24 febbraio 2020

La critica del testo. Problemi di metodo ed esperienze di lavoro. Trent’anni dopo, in vista del Settecentenario della morte di Dante. Atti del Convegno internazionale di Roma (23-26 ottobre 2017)

AA.VV.

La critica del testo. Problemi di metodo ed esperienze di lavoro. Trent’anni dopo, in vista del Settecentenario della morte di Dante

Atti del Convegno internazionale di Roma (23-26 ottobre 2017)

a cura di Enrico Malato e Andrea Mazzucchi

Roma, Salerno Editrice, 2019

 

 

Enrico Malato, Introduzione al convegno

 

I. PROBLEMI DI METODO

Andrea Mazzucchi, La critica del testo trent’anni dopo. La prospettiva dantesca

Roberto Antonelli, La filologia del lettore

Maria Luisa Meneghetti, Edizione critica ed esegesi

Lino Leonardi, La storia del testo, la prassi ecdotica e il ruolo della filologia

Giancarlo Breschi, Copista “per amore”: Boccaccio editore di Dante

Paola Italia, Filologie d’autore

Giovanni Palumbo, Morfologie della contaminazione

Rosario Coluccia, Morfologie e funzioni degli apparati critici

Rossana E. Guglielmetti, L’edizione dei testi a basso livello di autorialità

Paolo Chiesa, Le tradizioni sovrabbondanti. Strategie di approccio

Stefano Carrai, Metrica e critica del testo

Pietro Trifone, Lingua, stile e critica del testo. La punteggiatura nell’edizione delle opere a stampa

Marco Cursi-Maurizio Fiorilla, Fisionomia del manoscritto ed ecdotica: Boccaccio e Mannelli copisti del ‘Decameron’

Vincenzo Fera, La filologia dei testi umanistici

Lina Bolzoni, Per una filologia integrata dei testi e delle immagini: tre esempi

Vittorio Formentin, Problemi di localizzazione dei testi e dei testimoni

Michele Rinaldi, Problemi di stratigrafia linguistica e di ricostruzione della veste formale nei testi mediolatini

Francesco Montuori, Lessicografia e filologia

Maria Careri, Raccogliere errori nei manoscritti romanzi

Inés Fernández-Ordóñez, Las variantes de lengua: un concepto tan necesario como necesitado de formalización

Pasquale Stoppelli, Metodologia delle attribuzioni letterarie

Alberto Cadioli, Filologia e dinamiche editoriali tra Otto e Novecento

Emilio Russo, Pratiche filologiche per opere incompiute. Il caso della ‘Liberata’

Nicola De Blasi, Edizione di testi teatrali

Paolo Procaccioli, Filologia, pratiche editoriali e storia culturale. La militanza dei poligrafi

Niccolò Scaffai, Pratiche editoriali e questioni testuali nelle raccolte di lirica del secondo Novecento

 

II. ESPERIENZE DI LAVORO

Vittorio Celotto, Problemi filologici della poesia del ‘nonsense’: il caso delle ‘Mattane’ di Niccolò Povero

Massimiliano Corrado, Alle origini della tradizione fiorentina della ‘Commedia’: il testo dantesco nell’‘Ottimo Commento’

Chiara De Caprio, Il tempo e la voce. La categoria di ‘semicolto’ negli studi storico-linguistici e le scritture della storia (secc. XVI-XVIII)

Alessio Decaria, Pratiche di copisti e tradizione dei testi tra Tre e Quattrocento

Ciro Perna, La scrittura satirica degli epigoni ariosteschi: il caso di Camillo Pellegrino

Irene Romera Pintor-Susanna Villari, Gli studi “giraldiani” tra filologia e critica: un laboratorio di ricerca

 

Il volume raccoglie gli atti del convegno internazionale svoltosi dal 23 al 26 ottobre 2017 presso il Centro di studi per la ricerca letteraria, linguistica e filologica Pio Rajna e la Casa di Dante in Roma, a poco più di sei lustri dall’omonimo convegno leccese del 22-26 ottobre 1984, promosso dalla rivista «Filologia e Critica»: un’ampia panoramica sui metodi e le esperienze più recenti di critica testuale offerta dal Gotha della filologia non solo italiana, di cui è impossibile in questa sede dar conto neppure in modo approssimativo, data la mole e la complessità delle numerose comunicazioni. A stazzarne non meno il peso scientifico che l’interesse per il lettore anche non specialista valga, dunque, il sommario e un rapidissimo excursus di due tra i contributi più stimolanti: metodologico il primo, applicativo il secondo.

