27 gennaio 2020

Parolacce e paroline

di Gualberto Alvino

Umberto Folena

Parolacce e paroline

Casale Monferrato, Edizioni della Goccia, 2019

 

Il volume raccoglie la prima annata della rubrica omonima apparsa tra il 2018 e il 2019 nel quotidiano «Avvenire», di cui l’Autore è stato per lungo tempo inviato speciale e caporedattore. La rubrica è tuttora in corso ed è molto seguita dagli aficionados della testata cattolica per la non comune prensilità d’intelletto veicolata da una scrittura a forte vocazione umoristica, sapiente e insieme quasi senza peso (in senso calviniano), all’insegna di un’ironia bonaria, civile, tendente a penetrare e misurare le cose a tratti con rigore, ma senza mai trapassare in sarcasmo.

 

Pochi i vezzi, le manie, le idiosincrasie dell’uomo contemporaneo che sfuggano allo sguardo indagatore e razionalizzatore di Folena: cinquantadue lemmi alloggiati in sei stanze dai titoli briosi (Chi parla male pensa male, Parole per pensare, Parole per ferire, Parole per guarire, Parole per stupire, Parole per sorridere), che il lettore è accompagnato per mano a visitare. Dall’infido io, «il più lurido di tutti pronomi» (parola di Gadda):

 

Tutto ruota, gioca, s’impenna nobilmente o s’inabissa spregevolmente attorno a “io” e “mio”. […] La mia fidanzata o il mio fidanzato, mia moglie o mio marito, la mia famiglia: se sono coloro cui appartengo e mi metto a disposizione, è parolina. Se sono di mia proprietà, a mio servizio esclusivo, da usare, consumare ed eventualmente cambiare, allora è parolaccia. […] Attorno al monosillabo “mio”, innocuo e minuscolo solo all’apparenza, si compiono i destini della mia vita e del mondo intero. (pp. 15-17)

 

al famigerato assolutamente in unione con e no:

 

Perbacco, tutti dicono «assolutamente sì» e «assolutamente no» anche in circostanze tutt’altro che assolute, anzi solubili assai, incerte e cangianti. […] “Sì” e “no” sono già degli assoluti, altrimenti diremmo «forse sì», «probabilmente no» o cose simili. Eppure sentiamo il bisogno di aggiungervi una parolaccia di ben sei sillabe, obesa come capita a quasi tutti gli avverbi che finiscono in -ente […]. È talmente lunga, la parolaccia, che in fondo a scriverla ci mettiamo poco, ma a pronunciarla, pena restare strangolati con i polmoni aridi tipo lo spazio profondo di Gravity o il Deserto Dipinto di Tex? Dobbiamo affettarla in tre parti: àsso-lùta-ménte, a riprova che è proprio una parola brutta e faticosa. (pp. 19-20);

 

dalla sindrome del «maiuscolismo», lo scriteriato impiego — specie in Rete — delle lettere capitali, chi brandisce le quali

 

si fa notare, balza all’occhio e all’orecchio, si impone. Si tratta di individui pieni di sé, insicuri eppure sicuri di due cose: la debolezza dei propri formidabili argomenti e della propria fragile prosa da un lato, l’irrefrenabile impulso a imporsi dall’altro. Le maiuscole sono doping per tenere in piedi idee e prosa impalpabile e un patetico escamotage per emergere. (pp. 24-25),

 

a quel «vero e proprio modello di pensiero» detto benaltrismo, tendenza a dirottare l’attenzione da un problema a un altro, indicato come più importante e urgente:

 

Se quello del benaltrismo fosse un partito, vincerebbe a mani basse le elezioni. Nato — pare — in ambito calcistico, il benaltrismo ha tracimato divenendo […] escamotage tattico-verbale infallibile per togliersi d’impaccio. […] è il sicuro antidoto al qui e ora. Perché parlare di un problema attuale, cercando di risolverlo, quando altrove, da qualche parte, a cercar bene c’è un problema più serio, più grosso, più cicciuto su cui sviare l’attenzione dal problema attuale evitando di risolverlo? (pp. 27-29);

