22 gennaio 2020

Nuovi fondamenti di linguistica. Edizione riveduta e corretta

di Gualberto Alvino

Raffaele Simone

Nuovi fondamenti di linguistica. Edizione riveduta e corretta

Milano, McGraw-Hill, 2016 (30a ristampa 2019)

 

Meraviglia a prima giunta la postura, il tono, il ductus non già del celebrato cattedratico e maestro di più generazioni, ma dell’entusiasta appassionato di lingua, o word lover, come suona una sua felice formula. Versione riveduta, corretta e «asciugata» dei Fondamenti di linguistica («primo trattato italiano moderno» della disciplina, si avverte nella Prefazione, edito da Laterza nel 1990), il volume tiene più del saggio à la française che del puro manuale, in quanto l’Autore, anziché limitarsi a inventariarne i fondamenti, offre una personale concezione della linguistica dando voce alla sua seconda anima di filosofo del linguaggio e non disdegnando di adibire le agilità del più affabile, coinvolgente parlato formale. Il talento pedagogico, e si dica pure ammaestrativo, del Nostro è infatti altrettanto spiccato che raro: si veda per esempio con quale limpidezza, grazie alla “chiave” magazzino di memoria, si definisca a beneficio dell’apprendente la celebre dicotomia saussuriana di sintagmatica e paradigmatica:

 

Secondo una tradizione terminologica che risale a Saussure, la linea su cui vengono disposti gli elementi linguistici selezionati è detta asse sintagmatico, mentre il magazzino di memoria da cui si selezionano gli elementi da disporre sintagmaticamente è detto asse paradigmatico. Utilizzando tale terminologia, è possibile dire che gli enunciati sono ottenuti selezionando gli elementi dall’asse paradigmatico e combinandoli su quello sintagmatico. (p. 31)

 

o la clausola, unità sintattica mediana tra sintagma e frase, e il concetto di agrammaticalità, senza saltare il benché minimo snodo logico, e soprattutto senza evitare le (necessarie) ripetizioni:

 

Alcune clausole sono semplici (dette anche nucleari), in quanto nessuno dei loro costituenti è a sua volta una clausola. Le clausole complesse, invece, hanno come costituenti clausole semplici. La clausola semplice è quindi l’elemento costruttivo fondamentale degli enunciati. […] la clausola semplice è composta da un nucleo (componente obbligatorio, come la testa dei sintagmi) e da elementi facoltativi denominati circostanziali, che servono a dare informazioni aggiuntive in termini di luogo, tempo, causa ecc. In un caso come “Mi sono accorto di lui da poco tempo”, da poco tempo è un circostanziale: possiamo eliminarlo senza destabilizzare il resto. Se invece eliminiamo un costituente del nucleo, come il complemento di lui, otteniamo una clausola scorretta (o non grammaticale): *Mi sono accorto da poco tempo. (pp. 127-128)

 

o il motivo dell’esistenza di lingue pro-drop e dell’inesistenza di lingue prive di argomenti del verbo:

 

Il “blocco” formato da verbo e argomenti è più compatto e ricco di componenti di quello costituito dal soggetto. Ciò può in parte spiegare come mai esistano lingue a soggetto nullo (come l’italiano: arrivo subito), mentre non sembrano esistere lingue prive di argomenti del verbo. Inoltre, ciò spiega anche come mai il costituente incorporato dal verbo sia normalmente l’oggetto e non il soggetto. (p. 129)

 

o, ancora, la categoria concettuale e pragmatica dell’evidenzialità, sulle condizioni di felicità degli atti assertivi (secondo cui il parlante deve disporre di conoscenze che lo rendono titolato ad asserire il vero o a supporre il plausibile), stavolta mediante la “chiave” — a proposito di agilità del parlato — salvare la faccia:

 

L’evidenzialità (dall’ingl. evidence ‘prova, dato di fatto’) è una categoria che indica se il contenuto proposizionale di un enunciato risale a un’esperienza diretta (visiva o uditiva) del parlante oppure a fonti indirette. Questa categoria è presente in troppe lingue (lingue indiane d’America, dell’America meridionale, dell’area del Pacifico e del Caucaso) per esser priva di una ragione profonda nelle origini del linguaggio. Una possibile spiegazione sta nella preoccupazione di “salvare la faccia” da parte del parlante: tutte le volte che può, il parlante separa le informazioni che possiede per esperienza diretta da quelle che ha ottenuto indirettamente, perché qualcuno le ha riferite o perché le ha raggiunte per congettura. In tal modo si protegge dal rischio di essere accusato di dire cose non vere e di esporre la propria responsabilità e la propria “faccia”. (pp. 188-189)

 

e, riguardo alla «narratività delle lingue», la grammatica intesa come drammatizzazione dell’enunciato:

 

Con le risorse grammaticali delle lingue è possibile compiere operazioni che somigliano a quelle che si eseguono durante la messa in scena di un’azione drammatica: distribuire ruoli (agente, paziente, protagonisti, antagonisti, oggetti animati e inanimati ecc.), stabilire il momento di “entrata” e di “uscita” di ognuno, descrivere sequenze di azioni e azioni parallele, stabilire tempi e durate, distanziare gli eventi, creare primi piani e sfondi ecc. […] Quasi tutte le risorse della grammatica servono a creare effetti di drammatizzazione: i sistemi temporali (esemplificati in italiano dalle differenze di modo, di tempo ecc.) permettono di collocare gli eventi nel tempo stabilendo quale è avvenuto dopo e quale prima del momento dell’enunciazione; i mezzi per localizzare gli oggetti nello spazio (come le subordinate circostanziali e gli avverbi locativi) creano “quinte” spaziali e costruiscono equivalenti verbali della situazione spaziale (vicino, lontano, a sinistra, a destra, avanti, dietro ecc.); i connettivi (perciò, quindi, invece, purtroppo e così via) permettono di trasformare una sequenza di clausole in un ragionamento ecc. (pp. 197-198).