 

Reduce da capitali imprese filologiche destinate a far molto discutere (l’intestazione al Machiavelli dell’Epistola della peste e dell’anepigrafa Commedia in versi), Pasquale Stoppelli affronta in termini generali — e non già, com’è avvenuto in più d’un’occasione, solo in riferimento a un testo o a un genere specifico — un comparto mai sinora fatto oggetto di sistemazione: la teoria e la pratica delle attribuzioni letterarie. Dopo aver indicato cinque casi-tipo di dubbia paternità:

 

1) il testo è adespoto oppure apocrifo in tutta la tradizione; 2) è assegnato a un nome di cui niente altro si conosce e che potrebbe coprire quello di un autore noto (rientra in questo caso l’uso di un eteronimo); 3) lo stesso testo è attribuito nella tradizione ad autori diversi oppure in alcune testimonianze è adespoto; 4) l’attribuzione fonda su una documentazione sospetta; 5) il testo è solo parzialmente riconoscibile all’autore a cui è assegnato, avendo subito manipolazioni da parte di terzi. (pp. 469-470),

 

lo studioso descrive il primo formarsi della proposta attributiva, che scaturisce sempre da un’intuizione; ma è impossibile avviare l’indagine senza un solido fondamento sul quale basarla («mi chiedo, ad esempio, se senza la firma interna “Durante” il Fiore sarebbe stato mai riconosciuto opera di Dante», p. 475). L’ipotesi iniziale va suffragata con le cosiddette prove interne, ossia le valutazioni linguistico-stilistiche, il più possibile corroborate da prove esterne o documentarie (storiche, paleografiche, bibliografiche, ecc.); le interne sono ovviamente decisive, perché è l’opera a contenere le informazioni più affidabili sulla propria paternità («L’attribuzionismo stilistico — avvisava Contini —, che nelle sue manifestazioni supreme acquista dalla folgorante rapidità dei passaggi un aspetto quasi mistico, non s’intende bene, anche in analogia, vichianamente, se non per averlo praticato: e apparirà allora quello che, nell’atto stesso di collocare il nuovo incremento, illumina criticamente tutta la serie delle innovazioni individuali o collettive che determina»). Questa è la fase in cui l’attributore deve non solo esercitare il massimo di autocritica, ma anche, se necessario, esser disposto a rinnegarsi e a fermare la macchina:

 

Il rischio è che, innamoratosi della propria intuizione, il critico cerchi solo quanto è utile a suffragarla, con l’effetto di arrivare a risultati compromessi dalla parzialità dell’indagine. Si trova insomma solo quello che si è cercato e su questo si costruiscono le conclusioni. […] Quando si stabilisce conflitto fra i due tipi è necessario esercitare una critica accurata sull’attendibilità di quelle esterne prima di ritenere non probanti le interne. (p. 475).

 

Fondamentale, inoltre, la distinzione ai fini attributivi fra opere in prosa e opere poetiche:

 

I versi di un autore possono avere una tale memorabilità che la ripresa di loro tessere nel testo attribuendo ha scarso valore di prova. Ci sono autori, soprattutto grandi poeti, e in primo luogo Dante, talmente attrattivi che dopo di loro nulla piú resta come prima. Può darsi che esageri, ma se i Rerum vulgarium fragmenta si fossero trasmessi apocrifi, credo che sarebbe stato difficile non riconoscerli opera dantesca, tanto estesa è la presenza della Commedia nella loro lingua poetica. Come si sarebbe potuto non dire usciti da un’unica penna due versi incipitari accomunati da un’affinità fonico-ritmico-sintattica cosí accentuata come «Al tornar de la mente che si chiuse» (Inf., VI 1) e «Al cader d’una pianta che si svelse» (RVF, 318 1)? Anzi, una coincidenza come questa sarebbe stata considerata la prova regina della mano comune. (p. 477)

 

 

«[U]no dei rebus più intricati che gli studî filologici moderni abbiano dovuto affrontare»: così Riccardo Viel ha recentemente definito la tradizione della Commedia, caratterizzata, come è noto, da una dispersione codicografica senza pari. Una fonte ricca di dati inediti, utili anche a sciogliere più d’una crux, è rappresentata dai commenti risalenti all’epoca della prima diffusione del poema, soprattutto dall’Ottimo, redatto intorno al 1334 da un anonimo fiorentino, il quale afferma, per giunta, di aver conosciuto personalmente l’Alighieri. Nel suo intervento Massimiliano Corrado compie per la prima volta una verifica attenta ed esaustiva del commento, finalizzata

 

al possibile riconoscimento dell’effettivo testo dantesco compulsato dall’autore dell’Ottimo […], in considerazione non solo del rilievo culturale dell’opera (inquadrabile nel milieu dei volgarizzatori attivi nei decenni iniziali del XIV secolo, a cui va meritoriamente ascritta la prima ricezione a Firenze della Commedia), ma anche della sicura antichità del corredo esegetico, che si colloca […] alle origini della piú schietta tradizione fiorentina del poema.

La ricerca, fondata sul testo critico di recente pubblicato nell’«Edizione Nazionale dei Commenti danteschi», è stata focalizzata sulle lezioni oggetto di specifica analisi o parafrasi da parte dell’esegeta, prescindendo invece dalle citazioni poste a esordio di chiosa, che solo in rari casi possono considerarsi indicative dell’esemplare della Commedia realmente letto dall’autore. (pp. 585-586).

