17 febbraio 2020

Viaggio nella Grecia antica

Cesare Brandi

Viaggio nella Grecia antica

Milano, Bompiani, 2019

 

Dopo Terre d’Italia, Viaggi e scritti letterari, Scritti d’arte e Pellegrino di Puglia, Casa Bompiani ripropone uno dei più istruttivi e godibili diarî di viaggio dell’altro secolo, edito per la prima volta da Vallecchi nel 1954, in cui lo storico dell’arte e teorico del restauro senese dilata e affina più che in ogni altra opera — usiamo la celebre formula continiana — la sua vena di «scrittore in funzione d’altro», offrendo pagine di prorompente vigore espressivo e «al massimo tenore di scientificità», senza uguali se non nella prosa di Roberto Longhi e del Cecchi “greco”, al quale non a caso è dedicato il volume.

 

Il viaggio si snoda lungo i principali siti archeologici, da Atene a Creta, da Delfi a Olimpia, da Mistrà a Santorino, a Capo Sunio, a Micene, alla ricerca «del senso e della verità oltre i miti e le dottrine», in sintonia «con quello che Christian Norberg Schulz avrebbe definito il genius loci, lo spirito proprio di ciascun luogo»: così, benissimo, il paratesto. Ma è il grande spessore linguistico, retorico e stilistico a catturare il lettore fin dalle prime righe. Siano le sillessi del tipo «ce n’è tanti» (p. 50) e consistenti nel costrutto impersonale introdotto dal pronome di 4a persona («per quanti strazi archeologici si siano fatti noi italiani», p. 108); siano le mosse tipiche del parlato, quali l’anacoluto («Qualificarle come affreschi, queste pitture, ne dubito fortemente», p. 125), la ridondanza pronominale («son cose, queste, che se le devono vedere gli specialisti», p. 13; non sfugga il dimostrativo spostato in posizione cataforica) e il tipo «Vatti allora a meravigliare che» (p. 23); siano le forme verbali desuete («aperse», «scopersi», p. 55), i crudi toscanismi («sette ore di leoforìo non avevano fatto che scioccolare il mio povero stomaco», p. 78: scioccolare ‘scrollare, scuotere, sbattere’), l’anteposizione del verbo («tenta l’ombra di rassegnarsi un poco», «è codesta ombra come una gelatina azzurra», p. 40), le espressioni regionali e familiari («è inutile sbattezzarcisi», p. 32: ‘esser disposto a tutto, darsi da fare in ogni modo pur di ottenere qualcosa’); siano gli atroci arcaismi alloggiati in contesti poco meno che incompatibili:

 

I marmi vennero grattati. Cosa che non solo sarebbe stata abbominevole sempre, ma due volte abbominevole nella fattispecie, imperocché quei marmi recavano un sottile involucro di intonaco (p. 35),

 

l’impiego iterato di ecco presentativo, a conferire immediatezza e vivacità deittica al dettato:

 

Ecco l’Attica, con gli ulivi tarchiati e i campi di viti basse, tutte uguali come croci di un cimitero di guerra, ora che non hanno foglie o appena. Ecco la terra rossastra e sassosa, la terra aspra simile alla Puglia; e della Puglia sono anche gli ulivi e le viti. Se non ci fossero le montagne, che, piccole o grandi, si presentano a ogni angolo del paesaggio, nude, durissime, come consigliava il Cennini di fare le montagne, con un sasso. (p. 39);

 

le similitudini ardite, fino ai limiti del barocco:

 

piante di ulivi e di agrumi, promiscue come gli zingari (p. 24)

 

quei ristoranti mezzi turchi, con gli enormi calderoni di rame pieni di cibi tiepidi o freddi, stracotti, come in un convento in cui i frati non abbiano sentito la campana. (p. 29);

 

Cola il sole lungo le scanalature come una salivazione aurea (p. 40);

 

Le prime ore pomeridiane avevano versato azzurro nel mare come olio in una lampada (p. 49);

