10 febbraio 2020

Le scienze dimenticate. Come le discipline umanistiche hanno cambiato il mondo

Rens Bod

Le scienze dimenticate. Come le discipline umanistiche hanno cambiato il mondo

Roma, Carocci, 2019

 

Docente di Digital humanities all’università di Amsterdam e direttore del Center for Digital humanities e del Vossius Center for the history of humanities and sciences, Rens Bod traccia, non diremo una «storia globale», ma un compendio storico comparato e interdisciplinare delle scienze umanistiche (linguistica, storiografia, filologia, musicologia, teoria dell’arte, logica, retorica, poetica, escluse le scienze sociali, quali la geografia, l’antropologia, la sociologia e la psicologia, data la fiorente letteratura sulla loro storia generale) dall’antichità al XX secolo, spaziando dalla Cina all’India, dall’Europa agli Stati Uniti d’America, dall’Africa alla civiltà islamica, con digressioni su Bisanzio e sull’Impero ottomano. Un’opera a dir nulla monumentale e unica nel suo genere, in cui lo studioso — dopo aver esaminato circa cinquecento trattati di materia umanistica per individuarne i principî metodologici e i pattern empirici — confuta in modo ineccepibile i diffusi preconcetti sull’inutilità delle discipline umanistiche e, meno persuasivamente, la communis opinio che le vuole subordinate alle scienze naturali, in quanto queste

 

cercherebbero di spiegare oggettivamente il mondo individuando principi e leggi generali, [mentre le prime lo interpreterebbero] in maniera soggettiva concentrandosi su particolari espressioni dell’essere umano[…]. Eppure non è così. […] tali discipline risultano accomunate proprio dalla ricerca di principi e pattern nel proprio oggetto di studio. Inoltre, alcune loro scoperte hanno trovato applicazione nei più vari e inimmaginabili ambiti e avuto conseguenze tali da cambiare il mondo. Ciò spinge a considerare scienze a tutti gli effetti — scienze umanistiche — e a rivendicare per Pāṇini, Valla, Bopp e molti altri umanisti troppo spesso dimenticati un posto accanto a Galileo, Newton e Einstein. (così il risvolto di copertina).

 

La storia delle discipline umanistiche insegnerebbe, afferma l’Autore, che i «metodi esatti» non sono «patrimonio esclusivo delle scienze naturali» (p. 443):

 

Si pensi alla scoperta di Pāṇini [il grammatico indiano (sec. 4º a. C., al più tardi) autore del Trattato in otto capitoli (Aṣṭādhyāyī) basato su circa quattromila regole grammaticali: modello per la moderna glottologia], che il sanscrito si basava su regole ben precise — la cosiddetta “grammatica”; essa non ha soltanto modificato la nostra prospettiva sul linguaggio, ma ha anche contribuito, numerosi secoli più tardi, allo sviluppo delle prime lingue di programmazione. Oppure si pensi alla dimostrazione di Lorenzo Valla del XV secolo che la Donatio Constantini non era che un falso; improvvisamente la pretesa del potere temporale del pontefice apparve fondata su una falsità. E ancora, quando nel XVII secolo Giuseppe Scaligero scoprì che i primi re egizi erano più antichi dell’allora presunta età della terra, si aprì la strada a una visione laica del mondo nella quale non erano più i teologi bensì i cittadini a detenere l’ultima parola. Quando Leon Battista Alberti fornì la propria descrizione della prospettiva lineare, non soltanto trasformò letteralmente la nostra visione del mondo ma condusse anche verso rivoluzionarie progettazioni architettoniche. […] Questi esempi costituiscono soltanto la punta dell’iceberg. L’elenco include anche i risultati conseguiti da Crisippo, Sībawayhi, Chen Kui, Ibn Khaldūn, de Laet, Bopp, Lachmann, Propp, Panofsky, Todorov e da molti altri. Solo pochi di questi studiosi sono molto noti, eppure le loro conoscenze hanno cambiato il mondo. (pp. 14-15)

 

