09 gennaio 2020

Epistola della peste. Edizione critica secondo il ms. Banco Rari 29

di Gualberto Alvino

Niccolò Machiavelli

Epistola della peste

Edizione critica secondo il ms. Banco Rari 29

A cura di Pasquale Stoppelli

Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2019

 

Con argomentazioni altrettanto acute che probanti Pasquale Stoppelli (link) intesta senza riserve al Machiavelli l’Epistola della peste, dopo avergli riconosciuto l’anepigrafa Commedia in versi (Commedia in versi da restituire a Niccolò Machiavelli, edizione critica secondo il Banco Rari 29, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018), entrambe attribuite negli studî a Lorenzo Strozzi, amico e protettore del Segretario fiorentino.

 

Dei sette componimenti iniziali del composito Banco Rari 29 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, tra i più importanti codici letterarî cinquecenteschi, il primo è vergato da Strozzi, i restanti sei da Machiavelli. Si tratta non di un’ordinaria missiva, bensì di un testo letterario in forma di lettera:

 

Ma una lettera di chi a chi? Quando negli anni Ottanta dell’Ottocento una parte della collezione di manoscritti di lord Ashburnham fu acquistata dallo Stato italiano e conferita alla Biblioteca Medicea Laurenziana, in uno di questi, l’Ashburnham 606, collettore in parte autografo in parte idiografo delle opere di Strozzi, il testo riapparve ricomposto nella sua integrità per mano di un copista che vi premise questa didascalia: «Pistola fatta per la peste. Lorenzo a Girolamo di Maestro Luca in villa». Secondo questa testimonianza, dunque, Lorenzo Strozzi sarebbe stato autore e mittente, Girolamo di Maestro Luca destinatario. […] ma se le cose stessero effettivamente in questo modo, come spiegare il fascicolo esemplato da Machiavelli? (p. 16).

 

L’autografo strozziano è un fascicolo di sei carte intitolato da mano sconosciuta Epistola fatta per la peste, cui segue una chiosa stesa in un latino approssimativo che assegna il testo a Strozzi, «per giunta con la chiamata a testimonio di Dio e degli uomini di buona fede sulla veridicità di quanto dichiarato: giuramento che ha tutta l’aria di una excusatio non petita» (p. 17). Il manoscritto machiavelliano consta invece di dieci carte contenenti correzioni di mano strozziana. Perché l’autografo machiavelliano si trova fra le carte di Strozzi? E per quale motivo questi avrebbe rivisto il testo non sul proprio originale ma sulla copia esemplata da Machiavelli?

 

Le prime due carte originarie del fascicolo machiavelliano risultano mancanti e tutte hanno i segni di una doppia piegatura, quindi furono preparate per essere spedite:

 

Ebbene, se quei fogli sono di mano di Machiavelli e sono stati ritrovati fra le carte di Strozzi, ci possono essere dubbi ragionevoli su chi le abbia inviate e chi le abbia ricevute? Adesso si può anche ipotizzare la ragione per cui i due bifolii esterni del fascicolo autografo di Machiavelli manchino, e sarebbe una ragione che non torna a onore di Strozzi: il primo, quello più esterno, […] perché portava in uno dei rettangoli conseguenti alle piegature il nome del destinatario del plico, cioè Lorenzo Strozzi; il secondo perché apriva [con la seguente riga d’intestazione:] «Niccolò Machiavelli a Lorenzo Strozzi in villa». E noi sappiamo che Lorenzo allora dimorava appunto alle Selve. Insomma, una maniera spiccia per eliminare qualsiasi traccia sia dell’invio sia del nome di Machiavelli. (pp. 26-27).

 

L’attribuzione dell’Epistola a Strozzi è fondata, insomma, su due attestazioni prive di qualunque attendibilità: a) una sorta di giuramento in un latino periclitante che precede la parte iniziale del testo nel Banco Rari 29; b) una nota in testa all’ashburnhamiano che indica in Lorenzo il mittente e in tal Girolamo di Maestro Luca (con ogni probabilità un insegnante) il destinatario:

 

Non v’è dubbio che le due attestazioni siano state suggerite da Strozzi, ma siamo certi che non ci sia millanteria? […] che questi mirasse a lasciare miglior opinione di sé come scrittore, attribuendosi ciò che non era farina del suo sacco, è già emerso studiando la Commedia in versi.

