11 dicembre 2019

La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere

di Gualberto Alvino

Giulio Ferroni

La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere

Roma, Salerno Editrice, 2019

 

Storico della letteratura convertito, in via sperabilmente non definitiva, alla forma del pamphlet (celebri i crudi referti di Dopo la fine e di Scritture a perdere), Giulio Ferroni indaga i motivi della «marginalizzazione» della critica letteraria e della fine del suo mandato sociale: la sovrapproduzione libraria e l’«ipertrofia della comunicazione» (p. 8), che disorientano il critico al punto d’impedirgli il benché minimo discernimento:

 

La letteratura è sempre più prigioniera della quantità, della moltiplicazione della produzione e del panorama editoriale. […]. La pluralità delle esperienze dà luogo del resto a una frantumazione degli spazi e dei livelli, con un articolarsi di nicchie e strati che tendono a chiudersi in se stessi. […] È fin troppo evidente che in questo contesto la critica si trovi in condizione critica […]. Fatto assodato è la sua perdita di prestigio: sempre minore lo spazio che le tocca nei media, sempre minore la sua capacità di agire sui nodi capitali della cultura contemporanea e sulle scelte del mercato editoriale, a meno che non si ponga come sua subalterna fiancheggiatrice. (pp. 8-9);

 

l’immeritata centralità della linguistica, che prende sempre più il campo della critica letteraria benché non sia più una disciplina fondamentale come ai tempi dello strutturalismo:

 

Di fronte alla diffusa preoccupazione per lo stato della lingua italiana, per il suo impoverirsi negli usi delle giovani generazioni e dei cosiddetti nativi digitali, appare oggi preminente l’attenzione dei linguisti (mentre scarsa è quella dei critici letterari): e di conseguenza i media si rivolgono principalmente ai loro pareri, tanto che essi si fanno sempre più carico di prendere in considerazione la letteratura, di assumere l’ufficio di défense et illustration della lingua e della letteratura italiana. (p. 33);

 

la proliferazione — ma nei Paesi anglosassoni si tratta già d’una vera e propria egemonia — dei cultural studies, pletora di dottrine autoriflesse che negano ogni gerarchia di valori mettendo in discussione lo statuto di universalità della critica e cacciando a forza i testi in astratti schemi teorici d’ordine politico, sessuale, psicologico, identitario, ecc., sicché un prodotto rap e la più insignificante letteratura d’immigrazione possono accendere interessi critici pari e perfino superiori a quelli suscitati dalla Commedia o dai Canti leopardiani:

 

Per i cultural studies […] tutti i territori particolari hanno diritto di rivendicare il loro rilievo culturale e vitale, non solo le grandi categorie che sono state vittime dell’emarginazione storica — le donne, i neri, altri gruppi etnici, i gay, le lesbiche, ecc. —, ma anche le varie forme della cultura pop e di massa, le occasioni e le forme di rapporto marginali e locali, ludiche, superficiali, o estreme: col rischio che in molti casi i diversi punti di vista locali siano tra loro in conflitto, dato che ognuno esclude tutti gli altri, anche se il maggior nemico è sempre la pretesa universalità della cultura ‘alta’, il canone occidentale, a cui si oppongono i molteplici canoni locali o parziali. (p. 34);

 

la subordinazione della critica letteraria alle neuroscienze, secondo le quali l’attività neuronale sarebbe più che sufficiente a spiegare l’esperienza estetica:

 

C’è però il rischio che in questo contesto la letteratura valga soprattutto per gli esempi che cursoriamente viene a offrire, ridotta a trovare conferma e sostegno in modelli scientifici che vanno al di là di essa: e finisce per esserci ben scarso campo per la critica, per la distinzione, l’orizzonte storico, la lotta con il tempo e con il destino. Un confronto con la biologia e le neuroscienze non si dovrà certo evitare: il lavoro che esse svolgono è uno dei dati più determinanti della cultura contemporanea, riguarda il nostro essere nel mondo e i nostri equilibri fisici e psichici, opportunità e rischi inevitabilmente intrecciati. Per questo nessun critico potrà ignorare le loro determinanti risultanze pubbliche; ma altro sarebbe estrarne dei metodi critici, altro pretendere di ricavarne ipotesi sul funzionamento delle forme artistiche, arrivare a interpretare testi e opere sulla base di modelli neuronali. (p. 38).

 

Se è vero che crisi e critica sono coessenziali («la critica […], in quanto critica, viene costitutivamente a trovarsi in crisi, a interrogare se stessa, a dislocarsi da se stessa, a dubitare dei propri fondamenti e di ogni fondamento considerato indiscutibile», p. 17), proprio la gravità della prima può indurre la seconda a trarre energia dalla propria inadeguatezza e a contrastare il pensiero unico economicistico-digitale, che vorrebbe degradarla a «supporto di mercato, a ginnastica ipertestuale, a ratifica del già dato. […] ogni autentico atto critico è un atto di resistenza, non c’è critica senza resistenza» (p. 65). Ma la resistenza implica necessariamente lentezza, silenzio, «una vertigine di solitudine di fronte al proporsi infinito dei messaggi e delle apparenze, al groviglio della rete, dei media e dello stesso mercato letterario» (ivi). L’ecologia della parola e della letteratura è per l’Autore la sola diga in grado di arginare lo sviluppo sregolato e senza limiti:

 

