06 luglio 2020

Trattati di scrittura

 

Francesco Torniello - Ludovico degli Arrighi

Trattati di scrittura

Opera del modo de fare le littere maiuscole antique (Milano 1517)

La operina da imparare di scrivere littera cancellarescha (Roma 1522)

Roma, Salerno editrice, 2019

 

Come le teorie architettoniche umanistico-rinascimentali, adattamento dei canoni classici, la trattatistica dedicata all’arte della scrittura a mano dal secondo Quattrocento ai primi decennî del Cinquecento, quindi molto tempo dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, mira essenzialmente — oltre che a scopi pratici (la formazione professionale degli scriventi) — alla codificazione delle leggi della proporzione quale imprescindibile statuto del fare artistico, mostrando la ratio geometrica delle “perfette” e “nobili” lettere alfabetiche antiche.

 

Dopo Theorica et pratica de modo scribendi fabricandique omnes litterarum species, trattazione sistematica della disciplina data fuori dal matematico ferrarese Sigismondo Fanti nel 1514, inaugurante «la nuova stagione dei trattati di scrittura, destinata a lasciare tracce significative nella cultura grafica della modernità, e non solo di quella italiana», la collana «La scrittura nel Cinquecento», diretta da Antonio Ciaralli e Paolo Procaccioli, offre ora le edizioni anastatiche commentate dell’Opera del modo de fare le littere maiuscole antique, con mesura de circino, et resone de penna di Francesco Torniello, per le cure dei medesimi, e dellOperina da imparare di scrivere littera cancellarescha di Ludovico degli Arrighi, affidata a Claudia Catalano, Martina Pazzi e Danilo Romei.

 

L’Opera del modo fu data alle stampe nel 1517 a Milano da «Francisco Torniello da Novaria scriptore professo», figura tutt’altro che insigne già presso i suoi contemporanei, della quale non si sa nulla più di quanto è possibile desumere da questo suo unico libro. A cominciare dal frontespizio, «che presenta un professionista della scrittura all’opera in uno studio spoglio ma non disadorno, uno spazio segnato dalla presenza di oggetti che rimandano a quell’arte. A conferma del fatto che l’autore era uno “scriptore professo”, e come tale tutto dedito a quella specifica pratica e non prestato occasionalmente a essa» (pp. 63-64). Altri indizî: il sintagma opera de fare del titolo implica una destinazione esclusivamente pratica (dopo di questa sarebbero state intitolate opera o operetta numerose esposizioni della materia); il riferimento all’esperienza contenuto nell’appello al lettore: «secundo che nel scriuere ho trouato per rasone de la penna», ossia secondo le regole di quel mestiere («E chissà che non sia nella dimensione tutta pratica di questa che, non è dato sapere se riconosciuta e celebrata o meno, non si debbano cercare le ragioni del silenzio sceso intorno alla figura dell’autore», p. 65); l’elezione del destinatario ideale in «ciaschuno amator de uirtu:& auidissimo del polito scriuere», cioè nei virtuosi della scrittura regolata, desunta — come la grammatica — dai modelli antichi. «Francesco Torniello non si presenta insomma al suo lettore nella veste di un maestro che vuole insegnare come scrivere ai principianti, ma in quella di un addetto ai lavori che mira a approfondire una particolare tipologia di scrittura» (p. 65): il suo scopo, infatti, è bensì indicare la «uia de fare le littere», ma esclusivamente quelle «chiamate maiuscole antique».

 

Editore e calligrafo («i suoi codici di lusso, celebri per l’accuratezza della trascrizione e per il nitore e l’eleganza della scrittura non meno che per la bellezza della decorazione, sono disputati dai grandi signori italiani e stranieri», p. 122), nato intorno al 1490 a Cornedo Vicentino, nel dominio di terraferma della repubblica veneziana, feudo del suo sodale Gian Giorgio Trissino, Ludovico degli Arrighi detto il Vicentino (Ludovicus Vicentinus, Ludovicus Henricus, de Henricis) pubblica il primo prontuario di calligrafia a stampa in collaborazione con l’incisore Ugo da Carpi nel 1522 a Roma, dove fu scrittore di brevi apostolici almeno dal 1520 al 1523. «I lettori cui Ludovico indirizzò il suo opuscoletto, composto di 16 carte, costituivano un pubblico di non professionisti, che intendeva, come Arrighi dichiara […], “imparare scrivere littera corsiva, o sia cancellaresca”. Il Vicentino provvide a semplificare il ductus dell’italica, epurandolo dagli eccessi dell’originario andamento corsivo: ne conseguì una resa più semplice delle lettere, connotate da una omogeneità nelle aste ascendenti e discendenti e da una ideale inserzione dei caratteri in uno schema oblungo. […] Con l’intento di normalizzare il corsivo cancelleresco, l’Arrighi compì una selezione delle lettere costitutive di questa tipologia scrittoria, attingendo dal bacino della scrittura d’ambito documentario impiegata per la redazione dei brevi pontifici nella Cancelleria Apostolica» (pp. 168-169).

 

«La fortuna editoriale dei testi — così, benissimo, il risvolto editoriale —, limitata alla princeps per la stampa del 1517, estesa invece a una serie di riprese e attualizzazioni per quella del 1522, è indice della scarsa incidenza dell’opera del Torniello, ristretta a quanti erano impegnati nel recupero della capitale antica finalizzato alla produzione pubblica di quella specifica scrittura, e al contrario del riscontro ampio di quella dell’Arrighi, in grado di raggiungere il pubblico più vasto dei professionisti della scrittura e dei cultori dell’arte tipografica». A dimostrazione del fatto che l’opera del primo è rivolta al ristretto pubblico degli specialisti, mentre quella dell’Arrighi si configura come il punto di riferimento della nuova cultura grafica, non meno degli stampatori che degli amanuensi.

 

 

Indicazioni bibliografiche

 

Emanuele Casamassima, Ancora su Ludovico degli Arrighi Vicentino (notizie 1510-1527), Risultati di una “recognitio”, in «Gutenberg-Jahrbuch», 40, 1965, pp. 35-42.

 

Id., Trattati di scrittura del Cinquecento italiano, Milano, Il Polifilo, 1966.

 

Giovanni Mardersteig, L’alfabeto di Francesco Torniello da Novara (1518). Seguito da un confronto coll’Alfabeto di Luca Pacioli, Verona, Officine Bodoni, 1970.


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