 

Chi se lo immaginava [il Taigeto] dietro quella cortina fumogena, e fatto come un Soratte più aspro, con delle secanti affilate che sembrano spade confitte nel dorso prono delle povere colline iloti che stiamo sorpassando? (p. 52);

 

Le strade a picco, le grandi case di pietra, le chiese innumerevoli, contengono ancora quella società prepotente e devota, quella vita aspra strenuamente difesa. Ma le contengono come il senso di una frase in una lingua morta. (p. 57);

 

Assai più esiguo dell’Arno [il fiume Alfeo], intriso nei banchi di sabbia e di sassi come il rivolo d’acqua biancastra che esce dal mucchio di farina da impastare e che la donna argina con una mano, e quella, poca e dispettosa, trabocca da un’altra parte. (p. 75);

 

siano, infine, i fulminanti incipit in medias res:

 

Ecco l’Attica, con gli ulivi tarchiati e i campi di viti basse, tutte uguali come croci di un cimitero di guerra, ora che non hanno foglie o appena. (p. 39);

 

Mi pareva cominciata male, questa visita al sepolcreto della cultura bizantina. (p. 49);

 

Fu così: e prima di fermarmi ai frontoni, quasi con gli occhi bassi per non vederli, corsi a cercare l’Ermes. (p. 65).

 

Non esiste un tono Brandi: si va dagli accenti arguti e brillanti:

 

Quando, visto in chiesa anche il matroneo, stavo per andarmene, allora un cenno d’una mano imperiosa […] mi chiamò: in una celletta lustra, addobbata di tappeti chiassosi, come ne fanno in Grecia a imitazione turca, ma più brutti, c’erano le cartoline, una pessima monografia su Mistrà, e, con improvvisa socievolezza, un bicchierino di ouso e il bicchiere d’acqua. Tracannai d’un fiato: non l’avessi mai fatto. O cattoliche o ortodosse, le monache son monache; fategli fare i dolci, ma non i liquori. Invece del passabile ouso, era un miscuglio fetido fra il rosolio e il centerbe, incolore per giunta, per trar meglio in inganno. (p. 56)

 

al più acceso lirismo nella descrizione d’oggetti d’arte e di paesaggi:

 

In cima, le colonne.

Fra quante se ne vedono in Grecia, codeste sono d’un marmo o pietra che sia, incandescente come la neve. E il vento e il sole le ha in parte strutte, rudemente accarezzando quella carne immacolata e vivida, dove vene leggere si scoprono come al polso di una giovinetta. Cola il sole lungo le scanalature come una salivazione aurea, eppure non riesce ad avoriare quel bianco sovrumano, che resiste al cielo turchino, al verde smeraldo, al topazio bruciato della terra. Ma fra una scanalatura e l’altra, quasi golosamente sbocconcellate, dove tenta l’ombra di rassegnarsi un poco, è codesta ombra come una gelatina azzurra, o celeste piuttosto, nel tono della turchese, ma non così opaca, trasparente. (p. 40);

 

Ma queste bellissime robe sono a Candia: qui resta il luogo, da antica delizia, e tale dovette essere sempre, su quelle pendici solatie, volte a un mare che non si vede, ma si sente correre sul filo stesso dell’orizzonte. Le ulivete, gli agrumeti, i cipressi sono asserragliati e soprammessi laggiù in basso, come in una barricata, e i colori restano opachi e consistenti, senza il verde acquoso delle primavere nordiche, ma infinitamente dolci e come appena assonnati, distolti dal presente, i colori della sera prima. (p. 25)

 

alle furibonde intemerate contro i guasti perpetrati dai cattivi archeologi e restauratori:

 

