09 dicembre 2019

L’invenzione della colpa. L’antropologia negativa leopardiana tra Zibaldone e Operette morali

di Fabio Magro

Beatrice Cristalli

L’invenzione della colpa. L’antropologia negativa leopardiana tra Zibaldone e Operette morali

Firenze, Cesati, 2019

 

«Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male […]. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive […]». È questo, come noto, l’inizio di uno dei più crudi pensieri leopardiani (Zib. 4174), il cui fascino disperato genera per immediata e umanissima necessità di una presa di distanza l’interrogativo sull’origine di tali disarmanti affermazioni. Qual è stato il percorso che ha condotto Leopardi ad una visione così radicale, pervasiva, assoluta del male? Beatrice Cristalli prova a rispondere a questa semplice e insieme estremamente complessa domanda attraverso una ricerca interessante e intelligente che segue lo sviluppo del pensiero leopardiano a partire dal rapporto che lo stesso Leopardi instaura fin dalla sua prima educazione e formazione con le sacre scritture, ossia con i testi deputati a interrogare il senso delle cose e dell’uomo alla luce della presenza di Dio. La conoscenza e lo studio della Bibbia, delle sue storie e dei suoi personaggi, rappresentava in effetti un momento cruciale, ineludibile, della formazione di stampo gesuitico che Monaldo aveva voluto impartire, in un primo momento attraverso il precettore don Sanchini, ai propri figli: componimenti ispirati alle più significative figure bibliche, dissertazioni su temi tratti dai Libri sapienziali, citazioni più o meno ampie di passi tratti dai più  importanti libri dell’antico testamento sono particolarmente frequenti nella prima, esuberante – e anche impressionante per mole – produzione letteraria del recanatese. Se non deve stupire questo assiduo esercizio su temi biblici, certo accanto a quello che trae origine dalla tradizione letteraria e filosofica di ascendenza greco-latina, ciò che colpisce piuttosto, come la stessa autrice opportunamente sottolinea, è la alquanto precoce propensione verso episodi della storia sacra che insistono su note cupe e dolorose quando non minacciose e inquietanti (lo stesso poemetto dedicato ai Re magi, di ispirazione neotestamentaria, vira dal tono elegiaco iniziale a quello drammatico che ha per culmine conclusivo la strage degli innocenti). La fervida immaginazione leopardiana si nutre dunque di un repertorio biblico che sottolinea i tratti del Dio giudice piuttosto che quelli del Dio misericordioso, innestandosi evidentemente su una educazione fin troppo rigida e oppressiva, veicolata tanto dal lato paterno che da quello materno.

 

Quello che conta tuttavia è che a questa altezza l’approccio alla storia sacra sia ancora di carattere estetico: da un lato si tratta di un repertorio narrativo che si rende disponibile a nuove forme di creazione artistica, in versi o in prosa; dall’altro la lingua e lo stile biblici diventano motivo di riflessione in merito a quella ricerca sul sublime di ascendenza longiniana che impegna per un certo tempo il giovane letterato Leopardi.

 

Solo a partire dal 1820, a ridosso dunque della cosiddetta conversione filosofica, la riflessione sull’Antico testamento cambia per così dire natura. All’apparir del vero, il proprio e attraverso di esso quello di tutti, Leopardi è spinto ad interrogarsi con precocissima ma intensa lucidità, sulle origini del Male. L’autrice segue con passione il percorso speculativo leopardiano a partire dalle riflessioni affidate per lo più a questa altezza allo Zibaldone (cfr. soprattutto Zib. 9-22 dicembre 1820; ma che trovano almeno un riflesso poetico nella canzone Alla primavera, o delle favole antiche) con cui Leopardi intende sancire la convergenza tra il proprio pensiero e il racconto delle origini affidato alla Genesi. La conseguenza del peccato originale non sta tanto o non sta solo nella perdita di uno stato di innocenza, di adesione inconsapevole alla propria creaturalità, ma nell’introduzione della ragione nel mondo («dopo il peccato, e mediante il peccato, l’uomo ebbe l’intelletto rischiaratissimo, acquistò la scienza del bene e del male e divenne effettivamente per questa, quasi unus ex nobis, disse Iddio» Zib. 437). Il peccato originale innesca il conflitto tra Natura e Ragione, ma anche vi pone fine, dando inizio al tempo storico, nel quale si fa strada inesorabilmente solo il secondo polo, quello della ragione che progressivamente tende a corrompere e cancellare ogni traccia di naturalità. Per questo aspetto Leopardi si avvicina al Rousseau del Discorso sull’origine della disuguaglianza sociale e a «quell’Illuminismo negativo che teorizza un homo bonus per natura» (p. 60). Il merito del lavoro di Beatrice Cristalli è quello di arricchire l’orizzonte entro cui si muove il pensiero leopardiano mediante continui rinvii ad autori settecenteschi ma non solo con cui il filosofo recanatese era entrato in qualche modo in contatto: ciò permette di seguire lo sviluppo del pensiero del poeta filosofo alla luce di un dibattito diffuso, per quanto solo libresco e condizionato dalla reale consistenza della biblioteca paterna.

