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3_immagine_recensioneEnzo Caffarelli
Dimmi come ti chiami e ti dirò perché. Storie di nomi e di cognomi
Laterza, 2013
 
Non è un manuale il libro di Enzo Caffarelli, fondatore e direttore della «Rivista italiana di Onomastica» e coordinatore del Laboratorio internazionale di Onomastica dell'Università di Roma Tor Vergata, autore di numerose pubblicazioni scientifiche (mi limito a ricordare il fondamentale I cognomi d'Italia. Dizionario storico ed etimologico, con Carla Marcato, Utet 2008). Il libro di Caffarelli è un caleidoscopico saggio d'assaggio di tutti gli umori sprigionati dalla mirabolante concentrazione di lingua, umanità e storia che si realizza in quei segni particolari che sono i nomi e i cognomi d'Italia. L'assaggio è anche un saggio di scrittura briosa, sapida, conversevole e percorsa da un sottile filo di humour, come si conviene al resoconto di un esperto viaggiatore che voglia svelare la meraviglia dell'inconsueto e del fantastico che riposa sotto le regolarità delle rilevazioni scientificamente acquisite e mappate.
Lo studioso che già ne sa di onomastica, potrà – se non è turbato da invidia – godersi la narrativizzazione di molti contenuti della disciplina; lo studente potrà recuperare smalto e fiducia, attingendo tra le pagine di Caffarelli la sensazione di elettrica curiosità che sempre dovrebbe sostenere l'attività di ricerca e l'acquisizione del sapere.
 
L'autore è pienamente consapevole dell'operazione che compie. «L'onomastica è talmente piena di sorprese e di curiosità...» (dice già nelle prime righe del prologo) che, potremmo continuare noi, le storie di nomi e di cognomi, pur senza perdere in rigore («ogni spiegazione andrà spiegata e motivata»), saranno scoppiettanti come un'avventura salgariana. Detto fatto, Caffarelli si getta subito (p. 5) sul proprio kit onomastico personale e lo disfà davanti ai nostri occhi: «L'anagrafe riporta per esteso: Vincenzo [virgola] Giuseppe Giorgio Raimondo Caffarelli; omette il titolo dei Baroni di Guzman, appartenente a un ramo collaterale della famiglia (concesso all'avo niente meno che da Filippo II re di Spagna con privilegio reale del 17 agosto 1658 e riconosciuto dallo Stato italiano nel 1910); omette, s'intende, anche la forma accorciata con cui ho scelto d'esser chiamato nella mia vita privata e pubblica: Enzo». Vi pare che il libro di Caffarelli si presenti come un manuale? No, viceversa vi si annusa immediatamente l'aroma della Storia remota e delle storie che stanno dietro i nomi, favolose entrambe già per il fatto di essere occultate dietro il velo del passato. Caffarelli riporta Vincenzo nell'antica Roma, Giuseppe all'etimo ebraico, Giorgio al tardo greco e bizantino, Raimondo al germanico, Caffarelli all'arabo e l'iberico Guzman a un probabile nome di persona germanico, mentre Enzo, attraverso lo svevo Heinz, si riconnette a Heinrich, equivalendo dunque a Enrico. L'autore può dunque affermare che negli anelli di questa catena onomastica «secoli di storia e ben sei differenti strati linguistici si alternano e sovrappongono nei nomi che mi appartengono. Non basta: ciascuno di questi nomi esprime in modo esemplare lo spirito delle popolazioni e delle culture a cui fa riferimento e di cui l'onomastica risulta un riflesso fedele»: Vincenzo 'vincitore' (l'«animus pugnandi di Roma antica»), Giuseppe '(dio) accresca/ha accresciuto (la nostra famiglia)' (l'importanza per la società ebraica della discendenza e della stirpe), Giorgio 'agricoltore' (la civiltà agricola dell'antica Grecia), Raimondo '(chi, che) protegge con il consiglio (degli dei)' (la protezione divina sulle popolazioni germaniche, nomadi e belligeranti), Caffarelli da Caffaro 'infedele, cioè cristiano' (dal punto di vista musulmano), Guzman 'valoroso' e poi 'nobile al servizio dell'armata reale' (l'importanza dei ceti nobiliari e militari nel Regno di Castiglia e d'Aragona).
 
Questa dettagliata premessa contiene il gusto intenso dei racconti che i nomi fanno di sé, una volta messi in campo e sapientemente interrogati dall'autore. Al quale spetta il compito di disporre sulla mappa zone tematiche coerenti. Il capitolo Storie di nomi si apre riconducendo grappoli di nomi presenti in Italia all'origine linguistica remota (dal greco antico, all'ebraico, al latino, ecc.), per risalire poi attraverso i secoli e le differenti propensioni onomaturgiche che li caratterizzano. Per esempio, durante il medioevo, la breve speranza di vita portò a un'abbondanza di nomi augurali. L'abilità di Caffarelli è di cogliere nel dettaglio in apparenza controcorrente il segno dell'umore più profondo del tempo, come nel caso dell'antigratulatorio nome toscano Perquezivenisti 'perché ci sei venuto?'. Arrivati all'oggi, la lente dilata il particolare delle diverse grafie assegnate a certi nomi (uno per tutti, il proverbiale “Deborah con l'acca”), consentendo all'autore di compiere una divertente e istruttiva carrellata su tutte le novecentesche, e attuali (in Italia e fuori d'Italia), follie onomastiche e complicità mediatiche.Una per tutte, il caso dell'uomo di Boscotrecase, Napoli, che, nel 2002, chiamò suo figlio Varenne, nome di un famoso cavallo da corsa...
Caffarelli riporta spesso indietro la macchina del tempo per raccogliere testimonianze corpose di nomi di persona scelti per motivi ideologici (Trento, Trieste, Gorizia... Adua, Asiago, Piave...) o non più assegnati per gli stessi motivi (Adolfo, Benito).
 