 

da polemica, nobilissima arte caduta in disgrazia a decorrere dall’avvento dei social:

 

Povera polemica, stramazzata sotto i colpi del discredito. […] Chi fa polemica passa per un attaccabrighe il cui unico scopo è rompere le scatole e far perdere tempo. Le persone polemiche sembra conducano il confronto in un pantano, in un movimento circolare che non va da nessuna parte […]. Oggi ci si limita a insultarsi e chi alla fine esplode nell’insulto più sanguinoso, o riesce a mobilitare i sodali in uno tsunami di insulti che annichilisca l’avversario, gode del proprio superiore potere e s’ingrassa della propria ignoranza. Le repliche fondate sull’ironia non sono comprese, quindi la contesa finisce prima di cominciare. (pp. 44-45)

 

a paranoia, parolina o parolaccia a seconda che la si consideri fenomeno individuale o di massa:

 

Incontrare un autentico individuo affetto da paranoia è molto difficile, perché il disturbo interessa appena lo 0,03 per cento della popolazione. Ma questa è la paranoia individuale (clinica), una parolina, non difficile da individuare e da cercare di curare. Quando diventa una parolaccia, ecco la paranoia collettiva, che interessa porzioni ampie di popolazione e perfino, in circostanze estreme, (quasi) intere nazioni. I pochi rimasti immuni sono rapidamente ridotti al silenzio. D’altronde la paranoia collettiva viene riconosciuta soltanto molto dopo che è passata, in genere troppo tardi. […] La paranoia ha bisogno di minacce e complotti, non importa se irragionevoli. La convinzione di essere invasi resiste anche all’esibizione delle nude cifre: in Italia ci sono assai meno immigrati che negli altri Paesi europei e i musulmani sono in minoranza. Non importa, siamo invasi. (pp. 73-74);

 

da nuovo e novità, spettri o fari:

 

La novità può essere foriera di inquietudine, come sempre quando siamo sospinti ad abbandonare la strada conosciuta a memoria, priva di sorpresa, per intraprenderne una inedita. […] Nuovo e novità per alcuni sono sempre parolacce disgustose; per altri sono sempre paroline dolci e suadenti. Per altri ancora bisogna vedere, giudicare e agire di volta in volta, ricorrendo a un’altra parola molto importante: discernimento. (pp. 97, 101);

 

ai sedicenti liberatori:

 

Attenzione ai liberatori. Non a tutti. Soltanto a quelli per i quali qualsiasi prezzo è accettabile per restituirci la libertà. E lo fanno pagare a noi, quel prezzo. (p. 105)

 

da Sessantotto, bersaglio di radicate prevenzioni:

 

Mezzo secolo è poco per la storia. E così il Sessantotto rimane ancora ostaggio di chi se ne serve per i propri fini politici, il pregiudizio oscura il giudizio e “sessantottino” è quasi sempre insulto sibilato a denti stretti, raramente è motivo di orgoglio, mai puro dato affidato alla storia. I sessantottini, poi, sono non tutti quelli che in qualche modo erano lì, da protagonisti o comprimari, ma solo la ristretta cerchia di quei leader che hanno fatto fortuna, assumendo i contorni deformi proprio di quel potere (economico, finanziario, accademico, mediatico…) che ferocemente avevano contestato. (p. 109)

 

a buonista, parolaccia citrulla come ogni semplificazione:

 

Una parola banale e superficiale, specialmente se usata con una smorfia di soddisfazione, rivela un pensiero banale e superficiale, un’anima spenta e un cuore in stand-by. Nessuno si senta offeso, ma usare oggi il termine “buonista” come epiteto da affibbiare a casaccio è una parolaccia e basta. (p. 115)

