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Massimo Palermo
Linguistica testuale dell'italiano
Il Mulino, 2013
 
Il manuale di Massimo Palermo, docente di Linguistica italiana all'Università per stranieri di Siena, si compone di sette capitoli.
  • Nel capitolo I, si traccia una rapida storia delle principali elaborazioni e acquisizioni della linguistica testuale, dalle prime intuizioni di Eugenio Coseriu (metà degli anni Cinquanta del Novecento), fino all'attuale benefica inglobazione da parte della linguistica senza aggettivi di alcune idee-chiave e procedure fondamentali della linguistica testuale; inoltre si definiscono i termini-cardine testo, proposizione, frase, enunciato.
  • Nel capitolo II, si tratta della coerenza, la prima delle due “forze fondamentali” del testo (come le chiama l'autore), o, più precisamente, seguendo l'indicazione terminologica di Maria Elisabeth Conte, della coerenza a parte subjecti, cioè della «ricerca di una continuità semantica nell'atto interpretativo» (Palermo, Premessa, p. 9).
  • Nei capitoli III, IV, V, VI, si punta al centro della ricerca della continuità «nelle caratteristiche formali del testo inteso come prodotto» (ivi), ovvero coerenza a parte objecti o coesione (ampio spazio è dedicato ai mezzi di coesione tra enunciati e parti di un testo: anafora, catafora, ellissi, deissi, connettivi pragmatici).
  • Nel capitolo VII, si affronta la classificazione dei tipi di testo (illustrando, tra gli altri, il modello funzionale proposto da Werlich – narrativo, descrittivo, argomentattivo, informativo, regolativo –, da integrare con la classificazione fondata sul concetto di vincolo comunicativo, avanzata da Francesco Sabatini) e dei generi testuali, questi ultimi soggetti ad ampia variabilità culturale e storica.
 
Per capire che la “grammatica del testo” e la “grammatica della frase” rispondono a regole differenti, potrebbe bastare un semplice esempio, prodotto da Massimo Palermo a pagina 210 del suo ricco, analitico e chiarissimo manuale, destinato agli studenti universitari e a tutte le «persone interessate ai meccanismi di funzionamento della lingua» italiana:
 
«Se c'è il sole, allora vado al mare.
Allora, ci vogliamo sbrigare? Il treno sta partendo!»
 
Il primo allora viene interpretato facilmente sia dalla grammatica tradizionale applicata alla sintassi del periodo (congiunzione conclusiva), sia dalla linguistica testuale alla ricerca dei meccanismi di coesione (connettivo semantico). Il secondo allora viene interpretato dalla linguistica testuale come connettivo pragmatico o segnale discorsivo, ma imbarazza la grammatica tradizionale e, giù per li rami, i dizionari della lingua, che, quale più quale meno, della tradizione grammaticale riverberano le stelle fisse delle categorie concettuali. Sì – diciamo a noi stessi, cercando di attenerci alle definizioni vocabolaristiche – questo allora sarà pure un avverbio, ma non è il solito avverbio di tempo che riporta indietro “a quel momento là”. Allora, che cos'è? Il dizionario si ferma ad approssimazioni parziali (“all'inizio di una frase interrogativa...”), senza poter cogliere la novità della funzione che l'analisi testuale individua, per quell'elemento linguistico-grammaticale, nell'ambito della costruzione di un testo di senso compiuto.
 