Presi dalle scorribande attraverso tempi, luoghi e psicologie individuali e collettive, veniamo talvolta invitati a pause di riflessione per inquadrare in modo più ampio le storie di nomi. Per esempio, ciò avviene quando Caffarelli spiega il concetto di moda onomastica (alle pagg. 42-45), che dà profondità e respiro molto umano al percorso del sorgere, imporsi, declinare, scomparire, risorgere, ecc. di molti nomi, secondo una modalità ciclica che lo studioso attento può riferire a questo o a quell'altro nome, predicendone, senza fare ricorso a nessuna arte magica, le fortune o sfortune prossime. Il che permette anche di capire come esistano, all'interno di ogni ciclo temporale, «nomi per bambini, per giovani, per adulti e per anziani» (p. 50). Egualmente, siamo invitati a riflettere (pagg. 150-55) su due processi che riguardano il mutamento di significato del nome proprio. Il primo è la lessicalizzazione: il nome proprio diventa comune (per es., da Cicerone retore e politico dell'antica Roma a cicerone 'guida turistica'); il secondo è la transonimia: si passa da un nome proprio di un tipo a un nome proprio d'altro tipo. Per es., «Caffarel e Prochet (inventori del gianduiotto) si sono trasformati in cioccolata».
 
Altrove, emerge un'indicazione strutturale di tipo tassonomico, agile e mai pedantesca. Accade nella seconda parte del libro, dedicata alle Storie di cognomi. Dopo aver spiegato come, dove, quando e perché sono nati i cognomi italiani, Caffarelli esplicita una classificazione tipologica:
  • derivanti da nomi personali (nome paterno o, raramente, materno: De Luca, Mariano, Giordano)
  • derivanti da nome di luogo (Messina, Milani, Brambilla)
  • corrispondenti a un aggettivo relativo a un nome di popolo (Romano, Greco, Lombardo, ecc.)
  • derivanti da luogo di residenza o di lavoro (Costa, Fontana, Villa) o indicanti provenienza da luogo non natale (Spagnolo, Siciliano, Trevisan)
  • indicanti mestiere, carica, titolo onorifico (Ferrari, Conti e Conte, Barbieri)
  • derivanti da soprannome legato all'aspetto fisico (Rossi, Bianchi, Ricci)
  • legati a comportamenti, atteggiamenti, azioni (Gambarotta, Zoppi, Malvestiti)
  • d'invenzione (spiccano i nomi imposti in origine ai bambini abbandonati: Proietti a Roma, Esposito a Napoli, Innocenti a Firenze, Trovato a Catania, Colombo e Colombini a Milano...).
 
Infine, va detto che nel libro si sfatano molti luoghi comuni: che i cognomi in -i siano i più diffusi in Italia (non è vero); che Mario Rossi sia la coppia onomastica vincente in Italia (non è vero: è Giuseppe Russo – Russo è la variante meridionale di Rossi –; Rossi è primo in molte città del Centro Nord, ma, a proposito di sorprese, a Milano al secondo posto non c'è Brambilla, c'è il cinese Hu); che Berlusconi, come ama raccontare l'attualmente famoso portatore del cognome, derivi da Bellusconi (a sua volta da bello); che i cognomi, a differenza dei nomi, non si possano cambiare, se particolarmente imbarazzanti da portare (invece, un Puzzo è diventato Punzo, un Sederino ora è Severino, un Zoccola siè trasformato in Zoccoli).
 
Tutti i tragitti onomastici, in qualche modo, fanno luce sull'origine di nomi e cognomi. In alcuni casi, l'autore dà più ampi (ma sempre scorrevoli) approfondimenti etimologici. Così, qua e là, spuntano le storie di nomi di personaggi noti, da Cicchitto a Gasparri (politici berlusconiani), da Serianni (Luca, linguista di chiara fama) a Bartezzaghi (Stefano, studioso di enigmistica), da Eco (Umberto, il professore e scrittore) a Totti (Francesco, il calciatore).
Diverte la rassegna dei cognomi commestibili, geometrici, stellari, chimici, numerali, musicali, automobilistici... (pp. 129). In più, chiarire come sta(va)no le cose può diventare utile strumento di quella che nel Prologo Caffarelli chiama «onomastica consolatoria», una sorta di sostegno psico-onomastico-umanitario. Poiché spesso dietro un cognome “brutto” (imbarazzante) non c'è un originario disprezzo, ma semplice modificazione, innocente, di suoni, è giusto dare sollievo al malcapitato portatore infetto di cognome sano, confortandolo sull'etimologia perlomeno neutra del suo cognome (per es., Nani e Nanetti non alludono malignamente, ma vengono da Nanni e Nannetti, entrambi da ricondurre a Gianni).
 
Le perle di storie da inanellare sarebbero infinite. L'autore chiude come il bravo concertista, dando qualche bis. Compare sul proscenio del capitoletto finale, Congedo, procrastinando per un po' la parola fine: perché esistono – e non sono soltanto due o tre – i cognomi che portano con sé il significato della 'fine', del saluto di commiato: Congedo, Chiusa, Cordiali e Saluti, Finale, Finis, Amen, Salve... fino al conclusivo Addio, cognome «presente dalle parti di Caserta e Napoli».
 
Silverio Novelli