 

a radical chic:

 

Se tutti coloro che, nella tenzone del dibattito, si sentono dare del “radical chic” fossero davvero dei radical chic, in Italia lo champagne scorrerebbe a fiumi e le tavole rigurgiterebbero di aragoste e caviale. Gli epiteti sono armi eccellenti nel pugno di chi vuole metter fine a un confronto basato su fatti, dati e argomenti. Da quel momento in poi non si parlerà più di immigrazione, disuguaglianza, educazione, clima o altri temi che richiedono studio, sfumature e approfondimenti, che com’è noto stancano e non attirano né like né voti. (p. 119)

 

a gnostico:

 

Lo gnostico non sono io, ma chi mi accusa di esserlo. Chi ha risposte per ogni domanda, e piega domande e risposte a misura della propria visione del mondo (apocalittica) e della vita (punitiva). Chi, ritenendosi perfetto, ha come principale aspirazione la caccia implacabile all’errore e all’errante, all’eresia e all’eretico. Chi spara “verità” come un cacciatore spara a pallettoni, e le quaglie siamo noi. (p. 125)

 

a giovani, «parola, parolina, parolissima», ma anche parolaccia

 

quando rigurgita acida dalla bocca di certi adulti dallo sguardo torvo. Per costoro, i giovani sono sempre inaffidabili, fannulloni, soprattutto privi dei grandi e nobili valori di una volta. Quale “volta”? Ma è ovvio, quando giovani erano loro, gonfi di valori, valori incarnati, tutti d’un pezzo. Un’epoca mitica mai esistita, ma quando la memoria si fa colonizzare e cancellare dal risentimento, il passato diventa terra di latte e miele. […] I giovani, tutti i giovani di ogni epoca, si meritano adulti che siano padri, maestri, compagni di viaggio sorridenti e accoglienti, nella luce e nel buio. Adulti intelligenti, che anche se avessero visto fallire i propri sogni, non godano nel far fallire i sogni altrui. (pp. 165, 167)

 

a buco nero:

 

[P]otrebbero aver ragione quei folli sognatori che scrivono fantascienza e che nei buchi neri vedono non la fine ma l’inizio, non un problema ma un’opportunità: e se fossero portali verso altri mondi, innumerevoli e meravigliosi? […] E se non fosse neppure necessario viaggiare per milioni di anni luce ma riuscissimo a fabbricarli qui, i nostri buchi neri portatili, in cui tuffarci allegramente? Ridete pure. Se fosse vivo, Einstein invece si leccherebbe i baffi. (p. 181)

 

a troll:

 

Se dite a un troll che è senza cervello, egli risponderà che non ha la minima idea di che cosa sia questo cervello, che il cervello non esiste ma è una leggenda priva di fondamento; verrà il giorno, ed è assai vicino, in cui la grande maggioranza degli uomini non userà più questo supposto “cervello” ma agirà per puro istinto, per stimolo-reazione, toccando così i vertici della sublime saggezza e della perfetta felicità, che consistono nel bombardare con il napalm il pensiero critico. (p. 223).

 

Una sola osservazione: «[Lo gnostico è] Chi, ritenendosi perfetto, ha come principale aspirazione la caccia implacabile all’errore e all’errante, all’eresia e all’eretico. Chi spara “verità” come un cacciatore spara a pallettoni, e le quaglie siamo noi». Senza dubbio. Ma forse che la Chiesa cattolica, di cui il Nostro fa sentitamente parte, non caccia l’eretico? non si ritiene perfetta e superiore? non spara “verità assolute” come il cacciatore spara a pallettoni?

 

Riferimenti bibliografici

 

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Mondadori, 2002 (19881), p. 19.

 

Carlo Emilio Gadda, Accoppiamenti giudiziosi, in Id., Opere, ed. diretta da Dante Isella, Milano, Garzanti, 1988-1993, vol. II. Romanzi e racconti, p. 740.


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