20 maggio 2020

Sfido a riconoscermi. Racconti sparsi e tre saggi su Gadda

 

Angelo Guglielmi

Sfido a riconoscermi. Racconti sparsi e tre saggi su Gadda

Milano, La nave di Teseo, 2019

 

Autofiction? Non-fiction? Autobiografia letteraria intercalata come vien viene di ricordi veri falsi verosimili distorti? Non-romanzo? Controromanzo di un multanime mendace?

 

Ai patiti dei generi la sfida a riconoscere l’ultima sortita editoriale di Angelo Guglielmi, operatore culturale di gran fiuto, capace d’intercettare al volo lo spirito del tempo e di rivoluzionare alle fondamenta in poche rapide mosse (altro che «intelligente senza talento», come egli stesso si definisce!) tutto quel che sfiora: letteratura (cofondatore e teorico della Neoavanguardia), televisione (inventore d’un nuovo linguaggio televisivo, la tv verità, di cui tuttora sono vivissimi gli effetti), cinema (ideatore di Circuito cinema, una catena di sale specializzate in programmazioni d’alta qualità), politica (assessore alla cultura del Comune di Bologna, organizza nel 2005, «per liberarsi di un secolo che minacciava di non finire mai», la celeberrima manifestazione-spettacolo di quattro giorni Ritratto del Novecento, affidando il testo all’antico sodale Edoardo Sanguineti e la messinscena a Giuseppe Bertolucci). Si può, forse, non aderire sentimentalmente ai prodotti d’un intellettuale di tal tempra, che ha impresso orme tutt’altro che lievi nella cultura del secondo Novecento? Si può e si deve. Sentimentalmente e incondizionatamente.

 

Ma che direbbe il lettore severo?

 

Direbbe certo che l’opera, in ogni senso eslege, è un inno all’improvvisazione, alla disorganicità e persino alla corrività, tanto nella forma quanto nella sostanza. Che le riflessioni estetiche da vecchio manuale scolastico e gl’impressionistici giudizî sugli autori mancano di sugo e costrutto, al punto che parrebbero emessi dal ginnasiale dell’ultimo banco (scoperta dell’inconsciosapeva un po’ di merdati senti sottoposto a una specie di fleboclisiè come passeggiare per i campi della pianura padanal’odore sgradevole della cacca…):

 

Il passaggio dall’antico al moderno, in letteratura, è contrassegnato dalla scoperta dell’inconscio. Prima (fino a ieri), i personaggi dei romanzi erano soliti intonare i loro comportamenti a criteri di lucida coerenza tanto che non poteva capitare che (come accade in Svevo) si scoprissero a seguire un funerale sbagliato o che (come accade in Kafka) svegliandosi si accorgessero di avere le zampe dello scarafaggio. Dopo, fa l’ingresso nella narrativa l’inconscio: e la linearità della trama entra in crisi e i personaggi sono chiamati a progetti, azioni e propositi non sempre immediatamente comprensibili.

 

l’uscita di Piccole vacanze immediatamente mi sorprese inducendomi a scrivere un “pezzo” (che pubblicai su Palatina) in cui tra gli aspetti notevoli denunciai uno straordinario linguaggio (scrittura) brillante e cupo, contrastato e scorrevolissimo, marcescente e dolce che (conclusi) sapeva un po’ di “merda” come capitava alla più raffinata cucina francese.

 

Leggere un libro di Calvino è come avere la sensazione di qualcosa che ti viene versato nel cervello, lentamente, con flusso regolato, perché non trabocchi e si disperda. L’immissione avviene per via esterna, cioè non attraverso la bocca o i sensi e quindi non sai se ciò che ti sta entrando dentro ha sapore, ha consistenza, ha odore: percepisci solo che qualcosa ti sta riempiendo. Ti senti sottoposto a una specie di fleboclisi, che ti costringe a una posizione scomoda e ti procura qualche fastidio anche per il lungo protrarsi dell’operazione.

 

Leggere questo romanzo (Vita standard di un venditore provvisorio di collant) di Busi è come passeggiare per i campi della pianura padana, quando l’aratro ha appena spaccato le zolle e sale dalla terra l’odore sgradevole della cacca ma anche la promessa di un buon raccolto.

