27 maggio 2020

Linee spezzate nella tempesta

 

Pippo Di Marca

Linee spezzate nella tempesta

Roma, Fermenti, 2020

 

Regista, attore, drammaturgo; esponente di punta del teatro d’avanguardia, sul quale ha scritto saggi di rara intelligenza; compagno di strada di Carmelo Bene, Leo de Berardinis, Carlo Quartucci, Giancarlo Nanni; fondatore nel 1971 del gruppo Meta-teatro, che nella capitale ha assunto dimensioni poco meno che mitiche, Pippo Di Marca (Catania, 1941) esordisce nella narrativa con un controromanzo torrenziale che conferma un’indole implacabilmente antagonista, consegnata a un espressivismo insaziato e furioso, screziato di tentazioni barocche. Un romanzo bifido, un ingegnoso ordito di due storie parallele leggibili separatamente e narrate da due personaggi antipodi se altri mai: uno scombinato idealista sessantottino aspirante poeta nella Roma degli anni Settanta e — parola dell’Autore — «un pantagruel in sedicesimo uscito fuori dalla morta gora di una Sicilia arcaica. […] Dentro la bolla di un’epica più o meno picaresca [i due] attraversano e ‘descrivono’ — rievocando un ‘mondo’ di personaggi le cui vite uno di loro definisce “linee spezzate nella tempesta” — una folle, debosciata, abnorme, feroce, grottesca epopea fino a rasentare, tra marginalità e ribellione, la soglia della vanità assoluta di un prima e un dopo o un presente della ‘civiltà’».

 

Opera non solo difficilmente classificabile, ma riluttante a qualunque tentativo d’epitome, Linee spezzate nella tempesta è un rocambolesco groviglio di microstorie, frantumi di fatti e digressioni a briglia sciolta incuneate l’una nell’altra da una mens disorganica e disorganizzante, in cui troneggia il totem di tutte le scritture liquide, anarcoidi e all’insegna dell’eccesso: il corpo inteso quale cinico antispirito, materia non meno bruta e mostruosa che ammaliante, somma di carni slegate autonome incomunicanti. Come nella seguente descrizione, talmente realistica, e si dica pure iperrealistica, da risultare cubisticamente scomposta:

 

Cominciai a squadrarlo. Per curiosità, con lucidità e un surplus insospettato di accanimento che di solito non mi appartiene. Era chiaro che quell’uomo lì impalato e impalandranato di nero dalla testa ai piedi non si fidava di nessuno, stava in perenne all’erta, sempre sulla difensiva: e altrettanto lampante che ragioni per difendersi ne avesse da vendere. Il suo corpo e il suo aspetto ne erano le insegne più evidenti: a cominciare da una faccia non proprio gradevole, occhi scuri, grossi e sporgenti, narici dilatate di naso pronunciato, una selva di capelli neri lisci e compatti che sui lati si aggrovigliano in buffi cespugli o escrescenze per confluire e ingrossare autorevoli basettoni che sembravano enormi auricolari, e più sotto due mascellone così, il mento schiacciato e squadrato, senza punta, come segato di netto: in tanta lussureggiante cornice, il viso rasato dava l’impressione illusoria di una macchia grigia, un’ombra sparsa di barba, subito smentita, appena più in alto, sopra le gote, dall’incombere furente di ruvido pelame, tutto concentrato su ciglia e sopracciglia foltissime, due paia di ventagli compatti e scuri, aggettanti come visiere. Che forse proteggevano, forse scrutavano, ma sarebbero state in grado di aggredire, all’occorrenza. Una faccia d’altri tempi, che pareva liberata per sbaglio da un vecchio dagherrotipo affinché vagasse per il mondo sospettosa e sfuggente, ferita e infida non meno del mondo che malvolentieri l’accoglieva, troppo l’apostrofava, non meno dello stesso dagherrotipo che l’aveva in esso precipitata: davanti al precipizio la sosteneva un corpo tozzo in alto e filiforme in basso, tanto che il busto così appeso a due arti scheletrici, longilinei, ricordava, al netto di un collo corto e tutt’altro che esile, anzi taurino, la figura vistosa di un airone. A questa anarchia fisiologica non sfuggivano le braccia: andavano per proprio conto, massicce all’omero si affilavano scendendo verso l’avambraccio e il polso per allargarsi in mani grandi e nodose, in grado di afferrare, e stritolare, qualsiasi cosa, se avessero voluto. E questa specie di mummia immota eppure viva era precipitata non si sa come nella prestigiosa Trans’Art, mitica galleria d’arte di via del Vantaggio.