 

Non che il catalogo delle istituzioni risulti menomato dal prevalere della forma saggio sulla forma prontuario: rispondono all’appello tutti i principî della linguistica, arricchiti da acuti esami comparativi e referti relativi a lingue e dialetti di tutto il mondo (un panorama a dir nulla imponente; nell’ordine: dakota, algonchino, lingue sioux, cinese, giapponese, coreano, vietnamita, thai, basco, etrusco, lingue semitiche, lingue bantu, turco, polacco, ceco, svedese, arabo, ebraico, swahili, hindi, creolo neomelanesiano a base inglese, latino, greco, sanscrito, tedesco, russo, tuscarora, napoletano, salentino, neopersiano, oneida, inglese, olandese, lingue ugro-finniche, lingue sino-tibetane, ilocano, haitiano, yagua, api, ndjukà, yu’pik eskimo, ungherese, finnico, fasu, malgascio, slovacco, romancio, tahitiano, samoano). Ma uno spazio cospicuo è riservato a puntualizzazioni, chiose e valutazioni di grande interesse e originalità. Ne segnaliamo due: quella sulla presunta scientificità della linguistica:

 

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio e delle lingue. Questa definizione permette di escludere dall’ambito del termine linguistica tutte quelle forme di interesse dilettantesco per il linguaggio e le lingue che si registrano in tutti i tempi e che si manifestano tipicamente sotto forma di etimologie fantasiose, speculazioni sull’origine del linguaggio e supposizioni di parentele impossibili tra lingue, riservando invece il termine all’analisi rigorosa dei fenomeni linguistici.

Sin dal suo primo costituirsi come disciplina consapevole di se stessa (non prima della metà dell’800) la linguistica ha compiuto sforzi importanti per acquistare uno status scientifico riconosciuto, sia modellando le proprie procedure, i propri concetti di fondo e i propri metodi su una varietà di scienze già assestate (dalla biologia alla matematica ecc.), sia impiantando programmi per la costruzione di un metodo autonomo. Malgrado ciò, attribuirle un carattere pienamente “scientifico” (come pretendevano i fondatori della linguistica moderna nell’800, e come pretendono molti linguisti oggi) è probabilmente una formula eccessiva. Malgrado i suoi sforzi, la linguistica è ancora una scienza “debole”: i suoi metodi sono spesso incerti, il disaccordo tra i suoi esponenti è molto elevato, alcune definizioni di base sono controverse. (pp. 3-4)

 

e quella sulla grammatica come sistema di opzioni obbligatorie e sul lessico come sistema di opzioni libere:

 

[D]enominiamo grammatica l’insieme delle opzioni obbligatorie tra cui occorre scegliere una volta compiuta una scelta lessicale libera. Tale definizione si basa evidentemente sull’opposizione tra grammatica e lessico, che sono i due canali entro cui si distribuisce il significato.

Ciò permette, sempre intuitivamente, di cogliere un altro carattere importante delle opzioni grammaticali. Esse infatti:

a. sono di carattere oppositivo (un singolare, per esempio, si definisce distinguendosi da un plurale; un presente si oppone a un passato e a un futuro ecc.);

b. sono in numero limitato: per ogni opzione non possiamo avere infinite alternative, ma solo gruppi di alternative che oscillano tra due (come nel caso di singolare/plurale) e dieci/quindici (come nel sistema dei casi di alcune lingue). […] Riprendendo la distinzione tra forma e sostanza del contenuto, possiamo aggiungere che il contenuto espresso da una lingua per codificarsi è ripartito in due diversi canali, la grammatica e il lessico. Pertanto, la grammatica consiste nell’analisi delle opzioni obbligatorie che le lingue impongono all’interno del canale grammaticale; le opzioni non obbligatorie si riferiscono invece al lessico. (pp. 153-154).

 

Qualche rapida osservazione su questioni di minimo conto (altro non concede la magistrale trattazione):

p. 168: «il quale [può operare] solo come soggetto: *la persona la quale mi hai presentato». Ma cfr., tra gli altri, Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXIII: «quante […] cose, le quali non potrò se non piangere!»;

p. 276: «i contesti in cui può occorrere testa non sono identici a quelli in cui può occorrere capo: mettitelo bene in testa ∼ *mettitelo bene in capo». Numerosi anche qui i casi in avverso restituiti dagli archivî testuali digitali: ciò significa che l’identità dei contesti non è affatto estranea al sistema. Un solo esempio: Luigi Pirandello, Il turno, in Id., Tutti i romanzi, a cura di Giovanni Macchia con la collaborazione di Mario Costanzo, Milano, Mondadori, 1986 (I meridiani), p. 38: «— Chi ve l’ha messo in capo?».


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