Questo sito contribuisce all'audience di
 
 
3_immagine_recensioneHaim Baharier
Qabbalessico. Parole e fatti di oggi in odor di Qabbalà
Giuntina, 2012
 
Maestro di ermeneutica biblica, studioso fine e intenso di Torah e Talmud, psicoanalista, Haim Baharier, nato a Parigi nel 1947 da genitori di origine polacca reduci dai campi di sterminio nazisti, ha scritto testi di illuminata profondità, beneficiando negli anni passati di una fama mondana che lui ha accolto con ritrosa gentilezza, nonostante sia sempre prodigo di parole e di discorsi e non faccia mancare la sua presenza in pubblico.
Ritrosia, termine che, nel lemmario di questo breve e denso lessico, non ha un'entrata autonoma, è però la parola che meglio «condensa tutti i significati e i percorsi che dallo studio della Qabbalà si possono trarre» (p. 73): così Baharier si esprime proprio in conclusione di libro, nelle tre pagine dedicate alla voce Qabbalà. La ritrosia è necessaria in un mondo che tende a fare pappa di ogni contenuto, semplificando per ridurre in miseria semantica premasticata. Alla Qabbalà (o Cabala) qualche anno fa disse di essersi convertita la popstar Madonna, vantando i benefici dell'«energia cosmica» sulla propria produzione ed esibizione musicale in termini di dinamismo spirituale. Di lì, un flusso globale di chiacchiericcio si è riversato sulla cabala, sommergendo – all'apparenza e in superficie – centinaia di anni di elaborazioni di dottrine mistiche ed esoteriche ebraiche circa Dio e l’universo. «Oggi la Qabbalà viene contrabbandata come materia eletta, per pochi; arpionata nelle sue alture e trascinata a terra, svilita, in pasto a star e cantanti in cerca di sostanza», scrive Baharier.
Su questo terrigno chiacchiericcio, inquinante come il ronzio del traffico in una metropoli, si leva a prendere la parola Baharier, con l'ambizione di farsi «più vicino a un soffio che alza nell'aria spore fuggevoli, da trattenerne a stento qualcuna in mano. Tuttavia ho cercato di non stemperare, di non scendere mai a compromessi». Nel suo Qabbalessico, scrive l'autore, «spero risulti la consapevolezza di una ritrosia della trascendenza».
Corazza, alcol, bocca, guardiano, arco, jeep, allungatoia, di meno, faglia, maté (il bastone di Mosè), celibato, gossip, gabbia, luna, nuvola, occhio, isola, miracolo, pozzo, ruminante, travestimento, vermicaio, latte, mezzi pubblici, Qabbalà sono le voci scelte da Baharier per accorciare le distanze tra grande e piccolo, sostanza e apparenza, effettività e inconcludenza, onde tagliare via il superfluo. Accorciare vuol dire arrivare subito al punto, per poi scavarvi dentro con colpi di badile laterali e concentrici. Scrive alla voce A come... allungatoia: «Fascino del sintetico. Non di fibre si tratta ma dell'attrazione fatale dei nostri tempi verso la scorciatoia, il tutto e subito. Dogma del business, almeno prima della crisi odierna, “stringi e convinci”. Un detto del rabbino Soloveitchik, immenso Maestro lituano nella Boston degli anni Sessanta, sembra anticipatorio: “In ascensore, tra un piano e l'altro, non si fa in tempo a spiegare esaurientemente alcunché. Ma questo tempo così breve è il tempo concesso per convincere. Deve bastare”. Dietro la superficie delle parole del Maestro si scopre un invito all'allungatoia: una vita di studio per un lampo di consapevolezza!». Ragiona Baharier: per giungere alla Terra promessa, in fuga dall'Egitto, agli ebrei occorsero quarant'anni: quarant'anni per compiere un tragitto che le carovane del tempo percorrevano in un paio di settimane. Dunque, l'allungatoia si mostra come «vicenda della scorciatoia»: il modo appropriato per pensare il proprio approdo finale come saldo e irrinunciabile, a prova di ogni ripensamento causato da una contingente delusione, dalla frustrazione di un tentativo andato a vuoto. «Quarant'anni di erranza nel deserto, di scazzottate con l'insignificante, sono un'allungatoia appropriata per recuperare il rapporto autentico con il trascendente: Dio ritorna periferico, clamorosamente assente».
Ciò che allunga distanziando, ciò che separa allontanando emerge come una delle più chiare offerte di lettura del Qabbalessico. Lo sguardo spazia allora dall'Egitto pre-cristiano alla declamata retorica odierna della pacificazione e dell'annullamento delle differenze, magari sotto l'egida di qualche valore unificante, dichiarato universale ma brandito come un marchio registrato: «Le nazioni democratiche sembrano non amare le faglie unificanti, per mettere insieme gettano ponti, vorrebbero tutti sposati e votati a una causa comune. Cercano di appianare le divergenze. In realtà la democrazia autentica dovrebbe nutrirsi di opposizioni, crescere attraverso di esse, non eliminarle ma integrarle [...] nella tradizione qabbalistica il registro più alto è quello collettivo, dove le diversità si integrano senza squalificarsi. Questo livello esprime una tensione talmente delicata che la sua deriva più pericolosa è l'appiattimento». Ciò che è troppo vicino, è indistinto all'occhio. «La tradizione qabbalistica tiene in grande conto ciò che avviene lontano dalla nostra percezione, il non tangibile […] Una sorta di grazia scenderebbe su di noi per permetterci di leggere ciò che non ci entra direttamente negli occhi». Se non c'è la necessaria distanza, non c'è reale visione, né possibile comunicazione.
Una caratteristica di questo libriccino prezioso è di offrire una parola intimamente dialettica: «Tentennanti, con un piede nella globalizzazione e l'altro nel protezionismo, non ci pronunciamo: aprirsi al mondo o difendersi?» La risposta, però, è netta. Dietro il riparo delle certezze acquisite e tramandate, si annida l'alto rischio: «Abbiamo confuso la certezza con la sicurezza. La certezza è mortale: è quando pensi di poter piegare il reale, anziché interpellarlo». Dunque, occorre liberarsi delle proprie corazze. «Se scegli la corazza sei come un granchio: lo scheletro che hai come guscio ti lascia molle dentro, e ti mangiano».
 
Silverio Novelli