Crisippo: filosofo stoico; Sībawayhi: grammatico e filosofo; Chen Kui: studioso di retorica; Ibn Khaldūn: storico e filosofo; Johannes de Laet: linguista; Franz Bopp: indoeuropeista; Karl Lachmann: filologo; Vladimir Jakovlevič Propp: linguista e antropologo; Erwin Panofsky: storico dell’arte; Tzvetan Todorov: teorico della letteratura. Secondo Bod, dunque, la filosofia, la storia, la linguistica, la filologia, la storia dell’arte, l’estetica poggerebbero le proprie basi sull’osservazione rigorosa della realtà, su «metodi esatti» e sulla riproducibilità delle prove sperimentali, ossia sui medesimi principî sui quali si fondano le scienze “dure”. La tesi è senza dubbio affascinante, benché non manchi di suscitare più d’una perplessità: basta forse la scoperta di Lorenzo Valla su un falso storico o i referti di Leon Battista Alberti sulla prospettiva lineare — conquiste che certamente hanno «cambiato il mondo» e il modo di considerarlo — a consacrare la storia dell’arte e la filologia (la ricostruzione testuale e l’edizione non sono che ipotesi di lavoro, le più economiche, ricavate dai dati disponibili) nientemeno che come scienze esatte? Quanto alla presunta scientificità della linguistica, ecco come uno studioso del calibro di Raffaele Simone affronta la vexata quaestio:

 

Sin dal suo primo costituirsi come disciplina consapevole di se stessa (non prima della metà dell’800) la linguistica ha compiuto sforzi importanti per acquistare uno status scientifico riconosciuto, sia modellando le proprie procedure, i propri concetti di fondo e i propri metodi su una varietà di scienze già assestate (dalla biologia alla matematica ecc.), sia impiantando programmi per la costruzione di un metodo autonomo. Malgrado ciò, attribuirle un carattere pienamente “scientifico” (come pretendevano i fondatori della linguistica moderna nell’800, e come pretendono molti linguisti oggi) è probabilmente una formula eccessiva. Malgrado i suoi sforzi, la linguistica è ancora una scienza “debole”: i suoi metodi sono spesso incerti, il disaccordo tra i suoi esponenti è molto elevato, alcune definizioni di base sono controverse. (Nuovi fondamenti di linguistica. Edizione riveduta e corretta, Milano, McGraw-Hill, 2016, pp. 3-4);

 

ed ecco l’avviso d’un insigne filologo come Pasquale Stoppelli circa la disciplina da lui professata:

 

La filologia non è una scienza dura, non consente verifiche sperimentali. E tuttavia l’ipotesi filologica, dunque anche quella attributiva, è l’unica forma di ragionamento in grado di accrescere le conoscenze sui testi, di sperimentare nuove possibilità e soprattutto di aprire alla ricerca strade non battute.

Le conclusioni non potranno mai avere valore assoluto ma solo in termini di plausibilità. La plausibilità è altra cosa dalla probabilità: quest’ultima esprime valori percentuali non idonei ai nostri contesti. Una tesi filologica è più plausibile di un’altra nel momento in cui spiega più dati fenomenici del testo. Non si tratta dunque di vero o falso ma di più plausibile e meno plausibile. (Pasquale Stoppelli, in AA.VV., La critica del testo. Problemi di metodo ed esperienze di lavoro. Atti del Convegno internazionale di Roma (23-26 ottobre 2017), a cura di Enrico Malato e Andrea Mazzucchi, Roma, Salerno Editrice, 2019, pp. 480-481).

 

Ma l’audacia del pur acutissimo Bod si spinge ben oltre. A suo parere, infatti, decostruttivisti e poststrutturalisti (Barthes, Lacan, Derrida, Poulet, Goldmann, Ruwet, de Man, Hartman…), sebbene rifiutino la validità universale dei pattern, «evidenziano un pattern oltremodo stabile: la deduzione che ogni testo è interpretabile in modi molteplici» (p. 419): ergo, i negatori della presenza nel segno linguistico di qualsivoglia significato, giacché ogni segno non può che rimandare a un’infinita filza d’altri segni, avrebbero non solo cambiato il mondo, ma meriterebbero un posto accanto a Galileo, Newton e Einstein? Al lettore il responso.

 


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