20 novembre 2019

Parole di scuola

di Margherita Sermonti

Mariapia Veladiano

Parole di scuola

Milano, Guanda, 2019

 

La scuola è un’esperienza (quasi) universalmente condivisa. Chi più chi meno, ognuno di noi, in Italia, ha frequentato la scuola da studente; poi può averla (ri)frequentata da insegnante, da genitore o con altre mansioni. Forse per questo motivo quasi tutti hanno da dire qualcosa sulla scuola, anche senza conoscerla. Una scuola spesso ostaggio della propaganda politica, usata in campagna elettorale per sventolare una bandiera in faccia a quel politico o a quel ministro, le cui «diagnosi non sono quasi mai stilate da donne e uomini della scuola», bersagliata da «proposte reazionarie al limite del terrapiattismo pedagogico», per usare la felice immagine di Alberto Sobrero (link).

 

Mariapia Veladiano la scuola l’ha conosciuta sul serio e l’ha vissuta con tutte le sue contraddizioni, sentendosi addirittura di doverla abbandonare con un gesto estremo di coerenza e, perché no, di amore (link).

Scrittrice, insegnante prima, preside poi, Veladiano con Parole di scuola imbastisce una storia fatta di parole sperimentate nel corso di una trentennale esperienza. Ed emerge chiaramente dalle pagine di questo volume.

Non si tratta di un amore cieco ma ben consapevole. Partire dalla realtà non può che generare analisi lucide e grande chiarezza. Ed ecco che la Veladiano mette nero su bianco ciò che in pochi hanno il coraggio di ammettere. «Non solo essere docenti non è più in alcun modo prestigioso. E pace. Ma non è quasi neppure dignitoso nel comune sentire. Si parte a insegnare con un debito di fiducia, ed è tutto da dimostrare l’esser bravi insegnanti. “Almeno il postino prende la pioggia” ha detto uno studente che contestava la fatica dell’insegnare» (p. 13).

Ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli se non fosse che «la parola abita le aule di scuola». Ripartire è necessario e possibile. Per esempio, restituendo protagonismo alle parole, «perché possono essere forti senza essere violente, possono trasformare il mondo, possono ricostituire la fiducia e la giustizia, e mettono in gioco la volontà, l’intelligenza delle donne e degli uomini» (p.20).

Sono tanti i termini su cui rimettere mano per comprendere e poi riparare la scuola («chi insegna sa l’arte del riparare» p. 101). Come anelli di una lunga catena, al centro di ogni capitolo l’autrice colloca le parole chiave per far luce sulla scuola così com’è oggi, con competenza e consapevolezza, ad anni luce dal «vanverismo pedagogico» dilagante (link).

 

Per cominciare, non è casuale la scelta di integrazione: «in italiano la parola ha conservato il significato proprio del latino da cui proviene, cioè l’idea di un movimento che porta al compimento della realtà, che rappresenta sia un crescere della realtà di cui si parla, sia un farla diventare diversa da come era proprio grazie al nuovo che è arrivato». Sempre sul filo del significato, l’autrice rimarca che «Se il contrario di integrazione è disintegrazione allora è in gioco tutto. Una società disintegrata è finita» (p. 21).

Si prosegue con armonia («Nella costruzione di questa armonia fra generi la scuola ha un ruolo grande quanto trascurato», p. 25);  gender («una crociata sul nulla quella del gender, che ha lacerato la scuola o almeno l’ha coperta di sospetto», p. 37); competizione («dal latino cum – con, insieme – e pètere – andare verso -, ovvero andare insieme verso uno stesso punto», p. 39); meritocrazia («solo se tutti partissero dallo stesso stato sociale (ricchezza), culturale, di salute (poter diagnosticare e curare le malattie). Ma non è così», p. 44); paura («di essere emarginato, paura del maestro severo, dei compagni gagliardamente crudeli secondo l’età, di non capire di restare indietro, fuori», p. 45). Le tessere sono tante e sono fatte di protezione, educazione, (prima gli) italiani, identità, empatia, libri e molto altro ancora.

È una scuola possibile la scuola di cui si parla in questo libro, una scuola dove al primo posto ci sono le persone, adulte e giovani, impegnate insieme a costruire nel rispetto e nell’ascolto dell’altro, in una relazione educativa orizzontale, gentile, accurata. È una scuola accogliente, «aperta a tutti» secondo l’articolo 34 della Costituzione e non per «un ghiribizzo sinistrorso»; «perché quella che viviamo è la nostra unica vita, l’unica vita di ciascuno di noi, e non esiste una gerarchia nell’attribuzione dei diritti umani, non può essere la geografia della fortuna il fondamento della gerarchia dei diritti», (p. 59). 

 

All’ingresso di un liceo del Salernitano, è stata collocata una pietra di inciampo, come quelle dedicate ai cittadini ebrei deportati nei campi di concentramento, per ricordare ogni giorno, a chiunque varchi la soglia di quell’Istituto, un ragazzo del Mali di soli 14 anni, di cui non si conosce il nome ma il triste destino, che perse la vita «il 18 aprile 2015, nel più spaventoso naufragio avvenuto nel Mediterraneo dalla seconda guerra mondiale, dove morirono annegati nel canale di Sicilia oltre mille esseri umani che cercavano di raggiungere il nostro paese. […] Cristina Cattaneo, medico legale che ha raccolto con cura le sue spoglie, nel libro Naufraghi senza volto ha rivelato un dettaglio che ha commosso molti. Cucito nel risvolto di una tasca dei suoi abiti ha trovato infatti, ben riposta, la sua pagella piena di buoni voti scritti in arabo e francese. Un documento che dava prova del suo impegno scolastico e che lui ha desiderato portare con sé nella lunga traversata del deserto e del mare, perché probabilmente sognava potesse fargli da lasciapassare nel trovare un lavoro o magari proseguire gli studi» (link).

Questo giovane, ricordato anche dal Presidente Mattarella nel discorso di inaugurazione dell’anno scolastico 2019/2020, che non avremmo mai voluto diventasse un simbolo, porterà sempre con sé un messaggio di speranza, che dobbiamo avere la forza di trasmettere, con le parole giuste.

«E allora resta la scuola, quando le parole si son perse, la scuola ritrova la strada. Qualcuno ha detto tempo fa che la scuola è un potere forte. Vero, ma non nel senso inteso da chi parlava. Potere fortissimo, sì, di dare ai bambini e poi ai cittadini le parole per dirsi, capirsi, difendersi, capire il sopruso e poi lottare contro l’ingiustizia» (p. 20).

 

Testi citati

Alberto Sobrero, Educazione linguistica democratica fra realtà e “negazionismo”, Treccani.it (4 ottobre 2019).

Fabio Giaretta, Questa scuola è diseguale, ilgiornaledivicenza.it (5 settembre 2019).

Rosarita Digregorio, A proposito di “La scuola è politica. Abbecedario laico, popolare e democratico”, Treccani.it (4 ottobre 2019).

Franco Lorenzoni, Una pietra d’inciampo per ricordare un giovane migrante, Internazionale.it (2 febbraio 2019).

 


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