 

Inoltre, nell’incipit dell’Epistola l’autore dichiara la propria gratitudine al destinatario («crescendo sempre la vostra benivolentia verso di me, con la continuatione di multiplicarne l’infiniti vostri benifitii»): ma Strozzi appartiene a una delle più ricche e influenti famiglie fiorentine, mentre Machiavelli non è in quegli anni che un ex funzionario pubblico in difficoltà economiche e politicamente emarginato in séguito al ritorno dei Medici:

 

Se uno dei due aveva ricevuto favori dall’altro, questi era senza alcun dubbio Machiavelli, che del resto aveva già avuto modo nella dedica a Strozzi dell’Arte della guerra, uscita a stampa nel 1521, di rivolgere parole di riconoscenza dello stesso tenore di quelle ora espresse nella lettera [«per dimostrarmi grato […] de’ beneficii ho ricevuto da voi»] (p. 22).

 

Se non è plausibile che Lorenzo esprima la propria riconoscenza a Machiavelli, è ovviamente impossibile che il facoltoso notabile sia stato per lungo tempo beneficato da un semplice maestro di scuola.

 

Queste, in estrema sintesi, le prove esterne al testo. Quanto alle prove interne, ossia le valutazioni linguistico-stilistiche, l’editore critico è ancor più largo e persuasivo:

 

‒ l’Epistola, evidentemente ispirata all’Introduzione alla prima giornata del Decameron, rigoglia di stilemi boccacciani imitati con grande maestria: l’impressione generale è quella di un pastiche teso a rappresentare parodisticamente sia la realtà della peste sia la letteratura che la racconta. Non può certo appartenere a un autore mediocre come Strozzi un tale virtuosismo linguistico-espressivo. Il cui vertice è toccato dalla descrizione della giovane incontrata in Santa Maria Novella:

 

[U]n brano di 1.220 parole che costituisce un testo nel testo. L’iconografia, una donna seduta su un gradone che sostiene il volto col braccio poggiando sul fianco sinistro, è ispirata alla Melencolia I di Dürer (link); la tipologia letteraria è invece quella della descriptio puellae, sulla quale Machiavelli, altra circostanza di non poco conto ai fini attributivi, si era già messo alla prova nell’Asino. (p. 36);

 

‒ esattamente come nella Mandragola, il riferimento alle ore scandisce il racconto della giornata;

 

‒ l’atmosfera dell’Epistola porta inequivocabilmente a Machiavelli: non solo l’irriverenza nei confronti dei valori e delle istituzioni è la stessa che caratterizza la Mandragola, ma:

 

il percorso del nostro personaggio nell’Epistola coincide a tratti con quello di Ligurio in cerca di Callimaco. […] E poi, al di fuori della Mandragola, alcune lettere con racconti tra realtà e fantasia, come quella dell’8 dicembre 1509 da Verona a Luigi Guicciardini, dove Machiavelli narra di un suo accoppiamento al buio con una donna che scoprirà poi essere una vecchia laida; o quella al Vettori del 25 febbraio 1514 nella quale racconta la scorribanda notturna per Firenze di Giuliano Brancacci a caccia di ragazzi: anche qui un itinerario cittadino. (pp. 28-29);

 

‒ è ben machiavelliano lo slittamento del discorso diretto nell’indiretto libero, stilema adibito anche nelle Istorie fiorentine:

 

[N]on ci meraviglieremmo se si trattasse di un narratore ottocentesco, ma trovarl[o] applicato con tale limpidezza e padronanza nella prima metà del Cinquecento suscita stupore. È innegabile che si tratti di un prosatore stilisticamente raffinato, che dimostra grande abilità nel variare i registri della sua sintassi narrativa. (p. 35).

