04 dicembre 2019

I Deipnosofisti lincei. Omaggio a Maurizio Vitale

di Gualberto Alvino

AA.VV.

I Deipnosofisti lincei. Omaggio a Maurizio Vitale

a cura di Manlio Pastore Stocchi

Roma-Padova, Antenore, 2019

 

Manlio Pastore Stocchi, già docente di Filologia e critica dantesca all’Università di Padova, studioso di letteratura medievale e magna pars della Nuova Edizione Commentata delle Opere di Dante (NECOD), coordinata da Enrico Malato, cura con passione per la collana «Miscellanea erudita» questi studî in onore di Maurizio Vitale, professore emerito di Storia della lingua italiana all’Università di Milano e autore di saggi fondamentali sui primi rimatori siciliani e giocosi, sulle vicende dell’italiano fuor di Toscana, sulla storia del conservatorismo linguistico italiano e sulla lingua di Leopardi e Manzoni (il titolo, ispirato a I deipnosofisti o I dotti a banchetto di Ateneo di Naucrati, allude agl’incontri conviviali che Vitale e i suoi amici lincei usano tenere dopo le sedute accademiche presso l’albergo romano Massimo d’Azeglio, per cenare e conversare di cultura, politica e costume).

 

Aprono il volume gli scritti di tre storici. Il medievalista Giorgio Cracco, segretario generale dell’Istituto per le ricerche di Storia sociale e religiosa di Vicenza, recensisce Verso l’unico Dio. Da Ekhnaton a Mosè di Jan Assmann (trad. it. Bologna, Il Mulino, 2018), sulle brutalità compiute in nome della religione («La ragione di tanta violenza sta nel fatto, chiosa Assmann, che ogni religione, specie nel caso dei monoteismi, è indotta a trasporre il rapporto tra vera e falsa religione in rapporto tra amico e nemico. […] pare purtroppo improbabile che le religioni riescano a comporsi in armonia, a depoliticizzarsi, per poi fronteggiare con successo la ‘politica’. Ma perché non proporlo e sperarlo? […] Non si può non ricordare che la religione di Gesù di Nazaret sembra già spontaneamente predisposta per portare pace, e non avrebbe bisogno alcuno di essere ‘depoliticizzata’. Altro resta però il discorso della ‘forza’ o del ‘potere’ dello stesso cristianesimo nei confronti dei ‘princìpi di questo mondo’»). In «Humanitas» e politica. Cicerone contro Cicerone Umberto Laffi, professore emerito di Storia greca, Storia romana ed Epigrafia latina dell’ateneo pisano, analizza il concetto, o meglio l’ideale di humanitas, condiviso dalle classi cólte della società romana, che racchiudeva in sé valori e sentimenti come la solidarietà, la comprensione, la benevolenza verso gli altri; ma spesso «le teorie entrano in un conflitto impari con l’utile personale o le superiori pretese dell’appartenenza politica», come avviene in Cicerone, il quale, benché teorico e strenuo fautore dell’humanitas, in più occasioni non esitò a sacrificarla per la ragion di Stato, «che poi coincideva con il suo interesse politico». Riflessioni sugli «Ethne» negli «Atti degli Apostoli» s’intitola l’articolo di Lucio Troiani, professore emerito di Storia romana dell’Università pavese: «Nonostante l’opinione unanime della letteratura scientifica, alcuni indizi, presenti negli Atti degli Apostoli, suggeriscono come [gli ethne] non possano essere identificati sempre e comunque con gentili, simpatizzanti della legge di Mosè. […] in Luca, “giudeo” non indica un’etnia e, come in Paolo, non designa l’intero universo ebraico. Di conseguenza, quando confronta “giudei” ed ethne, non distingue appartenenti a differenti nazioni (giudei vs gentili) ma indica l’esistenza di gerarchie all’interno dei seguaci della fede mosaica»: gli ethne, insomma, non sono una nazione contrapposta a quella ebraica, ma una sua parte.

