30 marzo 2020

L’equivoco del nome. Rime incerte fra Dante Alighieri e Dante da Maiano

 

Pasquale Stoppelli

L’equivoco del nome. Rime incerte fra Dante Alighieri e Dante da Maiano

Roma, Salerno editrice, 2020

 

Dopo essersi fermamente opposto alla danteità del Fiore e del Detto d’Amore avanzando la candidatura dell’omonimo Dante da Maiano per motivi d’ordine stilistico e stilematico (in contrasto, dunque, con la celebre applicazione critica continiana, ma nel pieno rispetto di quel metodo), il nostro massimo esperto di attribuzionismo letterario respinge nei saggi raccolti in questo volume la paternità dantesca d’altre opere sulla base di riscontri verbali difficilmente oppugnabili e col prezioso supporto degli archivî digitali.

 

Delle rime, «che ancora oggi, a un secolo di distanza dalla fondamentale sistemazione di Barbi, non hanno raggiunto negli studi un assetto stabile» (p. 23), il critico degrada a spurie, oltre alla ballata dubbia Donne, io non so di che mi preghi Amore, la canzone trilingue Aï faus ris e il sonetto Di donne io vidi una gentile schiera, entrambi reputati certi a partire da Michele Barbi (1921). Circa il sonetto — tramandato da un unico, inaffidabile testimone, l’Ambrosiano O 63 sup. (c. 27b), con l’attribuzione a «Dantes Alegerius» —, queste in estrema sintesi le motivazioni del «declassamento»:

 

Occasione del componimento è un’adunata di donne per la festa di Ognissanti, tra le quali ne spicca una per bellezza e per l’aura che la circonda. […] È in sostanza una variazione un po’ ovvia di Tanto gentile e Io mi sentii svegliar dentro a lo core, con un occhio alla festa del capitolo XIV della Vita nuova (ed. Gorni, cap. 7) e un altro ad alcuni sonetti guinizzelliani o attribuiti a Guinizzelli, come rispettivamente Io voglio del ver la mia donna laudare e Gentil donzella, di pregio nomata. Paradossalmente il sonetto è troppo dantesco e troppo stilnovistico nel lessico e nella situazione per non far nascere dubbi sulla sua autenticità; ma ad alimentare ulteriormente l’incertezza troviamo al v. 2 non, come ci aspetteremmo da Dante, una perifrasi astronomica a iscrivere il tempo dell’evento, ma una prosastica designazione calendariale («questo Ogni Santi prossimo passato») [tono prosastico già notato da Domenico De Robertis, che pure colloca il sonetto tra le rime certe: «formula ordinaria delle scritture pratiche corrispondente al mod. ‘ultimo scorso’; qui, unica attestazione in poesia»], una rima ai vv. 9 [«A chi era degno donava salute»] e 13 [«e venne in terra per nostra salute:»] sospetta di identicità e anche un poco plausibile per Dante stilnovista schema a rime alterne sia nella fronte sia nella sirma. Mettendo insieme la scarsa autorevolezza dell’Ambrosiano, il contenuto convenzionale del testo e l’inusuale schema metrico, si sommano motivi sufficienti al declassamento di Di donne io vidi da certa a dubbia, se non a spuria. (pp. 32-33).

 

Ma le operazioni di «ecologia filologica» o dei «tagliatori di testi», come sapidamente autoironizza il Nostro (p. 32), non si arrestano qui. Lo studioso sospetta fortemente, e pour cause, sia della coppia di rime certe Se Lippo, amico e Lo meo servente core del codice Bologna («poesie che, se fossero tolte a Dante, non solo egli ne guadagnerebbe, ma metterebbero addirittura in dubbio l’esistenza degli inizi guittoniani del suo percorso poetico, circostanza contraddetta da tutto ciò che Dante scriverà in seguito di Guittone», p. 38) sia di Savere e cortesia, ingegno ed arte, responsivo di Amor mi fa sì fedelmente amare di Dante da Maiano, sia della tenzone del Duol d’amore, trasmessa esclusivamente dalla cosiddetta Giuntina di rime antiche (Sonetti e canzoni di diversi Antichi Autori toscani in dieci libri raccolte, Firenze, eredi di Filippo Giunta, 1527) e considerata il prodotto della fase guittoniana dell’Alighieri, poi superata nel decisivo incontro con Cavalcanti; tenzone che, sebbene unanimemente classificata tra le poesie certe da Flaminio Pellegrini in poi (1917), non sarebbe che un falso scaltramente allestito dal Dante minore

 

per accreditare a sé stesso (come gioco personale o per vanteria di fronte ad altri) riconoscimenti iperbolici nientemeno che dall’autore della Vita nuova, se non anche già della Commedia. […] Mi portano a questa conclusione anzitutto la lingua e lo stile dei due sonetti attribuiti all’Alighieri, infarciti di stilemi maianeschi e costruiti con la stessa tecnica centonistica riconosciuta da Rosanna Bettarini alle rime di Dante da Maiano e, aggiungerei, con la stessa tecnica del Fiore; per non dire di considerazioni esterne relative alla biografia e alla cronologia delle opere dantesche. (p. 63).