 

Riconducono senza dubbio all’usus scribendi e al modo di formare machiavelliani, in quanto impiegati sia nell’Epistola sia in altre opere, i seguenti spunti tematici, moduli sintattici e fatti lessicali:

 

implicato nell’accezione di ‘impegnato, coinvolto’;

 

convenire che preceduto da una subordinata gerundiva;

 

‒ considerazioni sul presente unite a ipotesi sul futuro: «le cose presenti ci offendono, le future ci minacciano» (cfr. ad esempio Principe VII 31: «E questi furno e’ governi sua quanto alle cose presenti. Ma, quanto alle future…»);

 

‒ l’associazione dell’onore all’utile («I ragionamenti, che essere solevono in piaza honorevoli et in mercato utili»);

 

‒ «né mi pare da potervela dipignere con miglior exemplo che con il mio»: cfr. Discorsi III 27 6: «Sopra che non si può dare il miglior esemplo che la città di Pavia»;

 

dipignere nel significato di ‘raccontare, rappresentare’;

 

‒ «tre donne in gamurrino, vechie, scrignute et forse zoppe»: cfr. Mandragola IV 4 1: «Egli ha seco uno che pare scrignuto, zoppo»;

 

‒ «donna […] animosa»: «è l’aggettivo preferito da Machiavelli per sottolineare la fierezza e il coraggio» (p. 59 nota);

 

‒ l’associazione di sovvenire a bisogno («alli miei bisogni sobvenire»);

 

‒ «con tanta arte et diligenza fabricato»: cfr. Istorie fiorentine, [Dedica] 1: «ho usata tutta quella diligenzia e arte»;

 

‒ «non tenne il fermo» ‘non fu duraturo’;

 

‒ «tosto tosto» ‘prestissimo’ (benché la duplicazione elativa — osserviamo — fosse diffusissima nel Cinquecento, come risulta dal motore di ricerca Google libri);

 

‒ riflessioni sulla mutevolezza dell’opinione pubblica («tosto tosto vi dico, si dirà che stata ingiustamente infamata siate»);

 

‒ «huomo […] ben qualificato» ‘distintissimo’;

 

‒ «alla patria mantenersi»: cfr. Istorie fiorentine IV 29 6: «mantienti vivo agli amici e alla patria»;

 

‒ «per il cui amore disposto sono mettere la vita»: cfr. Lettere (Opere. II. Lettere, Legazioni e Commissarie, a cura di Corrado Vivanti, Torino, Einaudi, 1999, pp. 1-465, alla p. 233): «offerendosi da tutti di mettere infino alla vita per la difesa sua»;

 

‒ «da il suo exemplo mosso»: cfr., tra l’altro, Istorie fiorentine IV 27 5: «mosso dallo esemplo delle antiche nobiltà»;

 

‒ «Ella era […] d’una comunale grandeza»: cfr. Istorie fiorentine VII 6 5: «Fu di comunale grandezza»;

 

‒ «l’arcate […] ciglia»: cfr. Asino IV 64-66: «Sottili, arcati e neri erano i cigli»;

 

«con i diti stietti et suavi et forse di tale virtù che per i loro toccamenti il vechio Priamo si risentirebbe»: «‘sentirebbe risvegliare i suoi sensi’. Risentirsi è lo stesso verbo che usa la vedova della Mandragola (III 3 1) al ricordo delle pratiche a cui la sottoponeva il marito; è anche nella Commedia in versi, II 93-94, con lo stesso significato» (pp. 68-69 nota);

 

‒ l’opposizione giovare/nuocere («se sanza altrui giovare ad voi stessi nuocere non volete»);

 

‒ «Il ribaldone, che di già spiritava et per fare forse un altro parentado più a gusto suo harebbe guasto il nostro, quantunque per gli occhi sfavillassi et ne’ panni non capessi, stòrsessi sì come allo incanto biscia»: ribaldone anche in Mandragola V 2 3 («Che direte voi che io non potevo fare levare quel ribaldone?»); parentado vale, in senso ironico, ‘accoppiamento’, non già ‘matrimonio’, come è stato finora supposto (cfr. Mandragola III 8 1-2: Timoteo: «Fate che le donne venghino. Io so quello che io ho a fare; e, se l’autorità mia varrà, noi concluderemo questo parentado questa sera»).


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0