02 dicembre 2019

La razza e la lingua. Sei lezioni sul razzismo

di Margherita Sermonti

Andrea Moro

La razza e la lingua. Sei lezioni sul razzismo

Milano, La nave di Teseo, 2019

 

«Non usate con leggerezza le parole, non fomentate odi e pregiudizi, non dividete gli esseri umani in astratte categorie, non offrite facili nemici a chi non cerca altro».

 

(Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza, a cura di Giuseppe Civati).

 

 

Sembra impossibile che una donna alla soglia dei 90 anni possa ancora stupirsi di qualcosa. Tanto più quando si tratta di una persona sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti; una donna consapevole di essere ormai tra gli ultimi testimoni della Shoah, e che, pur di mantenere viva la memoria di ciò che ancora oggi è difficile da credere, è disposta a ripiombare nel suo inferno personale per testimoniare l’orrore, perché nessun altro essere umano debba rivivere l’atrocità del male.

Il 30 ottobre 2019, «con 151 voti favorevoli, nessuno contrario e 98 astenuti, l'Aula […], a conclusione dell'esame delle mozioni per l'istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza, avviato nella seduta di martedì 29 ottobre, ha approvato la mozione n. 136 della senatrice a vita Liliana Segre» (link).

Novantotto silenzi. Com’è possibile? «Davo per scontato che il Senato della Repubblica l'avrebbe accolto come si accoglie un principio fondamentale di civiltà. Il mio sentimento davanti alle astensioni? Stupore, un profondo senso di stupefazione. Come difficilmente ci si può sorprendere alla mia veneranda età» (link).

E, se non fosse stato abbastanza, sempre nel nostro mondo al contrario, Liliana Segre è stata oggetto di minacce e insulti, tanto che è stato deciso di proteggere la sua persona assegnandole una scorta.

C’è un pericolo tangibile che serpeggia: smontare giorno dopo giorno le basi su cui poggia il razzismo, minare dalle fondamenta l’edificio dell’ignoranza, dell’odio e dell’indifferenza è diventato un dovere di tutti, un dovere civile cui non è più possibile sottrarsi.

Professore di linguistica generale alla Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia, Andrea Moro, nel saggio La razza e la lingua. Sei lezioni sul razzismo, ci conduce nei meandri del razzismo linguistico con osservazioni di ampio respiro e con un linguaggio non necessariamente rivolto a studiosi ed esperti. «La preoccupazione per il ritorno di un pensiero discriminatorio e violento deve rimanere sempre viva, perché esso può scatenarsi di nuovo contro chiunque, in ogni tempo» (pag. 23).

Il razzismo linguistico è un rischio concreto, su cui bisogna proporre una riflessione approfondita, che Moro conduce in modo brillante, portandoci ad osservare ciò che è avvenuto (e sta avvenendo) da prospettive differenti, che vanno dalla filosofia alle neuroscienze, dalla biologia alla medicina.

Innanzitutto è utile soffermarsi sul fatto che non è sufficiente, e peraltro poco efficace quanto nocivo, il lavoro di «cosmesi lessicale» che porta, per esempio, a sostituire la parola razza con un nome diverso (p. 18).

«Difficile immaginare come il passaggio dal termine razza a etnia possa risolvere il problema; la scelta sembra più che altro un ammiccamento alla correttezza sociale o a una superstizione ideologica» (p. 14). «L’uguaglianza si difende con la valorizzazione della diversità, non con la minimizzazione delle differenze, tanto meno con quella che si ottiene tramite operazioni di maquillage lessicale: il razzismo linguistico va snidato anche da questi subdoli anfratti» (p. 126).

Il discorso di Moro procede dimostrando con minuzia quanto sia infondato pensare ad una gerarchia delle lingue: «la più pericolosa nozione di razza che dobbiamo temere è quella che deriva dalla convinzione che esistano lingue migliori e che dunque esistano persone migliori, non per i caratteri fisici ma per la capacità di comprendere e di comunicare […]» (p. 153).

Che entusiasmi alcuni o che non piaccia affatto ad altri, da un punto di vista biologico, parliamo tutti la stessa lingua,  e la comprensione che del  mondo abbiamo non dipende dalla lingua che parliamo ma dalla nostra struttura biologica (nostra, cioè tipica degli esseri umani). È poi evidente e del tutto comprensibile che possiamo essere più legati a suoni e parole di una specifica lingua, per motivi affettivi e personali. Ma non esistono né «lingue stupide» né «lingue geniali»: «si possono dire cose da imbecilli nella stessa lingua di Dante, perché ovviamente dipendono dalla persona che le dice, non dalla grammatica che usa» (p. 127).

Con una bella immagine, Moro rileva che lingue e parole «non contengono significati così come i cieli non contengono costellazioni ma solo stelle: siamo noi che le combiniamo in figure osservando la loro luce con occhi umani e con un cervello umano […] noi non vediamo la luce; vediamo solo gli effetti che essa ha sugli oggetti […]. Allo stesso modo funzionano le parole: non hanno contenuto in sé, ma se incontrano qualcuno che le ascolta diventano qualcosa» (p. 152).

A partire dalla seconda metà del Novecento, una delle più radicali rivoluzioni linguistiche fornirà nuovi elementi per demolire il razzismo della lingua. La svolta dello studioso statunitense Noam Chomsky (Filadelfia, 1928) riguardo all’acquisizione del linguaggio condizionerà perfino la medicina.  Con il titolo Una grammatica generativa per il sistema immunitario, l’immunologo danese Niels Jerne presentò «la conferenza che tenne alla cerimonia durante la quale, per questa idea che esplicitamente riconduce a Chomsky, fu insignito del premio Nobel per la medicina» (p. 68).

Così, «sulla base di un’analisi comparata della struttura delle lingue condotta in termini matematici e dei dati inerenti all’apprendimento spontaneo delle lingue nei bambini, a partire dai primi lavori di Chomsky si ipotizza che la struttura delle lingue umane sia espressione della struttura neurobiologica degli esseri umani e lo sia in modo esclusivo; questa struttura guida l’apprendimento» (pag. 74). In questo modo, se ognuno di noi, da un punto di vista neurobiologico, nasce attrezzato per poter costruire e interpretare tutte le lingue, viene meno qualsiasi fondamento che conduca al razzismo linguistico.

Con un forte richiamo alla responsabilità, Andrea Moro è giustamente categorico nelle sue conclusioni: «Chi crede che quello che ho cercato di argomentare non sia vero e sostiene che le lingue condizionino il modo di vedere la realtà e che ci siano lingue migliori di altre è ovviamente liberissimo di continuare a crederlo e di battersi per provarlo ma deve rendersi conto che con questa posizione si assume la responsabilità di aprire uno spazio fertile a chi intende discriminare le persone secondo ciò che è più prezioso» (p. 153).

 

Testi citati

Giuseppe Civati, Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza, Gallarate (VA), People, 2018.

Istituzione Commissione straordinaria contrasto fenomeni intolleranza: approvata mozione Segre in Aula, Senato.it (30 ottobre 2019)

Simonetta Fiori, Liliana Segre: “Stupita dal voto. Non ci si può astenere dalla lotta al razzismo”, Rep: (31 ottobre 2019).


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