 

È poi il turno dei filologi e degli storici della letteratura. Enrico Malato commenta il II canto dell’Inferno. Emilio Pasquini esamina il testo del Pater Noster volgarizzato da Dante (Purg., XI), inequivocabile prelievo dal Cantico delle Creature di San Francesco («per Dante è dall’universo nel suo complesso, con tutte le sue creature, che sale a Dio una sorta di lode condivisa e solidale. È forse qui il culmine della sua adesione al messaggio di Francesco»). Antonio Carlini si occupa del Poliziano filologo («Nel “nosces Politianum bonae esse fidei” c’è l’assunzione della piena responsabilità critica e insieme una sorta di sfida al lettore. Il Poliziano mette sempre a fondamento della sua ricostruzione dei testi l’autopsia dei manoscritti, ma ritiene nello stesso tempo indispensabile che ogni ricorso alla tradizione manoscritta sia verificabile dal lettore. Le sottoscrizioni del Poliziano che concludono le collazioni di manoscritti rappresentano una svolta nella storia della filologia: egli sostiene apertamente, in polemica con l’uso di predecessori e contemporanei, che si deve sempre indicare il manoscritto collazionato, dando notizia del possessore e della sede dove si trova; ancora, dice che si deve registrare ogni particolarità testuale che contiene, anche e soprattutto gli errori»). L’ispanista Laura Dolfi offre un’acuta esegesi del Panegírico al Duque de Lerma di Luis de Góngora. Manlio Pastore Stocchi passa in rassegna le figure femminili nel Goldoni maggiore («Con la creazione di Mirandolina [Goldoni] si era congedato signorilmente dai vecchi comici e dal vecchio teatro di tante battaglie, ma anche — e non lo sapeva ancora — da un’immagine della femminilità che non avrebbe più saputo né voluto ritrovare»). Anna Dolfi traduce con più d’una finezza sei testi di Louis Aragon.

 

Seguono i contributi di quattro linguisti. Francesco Bruni esamina la prosa di Massimo D’Azeglio, nella quale ricorre più volte «la parola opinione, che non va intesa nel senso moderno, volatile, documentato dai moderni sondaggi d’opinione che quotidianamente informano su orientamenti instabili e mutevoli, ma nel senso di ‘convinzione radicata’ anche se non immutabile (per esempio: la popolarità della monarchia). Sono indicativi alcuni accompagnamenti della parola: “Il raziocinio, l’opinione della civiltà universale”; “l’opinione è la vera dominatrice del mondo”; “l’opinione dell’universale”. Si parla dunque di quel profondo, lungo consenso tra governanti e governati che può cambiare e cambia, ma non nello spazio d’un mattino». Luca Serianni legge la saffica di Giacomo Zanella Egoismo e carità soffermandosi sull’immagine chiave rappresentata dall’alloro («Odio l’allor che, quando alla foresta / le novissime fronde invola il verno, / ravviluppato nell’intatta vesta / verdeggia eterno […]»): simbolo, dunque, dell’egoismo; «Ma quando si parla di alloro in poesia […] si pensa, inevitabilmente, al ramo sempreverde come simbolo della gloria poetica, destinata a sfidare i secoli»: così altrove nello stesso Zanella e nel Foscolo dei Sepolcri, mentre nell’Aleardi e in Gozzano l’alloro diventa simbolo d’una falsa gloria poetica: «l’alloro, e l’illusoria immortalità promessa dalla gloria poetica, sono svalutati anche qui; ma questa volta in nome della fede religiosa […]. Se questo è vero, la nostra saffica, di là dalla sua classica e innegabile dignità formale, acquista un sovrappiù di senso e potrebbe esser letta anche come espressione della poetica di Giacomo Zanella». In Ghisalberti, Barbi e «I Promessi Sposi» Alfredo Stussi ripercorre con la consueta acribia le fasi alterne della preziosa collaborazione prestata dal 1934 al 1941 da Fausto Ghisalberti al grande filologo pistoiese per la costituzione del testo critico della Quarantana: «A Ghisalberti gli studi manzoniani devono moltissimo e moltissimo gli doveva Barbi. Ma tutto ciò non è bastato perché gli fosse riservata una voce nel Dizionario biografico degli Italiani e nemmeno perché il “Giornale storico della letteratura italiana”, cui aveva più volte collaborato, lo onorasse d’un necrologio». Infine, in Divagazioni conviviali su deriva, marcatezza e memoria Romano Lazzeroni sottolinea l’importanza della frequenza nell’organizzazione sincronica e nella trasformazione diacronica dei sistemi linguistici: «l’organizzazione, la creazione e la partizione dei paradigmi dipende dai principi che governano la memoria», e gli stessi principî «spiegano la conservazione delle forme irregolari. Da questi principi dipenderà anche il sincretismo [fenomeno per cui più funzioni, già espresse con più forme, vengono assunte da un’unica forma], se è vero che muove dalle categorie più marcate rispetto al caso cancellato, cioè meno frequenti, meno fissate nella memoria».


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