01 giugno 2020

Lettere siciliane. Autori del Novecento dentro e fuori circuito

 

Lucio Zinna

Lettere siciliane. Autori del Novecento dentro e fuori circuito

Milano-Udine, Mimesis, 2019

 

Consumato esperto di cose siciliane (La parola e l’isola. Opere e figure del Novecento letterario siciliano, Palermo, Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici, 2007), il critico mazarese raccoglie in volume otto saggi già apparsi in riviste, atti di convegno e miscellanee dal 1997 al 2013, su autori siciliani «che hanno raggiunto sicuri vertici di eccellenza, ancorché non tutti e non sempre destinatari di pari clangore di tube, magari — in alcune circostanze — elargito e poi, in tutto o in parte o più o meno blandamente lasciato a dissolversi sulla scia di imperscrutabili volatilità di borsini letterari».

 

È il caso del poeta-cantastorie dialettale palermitano Ignazio Buttitta (1899-1997), che nella sua attività poco meno che sessantennale ha saputo coniugare engagement e sentimento, eleggendo come materia del proprio operare la condizione del popolo siciliano e sul versante formale il dialetto vivo.

 

È il caso di Orazio Napoli, Virgilio Titone, Santino Caramella e Castrense Civello. Il primo, mazarese trapiantato a Milano (1901-1970), autore delle sillogi poetiche Notte, legame mare (Milano, Mondadori, «Lo Specchio», 1956) e Gli occhi a terra (Venezia, Editrice Lombardo-Veneta, 1964), in cui Zinna ravvisa «un modo anticrepuscolare di concepire, vivere, cantare l’amore […] con una corporalità che il poeta sa sublimare nell’arte, secondo parametri di classicità»; poeta lontano da ogni retorica, cólto e antiletterario insieme; non ermetico, ma ermetizzante. Il secondo, docente di Storia moderna all’università di Palermo, costituzionalmente e inguaribilmente antiaccademico: uno dei primi a predire la fine del marxismo e a trattare nei suoi scritti, con un anticipo pressoché ventennale, di «questione settentrionale»; narratore (Storie della vecchia Sicilia, Milano, Mondadori, 1971), «offre l’immagine di un’isola antica in tempi relativamente recenti e già in buona parte mutata, quasi imprevedibilmente, dopo decenni di immobilità, durante gli ultimi echi della civiltà contadina e del latifondo, che nell’isola si chiamò ‘feudo’ ed ebbe un più lento declino»; una narrativa realistica «attenta, non succube, alla lezione dei grandi del realismo e peculiarmente di Balzac, della sua Comedie humaine, e di Maupassant». Il terzo, genovese e palermitano d’adozione, sodale di Gobetti e Croce, docente di filosofia teoretica nel capoluogo siciliano dal 1950 fino alla morte (1972): «Ponendo in rapporto fantasia e fenomeno, la prima come “rappresentazione attiva” (“che trae dalla propria fonte interiori motivi di novità e di variazione nella contemplazione della vita”) e il secondo come “rappresentazione realizzata” (“il cui bilancio di attività e passività appartiene alla riflessione e alla scienza”), il Caramella perviene al concetto di certezza poetica: la poesia, vale a dire, dispone di una certezza sua propria (non essendo soggetta a illusioni e a delusioni di ordine realistico); certezza da non confondere con l’ingenuità dell’ispirazione o con l’immediatezza spontanea della forma», essendo certezza d’un istante di vita elaborabile in forma creativa. Quanto a Castrense Civello (Bagheria 1909-1982), il critico tratteggia sapientemente il ritratto di un instancabile animatore culturale, grande amico di Marinetti, poeta tardofuturista di sicuro interesse, la cui opera maggiore resta la silloge aeropoetica Aria Madre. Glorificazione dell’aviazione italiana in versi liberi e parole in libertà, Roma, Edizioni futuriste di «Poesia», 1941.

 

Ma non è il caso di Salvatore Quasimodo e di Antonio Pizzuto: l’uno, straordinariamente celebrato in vita, si dica pure oltre i suoi meriti, e costantemente presente in tutti i testi istituzionali; l’altro, titolare del caso letterario più clamoroso degli anni Cinquanta-Sessanta, caduto ingiustamente in ombra dopo la sua scomparsa (1976), ma recentemente riscoperto dalla critica, specie filologica, e dall’editoria meno corriva.

 

Della poetica quasimodea — contro il professato ateismo del Modicano — Zinna pone in luce, con acuti close reading di alcuni testi particolarmente significativi, la religiosità sommersa, la «tendenza all’oltrità», l’assidua tensione «dall’hic et nunc all’ultra», malgrado più d’un critico abbia tassativamente escluso ogni carattere di trascendenza: «La Grazia aveva toccato Quasimodo? Lo avrà toccato, forse, in più occasioni, ancorché in assenza o con scarsi sbocchi nella parola poetica e pur nel suo riluttare all’adesione aperta a religioni rivelate e a quanto presentasse rigide strutture organizzative e burocratiche, alle quali era per sua natura avverso. Lo avrà toccato quando gli consentì di rivolgere a Dio e al Cristo le angosciose invocazioni che possiamo leggere nelle poesie menzionate, alcune delle quali sfiorano i toni della preghiera. Lo avrà toccato quando aveva composto i lapidari intensi versi di Amen per la domenica in albis: “Non m’hai tradito, Signore: / d’ogni dolore / son fatto primo nato”».

 

Del prosatore siciliano l’Autore passa in rassegna il carteggio con lo scrittore palermitano Salvatore Spinelli, suo intimo amico fin dall’adolescenza, apparso nel 2001 in due volumi curati da Antonio Pane per la Nuova Ipsa, entrambi introdotti dallo stesso Zinna. Due figure di diverso calibro ed estrazione culturale: Pizzuto, l’autore più sperimentale del secondo Novecento non solo italiano; Spinelli, un tardo, pallido epigono verghiano, molto sopravvalutato da Zinna: «Era rivolta verso la vita l’attenzione dei due scrittori e la loro narrativa ne costituisce esempio e rappresentazione. La vita, immersa, per Spinelli, nel “flusso del dolore”, ma vista sempre con un pizzico di salvifica ironia […]. La vita nella sua interezza, la “Vita veduta dalla Vita” (con la maiuscola), con la sua problematicità, come in Pizzuto, per il quale sono ineludibili “i problemi del nostro tempo”: quelli della persona, della Storia, della Vita, del Nulla, come egli stesso enumera. […] Cantori della vita, dunque, ciascuno a proprio modo, ma con pari intensità».

 

L’ultimo saggio, Neoavanguardie a Palermo tra passione e ideologia, ripercorre i momenti salienti della controcultura siciliana degli anni Sessanta, in particolare le attività del Gruppo 63 palermitano o «Scuola di Palermo» (Roberto Di Marco, Michele Perreira, Gaetano Testa) e dei giovani del Gruppo Beta (1965-1971).

 


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