 

Direbbe che l’autore incensa smodatamente e senza argomentare i suoi auctores, massimi medî minimi (Arbasino, Gadda, Malerba, Eco, Celati, Scialoja, Calvino, Giuliani, Zeichen, Manganelli, Tabucchi, Flaiano, Lombardi, Primo Levi, Guido Guglielmi, Lagioia, Mari, Moresco, Sciascia, Roversi, Balestrini, Luigi Pintor, Busi, Cordelli, Permunian, Trevi, Vasta, Isgrò, Ortese, Picca, Landolfi, Melega, Cavazzoni) e getta a mare Moravia e Pasolini, due giganti del Novecento italiano — non certo ai vertici della Weltliteratur ma ignorabili non senza danno —, salvando del primo nulla più che un libro di viaggio, del secondo la peggior produzione narrativa e cinematografica: il brogliaccio Petrolio, illeggibile prova di romanzo-pamphlet, e un film esasperato fino alla comicità involontaria come Salò o le 120 giornate di Sodoma:

 

Ed è qui, nei libri di viaggio, che abbiamo sorprendentemente il migliore Moravia prosatore. Un esempio per tutti le Lettere dal Sahara.

 

Così nascono due opere, un romanzo e un film, che sono i due lasciti, oggi trascurati, per cui Pasolini potrà rivendicare presso i posteri un posto di rilievo tra gli scrittori del Novecento e sono Petrolio e Salò o le 120 giornate di Sodoma […]. Con Petrolio e Salò o le 120 giornate di Sodoma Pasolini recupera — lo ripetiamo — il suo posto nel panorama della letteratura moderna europea.

 

Quel lettore eccepirebbe, inoltre, che il Nostro gigioneggia fino all'insoffribile noia. Un solo esempio: «il Pasticciaccio (se non sbaglio) apparve nel 1957» (basta aprire un'enciclopedia protesterebbe o connettersi alla Rete per pescare la data esatta!) e pecca non poco di megalomania:

 

i miei successi nel lavoro televisivo, cinematografico e politico (assessore alla cultura di Bologna) e non ho difficoltà ad aggiungere anche nella mia attività letteraria (di critico) dove mi trovavo a sopraffare gli altri nel proporre idee nuove e militanti. Nel Gruppo 63, rispetto ai miei anche più illustri compagni di pensiero, ero il più ardito e innovativo, riuscendo a intravedere prima degli altri le soluzioni più opportune (e decisive).

 

Aggiungi che ho svolto (e continuo a svolgere) fin dall’età di vent’anni un secondo lavoro come critico letterario militante (di punta).

 

Obietterebbe che l’autore cade troppo spesso in contraddizioni eclatanti. Asserendo, tra l’altro, che non la trama, ma la costruzione e la messa in forma è l’unico valore del romanzo:

 

Io dimentico (anzi da sempre dimentico) quasi contemporaneamente alla lettura le trame dei romanzi che ho letto e dei film che ho visto pur trattandosi di romanzi e di film importanti e di peso. Certo non ne dimentico la struttura, il linguaggio e lo stile, ma dimentico il processo, lo sviluppo del racconto del quale ho chiaro il tema (l’assunto), ma non gli aneddoti con cui è raccontato. Di questi quasi subito perdo memoria. Perché? […] È perché io ho sempre saputo e non ho aspettato di diventare lettore e critico di professione per capire che non è la trama a dare valore a un romanzo, dal quale (valore) la trama (spesso anzi quasi sempre) lo allontana.

 

salvo basare la propria attività recensoria solo ed esclusivamente sul plot, esaltando romanzi da treno aventi nell’intrattenimento la loro misera ragion d’essere.

 

E il lettore denuncerebbe, c’è da giurarci, la stucchevolezza degl’intermezzi autobiografici, quasi tutti incentrati sul tópos ottocentesco del bimbetto povero e maltrattato ammaliato dal lusso e dagli agi:

 

Alle elementari manifestavo una non taciuta preferenza per i più ben vestiti e verosimilmente appartenenti a famiglie benestanti, in particolare per un certo Chiti che abitava in via Dacia a quattro passi da casa mia (in via Etruria). Ogni mattina passavo a prenderlo e andavamo a scuola insieme. Una mattina, non trovandolo già in strada, salii in casa e lo trovai ancora a letto in una chiazza (così ricordo) di sangue (evidentemente gli era uscito dal naso). I genitori seccati dalla mia presenza mi dicono che quel giorno sarebbe rimasto a casa e mi invitano (con frettolosità sgarbata) a uscire. Da allora rinunciai all’abitudine di accompagnarmi a lui all’andata e al ritorno.

 

Quell’anno era il 1942, c’era la guerra e io ero affamato; durante la ricreazione la maggior parte dei compagni di classe scartavano la merenda (magari solo un frutto — più spesso la mela), io li guardavo con occhi di desiderio, un ragazzo coi calzoni lunghi dell’ultimo banco (non ricordo il nome), vedendomi così ansioso mi dice: «Se mi dai otto centesimi ti do questo panino.» Io non li avevo ma decisi che dal giorno dopo avrei fatto di tutto per raccoglierli e una decina di giorni dopo gli diedi gli otto centesimi ed ebbi in cambio uno stupendo panino al salame (di cui sento anche oggi il piacere in bocca).