Una critica letteraria all’altezza del presente dovrebbe farsi carico dell’interna dimensione ambientale della letteratura, del modo in cui le opere letterarie definiscono le condizioni dei mondi rappresentati e di ciò che è fuori di essi. […] Nella letteratura a noi più vicina non mancano allarmi di vario genere sul destino dell’ambiente, dettati non da incongrue visioni sentimentali della natura, ma dalla coscienza sempre più acuta e necessaria dei rischi a cui la continuazione di uno sviluppo illimitato e senza regole sta esponendo tutta la civiltà. Inquinamento e alterazioni climatiche minacciano la vita stessa sulla terra, il destino delle giovani generazioni: […] questo dovrebbe essere l’orizzonte della critica (di ogni forma di critica) e della letteratura. Senza dimenticare che il destino dell’ambiente è parallelo al destino della stessa letteratura (e, aggiungo, dello stesso umanesimo): che all’ecologia dello spazio è parallela una necessaria ecologia della parola e della letteratura, una critica della costipazione della comunicazione e dei linguaggi, critica della quantità, dell’eccesso, della velocità che sembrano voler nullificare ogni esperienza. (pp. 47-48).

 

Nessuno vorrà negare che il Ferroni polemista offra spesso pagine godibili e istruttive: il capitolo II, Il cimitero delle teorie, è un pregevole compendio ragionato della critica letteraria tardonovecentesca deliziosamente venato di nostalgia; il V, La poesia, voce di ciò che non abbiamo, un’ottima prova di stile, detratto qualche eccesso spiritual-espressivistico («La poesia viene da lontano: è la voce che squarcia i silenzi dei tempi più remoti e giunge fino a noi […]. Le parole di Saffo […] si affacciano sul silenzio dello spazio, sul movimento celeste e sullo sfuggire del tempo», pp. 50-51); ma l’estremismo, si dica pure il fondamentalismo di certe posizioni e gli scenarî apocalittici entro i quali egli inscrive la propria esagitata drammaturgia concettuale son fatti per provocare più d’una perplessità e — usiamo una sua parola — resistenza.

 

Sorvolando su stereotipi e filosofemi arcinoti finanche al ginnasiale dell’ultimo banco («non è mai possibile dire fino in fondo», «il senso del mondo resta opaco e inattingibile», p. 54), rischiano di suonare a vuoto asserti come «la creazione poetica [è il fermento naturale dello] spirito ecologico, sempre più necessario per la salvezza del mondo» (p. 58): l’arte è una forma di conoscenza, non un presidio igienico-sanitario. E soprattutto, supremo fra i truismi, «non c’è critica senza resistenza»: abbiamo davvero bisogno d’essere avvisati che l’atto critico, come d’altronde ogni atto estetico degno del nome, è naturaliter antagonista? Quella asservita al mercato editoriale, o sua «subalterna fiancheggiatrice», merita la qualifica di critica o non piuttosto di volgare propaganda? Inoltre:

 

‒ è bensì indiscutibile che la presente stagione culturale sia destinata in ogni suo comparto (letteratura, teatro, cinema, televisione, giornalismo, arti, politica…) a passare agli annali come un’epoca da basso impero, ma chi dice che la critica letteraria è emarginata, priva di prestigio e di mandato sociale? Lo «spazio che le tocca nei media» è sempre minore (p. 9) per il semplice motivo che ha traslocato, insieme alla cosiddetta “comunità letteraria”, in Rete, dove viene quotidianamente interpellata e riverita (senza contare che le riviste accademiche pullulano di eccellenti prove critiche, anche militanti);

 

‒ perché mai i linguisti che «si fanno carico di prendere in considerazione la letteratura» dovrebbero essere ragione di scandalo? Non è forse critica letteraria, e di che calibro!, anche quella esercitata da storici della lingua come, per limitarci a due soli nomi, Pier Vincenzo Mengaldo e Luigi Matt?

 

‒ che significa «critica della quantità e della velocità»? quale la traduzione in termini operativi? con che armi può il critico combattere l’«ipertrofia della comunicazione e dell’universo culturale»? Velocità e quantità costituiscono il proprium di questo mondo, e cómpito del critico è abitare l’esistente industriandosi a interpretarlo, non certo indicare agli autori la via maestra fornendo loro gli strumenti per salvare il pianeta e il genere umano (missioni di cui la stragrande maggioranza degli artisti si ride cordialmente).

 

Infine, meraviglia che uno storico di lungo corso e di provato valore come Ferroni stenti a sceverare il grano dal loglio: irricevibili le parole di fuoco che egli scocca di continuo contro lo strutturalismo («le dissezioni geometriche dei testi letterari, venute in voga con la moda semiotica e strutturalistica, mostravano sempre più una meccanica autosufficienza, dove la pretesa di svelare l’articolazione formale dei testi finiva per cancellare ogni riferimento al loro orizzonte esistenziale e alla loro concreta storicità», p. 26), uno dei metodi più fecondi di risultati critici, certo incomparabilmente superiori agli attuali: si pensi soltanto, per restare entro i confini nazionali, alle magistrali analisi, attente non meno alla concretezza del testo che alla dimensione storica sociologica ed esperienziale della letteratura, firmate — oltreché da Cesare Segre, l’unico nelle grazie del Nostro — da Maria Corti, D’Arco Silvio Avalle, Umberto Eco, Stefano Agosti, Gian Luigi Beccaria, e dallo strutturalista ante litteram Gianfranco Contini.

 

Riferimenti bibliografici

 

Giulio Ferroni, Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Torino, Einaudi, 1996; poi, col sottotitolo Una letteratura possibile, Roma, Donzelli, 2010.

 

Id., Scritture a perdere. La letteratura negli anni Zero, Roma-Bari, Laterza, 2010.


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