Il primo allora esprime una relazione di conseguenza logica tra due proposizioni collegate. Il secondo va spiegato in un modo che allarga l'orizzonte ed estende la profondità dello sguardo sul fatto linguistico: qui «allora serve a iniziare un turno di conversazione, manifestando al contempo l'intenzione del parlante di sollecitare o rimproverare gli interlocutori per il ritardo. Ma in altri contesti può assumere funzioni diverse, per esempio segnalare semplicemente l'apertura del discorso: “Allora siamo d'accordo così eh, se non ci si sente più ci si vede venerdì pomeriggio alle cinque”» (pp. 210-11).
Di fronte a tale tipo di analisi, ovviamente attenta a ricordare il fatto che particelle come allora «trovano impiego prevalentemente nel parlato spontaneo e nella conversazione, anche se non sono assenti nella lingua scritta» (p. 211), si capisce come le reprimende pseudo-puristiche (“non è giusto cominciare con allora una frase dopo il punto fermo”) siano destinate a cadere nella morta gora della disputa cavillosa che, peraltro, impegnerà sempre, fino alla fine dei tempi, chi interpreta la norma grammaticale tradizionale come proiezione e insieme gabbia della lingua viva, ridotta, viceversa, a organismo perfettamente sistematizzato e impermeabile alla variabilità e ai cambiamenti. Tra parentesi, a beneficio di chi fatica a credere che le congiunzioni e e ma possano essere usate a inizio di frase, si legga alle pp. 211-213 ciò che Palermo scrive in un apposito “quadro” (così l'autore chiama le efficaci voci da compact enciclopedico che, in ogni capitolo, aprono una finestra su discipline e temi collegati alla trattazione principale).
 
Un altro esempio di comparazione più o meno esplicitamente contrastiva tra grammatica tradizionale e analisi testuale si trova nel “quadro” che incornicia e spiega, alle pp. 166-67, le costruzioni marcate (dislocazioni a sinistra – qui cade anche il famoso a me mi piace – e a destra , frasi scisse, costruzioni a tema sospeso – il buon vecchio e caro anacoluto –), da sempre e a tutt'oggi osteggiate dalle grammatiche, dall'insegnamento scolastico e dunque, per inerzia, rigettate dal “senso comune della lingua”.
 
Traspare, dalle pagine del manuale, la netta sensazione che la linguistica testuale, così come oggi si presenta, vale a dire aperta all'interazione con la pragmalinguistica e intenta a sviluppare, in uno dei propri filoni di indagine, l'analisi della distribuzione dell'informazione nel testo, si metta in fatale collisione con ogni visione rigidamente normativistica del fatto linguistico. Per capire quanto detto, basta molto meno. È sufficiente leggere la definizione di testo che Palermo offre, raccogliendo e riformulando più di mezzo secolo di elaborazioni e definizioni: «qualsiasi enunciato o insieme di enunciati – realizzato in forma orale, scritta o trasmessa – dotato di senso, che, collocato all'interno di opportune coordinate contestuali, realizza una funzione comunicativa» (p. 21).
 
Paradossalmente – ma non troppo – se uno straniero alle prese con l'apprendimento dell'italiano dicesse «mi piacerebbi di andare a cinema», l'analisi tradizionale della frase boccerebbe come agrammaticale la frase, mentre l'analisi testuale lo validerebbe come testo, a prescindere dagli errori grammaticali che l’enunciato contiene: «per sapere se un enunciato è una frase, ci basta far ricorso alla nostra competenza linguistica, mentre per decidere se una sequenza di frasi costituisce un testo è necessario conoscere il contesto e affidarsi anche a elementi extralinguistici» (p. 29). In questo senso, sapere che l'enunciato è stato prodotto da uno straniero che sta imparando l'italiano è un fattore decisivo. Così riguardato, un testo orale, scritto o trasmesso, è finalizzato a una comunicazione efficace (felice, come scrivono i pragmalinguisti), costituita da un punto mobile, e ogni volta diverso, di incontro tra produzione (da parte dell'emittente) e interpretazione (da parte del ricevente). Sempre calato tra i marosi del contesto situazionale, il testo presuppone, negli interlocutori, l'adozione di strumenti e strategie che, ovviamente, includono l'uso dell'arsenale linguistico-grammaticale, ma lo agganciano a ogni passo a fondamentali elementi extra-linguistici contestuali. Lo stesso arsenale linguistico-grammaticale va riconsiderato funzionalisticamente, dunque secondo un punto di vista e categorie differenti dalle solite (vedi l'esempio di allora), indirizzate al fine di una comunicazione riuscita.
 
Da segnalare, in piena coerenza con gli assunti del libro e le caratteristiche della linguistica testuale, la distribuzione degli esempi di lingua addotti da Massimo Palermo, nel corso della trattazione, lungo un'ampia tastiera di possibilità, che spazia da Boccaccio a Checco Zalone, passando per Montale e Caparezza.
 
Silverio Novelli