26 febbraio 2020

Biscotti della fortuna

Gabriele Pedullà

Biscotti della fortuna

Torino, Einaudi, 2020

 

Come l’anguilla di Giobbe, la scrittura narrativa di Pedullà scivola fra le dita del lettore proprio quando questi giurerebbe di poter cogliere un costrutto, sorprendere trame ricapitolabili, agguantare un disegno finito e rassicurante. Scivola il filo del discorso, sia per il continuo alternarsi e sovrapporsi di piani temporali sia per l’affollarsi turbinoso di fatti ed elefantiache glosse sui fatti (< factum ‘accaduto’, ‘concluso’), mentre in realtà è raro che si diano accadimenti degni di nota («qua dentro non succede nulla» è la chiave di lettura offerta da Giacomo, il protagonista di Quando la città dorme), e quel poco di memorabile che il demiurgo decreta di far accadere si squaglia nel finale a tradimento. Come nei due pezzi più ricchi di “mordente”, Il nostro amico e Il re, vertiginosamente proiettati verso explicit che diresti architettati a scorno dei patiti del plot e del come va a finire. Nel primo, il sedicente ami de tout le monde, che nessuno rammenta d’aver conosciuto malgrado tutto cospiri a insinuare il contrario, sparisce senza svelare la propria identità — ragione e motore della macchina narrativa — ai suoi presunti amici, affratellandoli nella nostalgia e nel dolore:

 

Scomparso. Dileguato. Anzi, meglio ancora, semplicemente dissolto. Forse l’uomo del ponte era davvero lui, come sostiene la polizia: anche se, in mancanza di certezze, qualcuno di quelli che gli hanno voluto bene si aspetta ancora di vederselo ricomparire davanti, prima o poi, sorridente e affabile come di consueto, nel suo gessato blu su una terrazza di Parigi o di Berlino. Io invece non mi faccio più illusioni.

Domani fanno tre anni esatti. Siamo persone riservate, e tra di noi, dopo quel giorno, abbiamo convenuto tacitamente di non parlarne più. Troppo tempo è passato. E a quale scopo, poi? Meglio il silenzio, allora. Meglio l’oblio. Ma sono sicuro di non essere il solo che non riesce a impedirsi di ripensare a lui, di quando in quando.

 

Nel secondo (degli otto senza dubbio il migliore, gravido d’atmosfere ed echi tra buzzatiani e landolfiani: quasi un’ironica riscrittura del riscrittore Mari), il re prigioniero, prima che i carcerieri sventino il suo tentativo d’evasione per restituirlo alla cella da cui non gli «sarà possibile fuggire una seconda volta», gioca l’ultima carta, intonando a piena gola il «solenne» bisillabo al quale nessuno saprà opporsi:

 

E infatti, quando il gigante piccolo ormai quasi mi stringe tra le sue braccia smisurate, facendo appello a tutte le energie rimaste mi rivolgo a lui con la voce più regale concessami dalla natura, come farebbe un vero sovrano nella piazza principale del suo regno davanti alla corte riunita al gran completo, formulando nella loro lingua barbara l’ordine al quale i giganti non potranno sottrarsi tanto facilmente, l’ordine nel quale ripongo tutte le speranze perché (lo sento) a esso i giganti saranno incapaci di opporre resistenza, serio, autorevole e tremendo come soltanto un principe di sangue sa essere, mentre con tutta la forza che mi rimane in petto grido il mio solenne imperativo: MA-MMA!

 

E scivola la lingua. Prosatore alieno da curae sistematiche e strutturali (labilissima la tenuta unitaria di queste narrazioni), Pedullà si lascia agire dalla scrittura, si direbbe che pensi solo scrivendo, contentandosi di esercitare nel micro — in ogni rigo, in ogni parola — con nettezza di segno il proprio studio della natura e della condizione umana, di cui, come ogni narratore di rango, è un consumato conoscitore. Un pensiero sintattico che isola e illumina gli oggetti procedendo per improvvise legature, blocchi giustapposti, acquisizioni minime. La lingua scivola soprattutto perché si contraddice e rinnega di continuo. L’impressione generale è quella d’una solida, aurea medietas (la cultura grammaticale del Nostro ha pochi eguali nell’odierno panorama letterario) sempre in procinto di spiccare il volo, come provano le larghe campiture subordinative e il lessico seletto:

 

L’aveva rinvenuta così, andando verso la cucina, melodrammatica come sempre, melodrammatica come sua madre, distesa per terra con una quantità inverosimile di bottigliette di medicinali attorno al corpo a tratteggiare le sue forme un tempo floride e oggi così aguzze e sofferenti, un poco come fanno i poliziotti con il gesso sul luogo del delitto, perché Sara si era ingerita praticamente tutto quello che aveva trovato nell’armadietto del bagno, senza discernimento e senza senso, compresa la sua melatonina contro il jet lag, come aveva scoperto solo dopo, cercando di raccapezzarsi in quella selva di farmaci di ogni colore e foggia e dicendosi che tutto questo era così assurdo ma anche così straordinariamente Sara.

 

ma forzata sovente a cadenze basso-colloquiali, curvata senza motivi apparenti al rasoterra, persino al grado zero, con un’escursione di registri — tolti i casi di adeguazione della lingua allo status del personaggio — oscillante dall’aulico al colloquiale, dal disinvolto al trasandato. Non un tratto della grammatica del parlato tace all’appello: indicativo pro congiuntivo («se non parli pensano che sei scontroso»), accusativo preposizionale («è a lui che chiamano»), frase scissa («quando è che ti ricapita di vedere dal vivo una vera stazione della polizia newyorkese?»), che giuntore generico («la mattina dopo si erano svegliati che l’aereo stava atterrando»), replicazioni enfatiche proprie dell’oralità più dimessa («la città non dorme, non dorme mai», «disperata, sì, disperata», «Giacomo era stanco, mortalmente stanco», «nulla, ma proprio nulla», «silenzio, silenzio assoluto»), dislocazioni a destra («La conosce sin troppo bene, questa stanza») e a sinistra («a queste scene ci aveva fatto l’abitudine»).

 

Scivola infine — ed è la cifra stilistica più vistosa — la voce del narratore onnisciente: si eclissa di colpo, abdica a favore d’un indiretto libero con movenze di monologo interiore e sùbito riafferra il timone, generando spaesamenti di grande efficacia espressiva:

 

Si erano conosciuti così, per puro caso, due posti vicini e toh, siamo italiani, da Baltimora a Roma non è così frequente, raccontarsi le vite e il perché di quel tragitto, un viaggio a trovare la sorella (certo), vederla ridere alla sua battuta sui cervelli in fuga.

 

Sara aveva preso a parlargli del loro meraviglioso futuro assieme, rigenerazione e pace, noi due soltanto, come i primi tempi, e lui era rimasto muto, perfettamente immobile a dispetto dei suoi baci e delle sue carezze.


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