 

Questo per i contenuti. Ma che dirà quel lettore sul versante formale dell’operazione?

 

Rileverà le troppe sconnessioni sintattiche, i tratti proprî del più informale parlato, gli accordi a (non)senso, l’indicativo pro congiuntivo e la quantità impressionante di enunciati borderline, se non perfino fuor di grammatica, appena un gradino sopra la scrittura dei semicólti:

 

Allora avevo otto anni poi nove e vivevo a Roma; nel 1937 e 1938 prima muore Marconi e poi D’Annunzio

affitto trecentocinquanta lire al mese sulle milletrecento lo stipendio di mio padre

Ma come si fa a liberarsi di una condizione disgraziata con un romanzo? Certo, non raccontandola che non consola e raddoppia la disgrazia.

tutti i punti di riferimento cui uno scrittore poteva contare sono decaduti

Ricordo in quarta ginnasio e quinta ginnasio un certo Nobile un po’ più grande di me (che io ammiravo divenendone amico)

Il mio distacco dalla scuola permane giurandomi il proposito di uscirne al più presto.

Richiesto spesso di scendere a Spinazzola mio padre (gravido di responsabilità di lavoro) vi aderiva (e lo faceva) soltanto quando la sua presenza era assolutamente indispensabile

Valentino [Zeichen] era sempre ricercato buono per risolvere ogni serata

Quella colla era certo il suo lavoro di poeta ma era anche la cura che aveva verso gli altri che non affliggeva mai con le sue malinconie che quando aveva le teneva tutte per sé

essendo cominciato sul fine [recte: sul finire] dell’Ottocento

era rimasto ammirato e condividente della novità della mia analisi

lui era tra quelli che mi difendeva

una rete della quale i giornali ne scrivono ancora oggi

Moravia con Gli indifferenti insieme con Svevo e Pirandello erano, fino agli anni trenta del secolo scorso, i soli tre scrittori italiani in grado di competere con la letteratura più avanzata europea dei Joyce, dei Musil, dei Céline. [NdA: «So che i grammatici sostengono che il collegamento corretto è con il soggetto Moravia (dunque “era” e non “erano”); per me è una pignoleria e la trascuro.]

È quasi impossibile credere che questo brano è stato scritto dallo studente

se volete, e credete che fa parte della normalità

 

E, ancora, la punteggiatura incerta assente manchevole, quando non addirittura fuorviante:

 

l’edificazione di un monumento alla morte non quella che provvidenzialmente ci riserva la natura ma quella funesta che ci prescrivono gli uomini

rovesciando il significato scoprendone la parte nascosta, disordinando la trama

ha mancato il rapporto diretto con l’autore condizione essenziale per apprezzare uno scrittore

Ho letto Numero zero il romanzo appena uscito di Umberto Eco

forse il problema non era la scuola ero io

il giorno prima domenica aveva preferito andare a ballare

 

nonché la spaventosa folla di parentesi, micidiali per la vista e in gran parte rotondamente soverchie:

 

Quando uscì Fratelli d’Italia io fui l’unico a recensirlo (lo feci sul Verri), parlandone come di una assoluta novità (e indicavo i tratti essenziali di quella novità). Di qui lo scandalo (e il silenzio generale) più che (o assieme a) le ferite (e i permali) di cui si sentivano colpiti i personaggi (della vita reale)

Ma, a dire il vero, il (vero) motivo (non confessato ai genitori) della mia decisione di saltare la quinta elementare non fu tanto l’età (il ritardo rispetto ai miei compagni di classe) quanto il fatto che con l’anno successivo, il 1938, sarebbe entrata in vigore la riforma (fascista) della scuola

Fisicamente ero (molto) mingherlino

È stata forse la mia magrezza (alla visita militare dei diciotto anni risultai non idoneo per insufficienza toracica) e il contenimento nel mangiare (addirittura la fame nei cinque anni di guerra) a garantire la mia sostanziale (ancora oggi) buona (meglio decente) salute.

mio padre quando noi (figli) uscivamo per andare a scuola era in bagno

il (molto) bello e approfondito saggio

quando nel corso del Festival di Saint-Vincent (sulle Alpi aostane) fui invitato a presentare l’offerta (il palinsesto) della rete per l’anno in corso (ero il direttore di Rai 3)

 

Questi e altri peccati veniali e mortali scoverebbe di sicuro il lettore severo ed esigente. Ma Guglielmi è un monumento, e i monumenti, come le donne, non si toccano neanche con un fiore.


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