzata antichista (Lucrezio, Ovidio), studiosa dei rapporti fra letteratura e psicanalisi nonché, piace rammentarlo, sagace pizzutista: fondamentale il suo Pizzuto e lo spazio della scrittura, sia per la penetrazione della prosa più «leggendariamente ardua» del Novecento (Contini) sia perché propedeutico alla fruizione di tutte le scritture sperimentali. Rosalba Galvagno aduna in questo volume quattro studî già apparsi in rivista e in atti di convegno, nei quali si muove con eleganza e raro acume fra alcuni dei motivi e temi-cardine della poetica leopardiana. La profondità dell’analisi e la ricchezza delle argomentazioni non consentono che un rapido excursus delle cose notevoli.

 

‒ L’illusione. Nel brano dello Zibaldone sull’imitazione essa riguarda il rapporto del poeta con i classici, reputati modelli stilistici perfetti, contraffacendo i quali l’imitazione non può non fare opera di corruzione; ma se l’oggetto può essere imitato e trivializzato, allora non possiede l’unicità assoluta e ineguagliabile che gli viene assegnata: «L’illusione dunque può custodire il più prezioso degli oggetti e se questo oggetto, per un qualsiasi motivo viene degradato ai nostri occhi […], essa può svelare drammaticamente l’oggetto e l’illusione stessa come pura vanità, come inesistente […]. L’oggetto unico, impareggiabile, l’idolo che forma il caro prestigio dell’amore e della meraviglia […] non è che un oggetto di linguaggio, totalmente disincarnato, ma trattato dal poeta esattamente come un oggetto d’amore, cioè eroticamente investito di affetto e di tenerezza».

 

‒ Echi ovidiani nel giovane Leopardi. Una vera e propria fascinazione, come risulta dall’analisi della versione puerile dell’ottava elegia dei Tristia (libro I), parte d’una serie d’elegie magnificanti, accanto al motivo dell’amico infedele, la fedeltà nelle relazioni amicali. Il traduttore da un lato aumenta con un’aggettivazione esuberante il testo d’origine («Questo procedimento amplificativo-aggettivale, che descrive dettagliatamente le qualità degli oggetti è certamente un esercizio scolastico obbediente alla pedagogia classicistico-arcadica, ma forse risponde anche all’esigenza straordinariamente avvertita dal poeta in nuce di enfatizzare la funzione degli adynata, coi quali il soggetto elegiaco vorrebbe esorcizzare l’impossibile rottura di un patto amicale avvertita appunto come un adynaton»), dall’altro lo contrae eliminando alcuni vocaboli e dislocandoli altrove, «secondo un’economia testuale volta a tesaurizzare, anche attraverso la massima concentrazione […], piuttosto che a scartare». Risonanze ovidiane si riscontrano anche nei componimenti giovanili, per esempio nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, in cui il Sulmonese è largamente citato in latino e parafrasato in italiano.

 

‒ Moda/Morte. Nel primo Ottocento Leopardi è forse il primo autore europeo a tradurre in mito — il mito per antonomasia della modernità — la trasformazione della Morte nella figura della Moda mediante una inedita «invenzione che fa di quest’ultima e della Morte ancora due figure distinte, prima […] della loro totale identificazione». Ma già nel terzo lemma delle Operette morali, il Dialogo della Moda e della Morte, le due sorelle, figlie della Caducità, sono fuse in un’unica figura: «Attraverso questo originale e geniale accostamento Leopardi consegna al secolo della morte il mito della Parca trasformata nella moderna figura della Moda che […] contribuisce insieme alla sorella “a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù”. Infatti, oltre all’opera del “disfare”, una curiosa espressione aggettivale attribuita alla voce della Moda — “una vocina da ragnatelo” — permette di iscrivere l’attività della sorella della Morte nella costellazione del tessere, di cui disfare è d’altronde l’antonimo». Scrive Freud in una breve nota intitolata Caducità: «[I beni perduti] hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere? […] Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto»; nel Dialogo leopardiano i beni perduti sono probabilmente l’oggetto più caro a Leopardi: la fama poetica postuma: «È il lutto inconsolabile per la rinuncia all’immortalità letteraria che detta la scrittura dell’operetta. La Moda che un tempo consentiva ancora di non morire interi, adesso, per meglio servire sua sorella e con questa il secolo della morte, inghiotte l’intero corpo di chi cerca o anche merita l’immortalità».

 

‒ La caduta della luna. Il mito arcaico, oggetto dell’idillio Odi, Melisso, io vo’ contarti un sogno, è stato ripreso da molti autori italiani novecenteschi, tra i quali Lucio Piccolo, Vincenzo Consolo e Antonio Prete. In L’esequie della luna di Piccolo e in Lunaria di Consolo esso è da interpretarsi come un effetto dell’allunaggio, che sembra aver cancellato il millenario mito «presentito e deplorato dai due scrittori siciliani. Ma [la questione] potrebbe essere posta altrimenti o addirittura rovesciata: l’allunaggio, quello che Consolo definisce una “profanazione”, potrebbe avere invece offerto proprio ai poeti lunari che hanno assistito alla conquista umana della luna, nuove e inedite suggestioni per accrescere il mito, o meglio il fantasma, della sua caduta». In L’imperfezione della luna di Antonio Prete, pure ispirata all’idillio leopardiano, si narra il sogno di una diversa caduta, interpretato dal sognatore come «impulso al volo e alla danza» e come trasgressione di «quel procedere eguale, uniforme, lento, che fin dall’origine la vincolava nel cerchio della nascita e del tramonto».

 

Un close reading tra stilistico e psicanalitico non solo rispettoso della concretezza del testo, ma in continua, appassionata ricerca delle sue tensioni e trésors cachés: quanto di più alieno dall’odierna critica come discorso autoriflesso e pretesto per parlar d’altro.

 

Bibliografia

 

Rosalba Galvagno, Pizzuto e lo spazio della scrittura, Messina, Sicania, 1990.

 

Sigmund Freud, Caducità, in Opere di Sigmund Freud, Torino, Bollati Boringhieri, 1976, vol. VIII, p. 172.

 

Lucio Piccolo, L’esequie della luna e alcune poesie inedite, a cura di Giovanna Musolino, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1996.

 

Vincenzo Consolo, Lunaria, Torino, Einaudi, 1985.

 

Antonio Prete, L’imperfezione della luna, Milano, Feltrinelli, 2000.


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