 

L’indagine mira a individuare i luoghi che permettono il riconoscimento di una lezione dantesca certa o almeno probabile. Qualche esempio relativo alla prima cantica:

 

II 58-60

O anima etc. Queste sono parole persuasive e dolci, nelle quali rende l’aulditore benivolo in quanto lo loda di sua bontade e di sua fama; e disse anima, che è così dolce come ombra serebbe stato spaventevole; e dice che tanto durerà la fama sua quanto durerà lo moto delli corpi celestiali, cioè quanto durerà lo mondo, però che cessando il moto cessa generatione (pp. 53-54).

Il testo della chiosa sembra presupporre al v. 60 la lezione moto, benché vi venga rievocata anche la variante alternativa mondo («quanto durerà lo moto delli corpi celestiali, cioè quanto durerà lo mondo»). Entrambe le lezioni, parimenti ammissibili dal punto di vista concettuale, risultano autorevolmente attestate nell’antica tradizione del poema.

 

III 31-33

Ed io ch’avea d’errore. Cioè di stupore e ismarrimento per quelle strida de’ dannati. Qui domandò l’aultore della conditione di quelli pecatori (p. 72).

Il riferimento allo «stupore» e all’«ismarrimento» di Dante depongono maggiormente a favore dell’adozione al v. 31 della variante error in luogo di orror, che sarebbe peraltro confermata dal lemma a intestazione di chiosa.

 

III 112-17

Come d’autunno etc. Qui pone l’autore una cotale similitudine, che come li albori in quello tempo dell’anno chiamato autunno si vegiono cadere le loro foglie ad una ad una tanto che nulla ve ne rimane, così quelle anime ad una ad una al cenno di Caron, sì come uno sparvieri a richiamo del suo maestro, entraro nella nave e spogliaro di sé lo lito […] (p. 77).

La glossa suggerisce che il commentatore al v. 114 leggesse vede a la terra, variante di gran lunga maggioritaria nei mss. dell’antica vulgata rispetto alla lezione alternativa rende a la terra.

 

IV 31-39

Lo buon maestro etc. […] E dice Vergilio che llo battesmo è parte della fede che l’auctore crede, del quale dice nel Simbelo: «Credo nel santo batesmo, in remissione de’ peccati», però che ’l battesmo è uno de’ necessari sacramenti della Chiesa (p. 93).

La chiosa conferma come anche l’estensore dell’Ottimo al v. 36 abbia recepito la lezione parte de la fede, in riferimento al sacramento del battesimo.

 

IV 141

Alino etc. […] (p. 109).

L’assenza di una chiosa ad locum, testimoniata dall’ampio spazio bianco lasciato in alcuni mss. del commento, riflette una probabile lacuna d’autore sull’identità del fantomatico «Alino», certificando l’assunzione di tale variante, assai diffusa nell’antica tradizione del poema nel quadro di una complessiva diffrazione in praesentia (Alino, Alio, Alano, almo, fino ad arrivare nei codici seriori a Merlino, Plinio, Livio, ecc.) a fronte di un originario Lino (tràdito dal solo ms. Urb).

 

VI 18-21

Graffia etc. Qui pone l’ordine di tali tormenti nelli tormentati, e ll’effetto della pena: sono graffiati, sì come alcuni ne’ cibi operaro; ingoiati, come alcuni golosi ingoiavano la vivanda, non credendo venire a quella ch’elli empiesero il tristo sacco; e come squartavano li cibi, così sono squartati ellino; urlano, sì come cani e lupi affamati […] (p. 154).

Il testo della glossa certifica che al v. 18 il commentatore leggeva ingoia, variante molto ben attestata nei codici dell’antica vulgata (Ham La Lau Lo Mart Pa Parm Po Pr Ricc Triv Tz).

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Commedia in versi da restituire a Niccolò Machiavelli, edizione critica secondo il Banco Rari 29, a cura di Pasquale Stoppelli, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018.

 

Niccolo Machiavelli, Epistola della peste, edizione critica secondo il ms. Banco Rari 29, a cura di Pasquale Stoppelli, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2019.

 

Gianfranco Contini, Filologia, a cura di Lino Leonardi, Bologna, Il Mulino, 2014, p. 63.

 

Riccardo Viel, Ecdotica e ‘Commedia’: le costellazioni della tradizione nell’ ‘Inferno’ e nel ‘Paradiso’ dantesco, in Culture, livelli di cultura e ambienti nel Medioevo occidentale, Atti del IX Convegno della Società Italiana di Filologia Romanza, Bologna, 5-8 ottobre 2009, a cura di Francesco Benozzo et al., Roma, Aracne, 2012, pp. 991-1022, a p. 991.


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