 

In un suo «prologo» al romanzo — e, come il romanzo, umorale e turbinoso — Di Marca elegge a proprî maestri «Huxley, Wilde, il grande mistero Lautréamont, Mérimée/Bizet, Hawthorne, Sartre, il ribelle Genet, il geniale creatore di labirinti Borges, il neoavanguardista sulfureo Handke, l’immenso Joyce, […] Milanese, Bufalino e Sanguineti, il mio amico Cortázar, disseminato a profusione per stagioni, il gigante Gadda, il re degli iconoclasti T. Bernhard, Valery, Enzensberger, l’universale Kafka, Conrad, il mio Poe, l’immaginifico, superbo, catacombale Manganelli, l’esploratore di geografie Matvejevic, Rulfo, l’autore di un solo libro, ma perfetto, Pedro Paramo, il cantore della Sicilia Vittorini, Dotto/Bene in memoriam di Carmelo, Collodi/Pinocchio, Glenn Gould, Mandel’stam, Canetti e Bolaño». Ma la palma va certamente a Joyce, tanto per i flussi di coscienza quanto per il gusto dell’interpunzione zero, a riprodurre lo spontaneo, magmatico farsi del pensiero:

 

e allora lui mentre gli altri dietro sghignazzavano oppure premevano già storditi dall’attesa col fiato sospeso forse impauriti che attraverso di me di quello che mi stava succedendo potessero morire per un po’ o per sempre loro da un momento all’altro potessero affacciarsi su abissi sconosciuti allora lui riprendeva a passarmi entrambe le mani sulle guance e faceva una leggera pressione sulla faccia come se la volesse proteggere da me e da se stesso e poi lasciava quella stretta dolce non proprio una carezza una specie di ordine condiviso basato su un patto tacito e segreto tra noi appartenenti a una corsia di incurabili o affiliata a una setta baciata da poteri occulti allora la mia testa cominciava a ciondolare avevo sedici diciassette anni forse diciotto ero il più giovane tra i suoi adepti gli altri erano anche padri di famiglia e lui stesso il Santone lo chiamavano così perché era alto come un cristo e generoso con i poveri della chiesa religiosissimo lasciava ad ogni messa o cerimonia cui partecipava un obolo consistente cento duecento addirittura mille lire certe domeniche e anche lui era padre di famiglia di tre figli uno dei quali aveva la mia età ma pochi lo conoscevano un ragazzo che non usciva mai di casa (breve sorsata mia, veloce, furtiva) neppure per andare a scuola neppure per andare in chiesa il figlio del mistero dicevano così dicevano il figlio del mistero del Santone non so dirti altro perché poi sparirono il Santone con tutta la sua famiglia un’estate come ladri o malfattori sparirono e nessuno ne seppe più niente restò solo una diceria delle donne che avevano ricevuto il racconto della forza del Santone da figli da mariti da padri da parenti zii cugini nipoti da amici da compari da spioni da fidanzati delle figlie e dicevano e concludevano tiravano secondo loro l’ultima linea quella definitiva a questa storia tutte insieme a una sola voce […]

 

E così per pagine e pagine.

 

Ma è curioso che nella lista dei modelli indicati dall’Autore non sia presente il gran nome di Louis-Ferdinand Céline, di cui in questo romanzo risuonano potentissimi echi non solo formali.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Pippo Di Marca, Meta-Teatro e oltre, Roma, Edizioni del Meta-Teatro, 1989.

 

Id., Scrivere il Teatro, Roma, Bulzoni, 1990.

 

Id., Tra memoria e presente, Roma, Artemide Edizioni, 1998.

 

Id., Sotto la tenda dell’avanguardia, Corazzano, Titivillus, 2013.


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