 

Quello leopardiano però, si sa, è un pensiero in continuo movimento. Lo schematismo oppositivo Natura/Ragione non è che un momento di un percorso di ricerca che non conosce soste. Altro snodo fondamentale è allora rappresentato dal testo che apre le Operette morali, ossia la Storia del genere umano, composta nei primi mesi del 1824. In quella che appare una personale riscrittura della Genesi biblica, il taglio classicistico dello stile risulta tra l’altro funzionale all’ambientazione mitica che rinuncia non solo alla presenza genitrice di Dio, ma soprattutto alla visione per così dire progressiva del male (dalla colpa del peccato alla caduta nella storia) per una visione statica e irredimibile della negatività, ora insita nelle cose stesse. Neppure la divinità può porvi rimedio.

 

Perso definitivamente l’orizzonte verticale, assoluto, del rapporto con Dio, non resta che la dimensione orizzontale, la quale porta verso la figura negativa di Caino. Dallo sfondo mitico si passa così alla storia (storia sociale), in cui Caino, assumendo su di sé la colpa di Adamo, la perpetua. Il male morale che Caino rappresenta è tanto più significativo per Leopardi se si pensa che proprio questa figura asociale, così corrosa dall’amor proprio da covare invidia e risentimento nei confronti del fratello – e da ucciderlo – è stata posta dal racconto biblico a fondamento della convivenza umana. Caino, fondatore di città, è insieme un punto di non ritorno e un punto di inizio della storia umana. Nel segno della negatività naturalmente, anche se come dice Leopardi stesso, in un passo dello Zibaldone datato 29 luglio 1820 – e ben commentato da Cristalli –, «è bello il credere che la corruttrice della natura umana e la sorgente della massima parte de’ nostri vizi e scelleraggini sia stata in certo modo effetto e figlia e consolazione della colpa».

 

Su questa strada, dopo alcune pagine dedicate a Prometeo e ad altre centrali figure delle Operette, il percorso non poteva che chiudersi su Giobbe, colui che non teme di scagliare verso il cielo il proprio grido di lamento (la nota dolente risuona molto vicina a quella del Canto notturno leopardiano: «È funesto a chi nasce il dì natale»). Se non che lo sfondo entro cui si muove Giobbe è ancora quello biblico, di un dialogo cercato e voluto con la divinità, di un’attesa cocciuta di risposta, mentre l’orizzonte leopardiano è desolatamente vuoto. Da qui al passo posto in apertura la strada è davvero breve.

 

Ripercorrendo, sia pure succintamente, le tappe del ricco e articolato percorso argomentativo seguito dall’autrice si può ancora sottolineare l’apprezzabile sensibilità con cui la studiosa attinge alle fonti bibliche e riesce a farle dialogare con il pensiero leopardiano, chiamando in causa di volta in volta le voci critiche più autorevoli per illustrare e chiarire i passi controversi, le zone d’ombra o quelle troppo esposte di una straordinaria e davvero unica avventura umana e intellettuale, appassionante, anzi per certi versi esaltante, anche nei suoi esiti speculativi più negativi e dolorosi.

 

 


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