[C]he sopra e accanto, per esempio, del trono venerando di Minos […] si veda ora un’ambientazione in stile, tratta da microscopici avanzi, che, eseguita in cemento armato e pittata a olio, oscilla fra il liberty e la scenografia espressionista, questa è tale offesa al rispetto storico, all’autonomia formale posseduta dal frammento autentico, alla civiltà di chi deve subire l’immondo pasticcio, che unica cosa che resta da fare è quella di sedersi — come fanno tutti i turisti — sul trono presunto di Minos per toccare — non diciamo con mano — l’unica realtà indiscutibile che resta, quella della pietra. (p. 14);

 

Un disastro simile [a Creta] poteva essere procurato solo dagli archeologi che non sono fatti come gli altri uomini, ma hanno disgraziatamente la testa voltata all’indietro e i piedi in avanti. Accade così che quando credono di avvicinarsi, si allontanano, e per allontanarsi si avvicinano.

A loro si chiede di essere dei filologi, dei conservatori e non degli imbonitori turistici: devono avere la forza non solo di imporre il rispetto del frammento senza aggiunte e colpi di testa fantastici, ma anche di prendere tutte le misure, comprese le più drastiche, per la conservazione. Altrimenti val meglio non scavare, perché qualsiasi oggetto, o pittura o scultura o architettura, soffre molto meno sotto terra, dopo i secoli di acclimazione ivi trascorsi, che alla luce e all’aria.

Ma sullo scavo chi li tiene più? Più giù, sempre più giù a cercare il sempre più antico: e fra poco non basterà neanche il neolitico: la loro divisa diventerà: al centro della terra, fino a ricuperare lo scheletro del primo uomo o forse la prima ameba. (p. 16);

 

E quel noioso Agorà, in cui vogliono ricostruire, infami, tutto lo Stoà, che fa venire i brividi solo a pensarci; e basta lo stadio per comprendere che cosa può venirne fuori. Lo stadio, sia o non sia l’orgoglio dell’Atene nuova, fa il paio con lo stadio dei Marmi di Roma, ma è ancora peggio, perché alla fine lo stadio dei Marmi è tutto nuovo, e quello vuol parere antico. (pp. 30-31);

 

e soprattutto dal turismo vandalico:

 

Ma non vi accostate a quelle colonne, né alle pietre cadute […]. Vedrete le superfici tartassate di nomi incisi come per una battaglia elettorale. E date, che accertano sulla persistente, antica più degli uomini, barbarie degli uomini. 1817, 1848, 1810… Olanda, Turingia, Inghilterra: ogni paese ha lasciato il suo impuro sedimento di fervore e di vanità. […] il nugolo di tedeschi alla riscossa sulla terra dove si sentono ancora i dori (e furono dei barbari, infatti: c’è proprio da vantarsene). Mentre riabbasso la testa per non vederli, seriamente applicati a scattare fotografie memorabili, che scorgo? Anche l’italiano non poteva mancare: Forti Aldo, col suo nome dietro il cognome, così come lo riscrivo a sua vergogna, inciso in un bell’angolo d’un triglifo infranto. (p. 41).

 

Bibliografia

 

Emilio Cecchi, Et in Arcadia ego. Viaggio in Grecia, Milano, Hoepli, 1936.

 

Cesare Brandi, Terre d’Italia, a cura di Vittorio Rubiu Brandi, prefazione di Giulio Carlo Argan, Roma, Editori Riuniti, 1991; nuova ed. Milano, Bompiani, 2006, con due scritti inediti, a cura di Vittorio Rubiu Brandi, prefazione di Vittorio Sgarbi.

 

Id., Viaggi e scritti letterari, a cura di Vittorio Rubiu Brandi, contributi di Franco Marcoaldi, Roberto Barzanti e Vittorio Sgarbi, Milano, Bompiani, 2009.

 

Id., Scritti d’arte, a cura di Vittorio Rubiu Brandi, contributi di Massimo Carboni e Claudio Strinati, Milano, Bompiani, 2013.

 

Id., Pellegrino di Puglia, Bari, Laterza, 1960; Roma, Editori Riuniti, 2002; Milano, Bompiani, 2010, 2018, prefazione di Vittorio Sgarbi.


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