 

La disattribuzione concerne il secondo e il quarto sonetto dei cinque: Qual che voi siate, amico, vostro manto e Non canoscendo, amico, vostro nomo. Così ragiona il filologo (non si manchi di apprezzare la ferrea logica delle argomentazioni e la rara trasparenza di linguaggio):

 

[N]on è difficile scorgere più di un elemento di stranezza. Il proponente (Dante da Maiano) indirizza al destinatario (Dante Alighieri) un quesito di natura amorosa: qual è il maggior dolor d’amore? L’Alighieri risponde: amare senza essere riamati. Ma il proponente non è soddisfatto e ripete la domanda; l’Alighieri risponde allo stesso modo […]. Dante da Maiano insiste ancora e invita l’interlocutore a portare pareri autorevoli a sostegno di quanto detto e ripetuto. Qui la tenzone s’interrompe senza che, come ci saremmo aspettati, il proponente abbia confutato con una sua opinione quella dell’interlocutore. […] Lo scambio di rime richiama […] lo schema di una quaestio scolastica, nella quale l’interrogante è il maestro e l’interrogato il discepolo, con un rapporto dunque di maggiore a minore. Ma dai sonetti non risulta questo. Già nel primo sonetto Dante da Maiano si rivolge al suo omonimo riconoscendogli saggezza e sapere senza pari […]: il Maianese si dichiara dunque in questo rapporto “inferiore” all’Alighieri. Dante nella sua risposta (son. 2) impiega i primi otto versi a tessere l’elogio dell’interlocutore, che dichiara tuttavia di non conoscere («Qual che voi siate») e a paragone del quale riconosce che il suo sapere vale meno di niente («di saver ver’ voi ho men d’un moco»). Ma di quale straordinario sapere l’Alighieri farebbe credito al fino ad allora sconosciuto Dante da Maiano? […] quali prove il futuro poeta stilnovista avrebbe dato a questa altezza della sua biografia perché Dante da Maiano si rivolgesse a lui con tanta deferenza? […] L’uso esasperato delle rime tecniche rimanda soprattutto a Guittone e a Monte Andrea, ma l’esempio principe di abilità nel confezionare rime equivoche ed equivoche-composte nella poesia toscana duecentesca è offerto dal Detto d’Amore; e se coloro che attribuiscono il Fiore a Dante si fossero impegnati nell’argomentare anche la paternità dantesca del Detto […], invece di derivarla transitivamente dal Fiore, richiamando il quarto sonetto del Duol d’amore [nel quale Dante riprende il rimante «parla» del terzo, ma complica la tecnica con rime tutte equivoche, di cui quattro anche composte] avrebbero potuto vantare una discreta freccia al loro arco. (pp. 53-57).

 

Troppo numerose e complesse le prove interne ed esterne allegate da Stoppelli per poterle qui passare in rassegna; limitiamoci, dunque, alla famigerata crux del v. 7 di Non canoscendo, amico, sintatticamente connesso al successivo: «conven poi voi laudar sanza far nomo / è forte a lingua mia di ciò com parla» (così nell’edizione della Società Dantesca Italiana del 1921); oggi, dopo le edizioni De Robertis e Giunta, che ripristinano la forma della stampa cinquecentesca, i due versi si leggono nel modo seguente: «conven poi voi laudar sarà for nomo [Giuntina sara fornomo] / e forte a lingua mia di ciò com parla». Vestendo i panni dell’«enigmista», Stoppelli propone un conglomerato in rima franta da disgradarne un Guittone: for nom’ò, sulla scorta di Fiore 38.10: «fuor di tu’ nome, troppo oltre misura», unica attestazione nei testi antichi di f(u)or (di) nome/nomo. I due versi vengono così aggiornati: «conven poi voi laudar, sarà for nom’ò, / e fort’è a lingua mia di ciò com parla», ossia «non potendo fare a meno di lodarvi, lo farò in contrasto con la fama di cui godo, ma dire questo (cioè, lodarvi) per me è insopportabile (forte)». [Non meno suggestiva — sia detto di volo, a beneficio degli appassionati — l’ipotesi recentemente avanzata da Luigi Spagnolo, secondo il quale la lezione più plausibile sarebbe sornomo ‘soprannome’ (cfr. Fiore 37.11: «Ché su’ sornome dritto sì è Dolore»), il poi potrebbe derivare da un per abbreviato, con caduta del taglio sull’asta, sara starebbe per usar, la congiunzione del v. 8 sarebbe voce verbale e com — secondo la lettura di Vincenzo Crescini (1918) — varrebbe c’om; quanto a parlare transitivo, è forma dell’italiano antico; dunque, con qualche modifica interpuntiva: «conven per voi laudar usar sornomo: / è forte a lingua mia dir ciò, c’om parla» ‘per lodarvi bisogna usare un soprannome: / è arduo per la mia lingua dire ciò che solitamente viene detto’].

 

Di grande interesse il primo saggio, Metodologia delle attribuzioni letterarie, nel quale lo studioso affronta in termini generali, e non solo in riferimento a un testo o a un genere specifico, un comparto mai sinora fatto oggetto di sistemazione.

 

Riferimenti bibliografici

 

Pasquale Stoppelli, Dante e la paternità del ‘Fiore’, Roma, Salerno editrice, 2011.

 

Dante Alighieri, Rime, a cura di Domenico De Robertis, Firenze, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Franceschini, 2005.

 

Dante Alighieri, Rime, a cura di Claudio Giunta, in Id., Opere, ed. diretta da Marco Santagata, Milano, Mondadori, 2011.

 

Luigi Spagnolo, Una nuova edizione delle Opere di Dante Alighieri, «Revue de linguistique romane», 303-304, 2012, pp. 584-609, alle pp. 588-589.


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