15 luglio 2020

#Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole

 

Federico Faloppa

#Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole

Novara-Milano, Utet, 2020

 

Da una ventina di anni il nome di Federico Faloppa, linguista e professore all’Università di Reading, è associato a testi curati e approfonditi, ma soprattutto militanti. La militanza non va affatto data per scontata, perché non è così facilmente conciliabile con la vita universitaria. Nel caso di Faloppa, invece, l’impegno scientifico, quello politico e quello sociale a favore degli “ultimi” convivono in maniera naturale e decisamente felice; si può dire che proprio da tale modus vivendi et operandi nasca la sua ultima fatica: #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole (UTET, 2020).

 

Il corposo testo deve molto, oltre che a studi pluriennali – come messo in luce da una bibliografia vasta e plurilingue – e all’attenta e costante osservazione dei meccanismi (più perversi) della comunicazione, al coinvolgimento diretto del linguista nel contrasto ai discorsi d’odio sia in qualità di collaboratore di Amnesty International Italia sia come membro del Committee of Experts on Combating Hate Speech del Consiglio d’Europa. Tuttavia, per il sottotitolo del suo volume Faloppa non sceglie termini come “lotta”, “contrasto” o “guerra”: preferisce, programmaticamente, “resistenza”, una parola che esplicita una precisa posizione ideologica e che implica l’agentività da parte del singolo, cioè la necessità che ogni persona, letteralmente, si faccia carico in maniera attiva del problema dell’odio. Troppo spesso, infatti, come nota l’autore, nell’affrontare la questione dell’odio si determina un doppio distanziamento: orizzontale, tra un “io” che non potrebbe mai diventare odiatore e i famosi hater, saldamente “altri da noi”,  raffigurati come dei veri e propri professionisti dell’insulto, e verticale, che considera la questione come troppo smisurata per affrontarla nel proprio piccolo e demanda quindi la soluzione ai “grandi attori” come multinazionali, governi, forze dell’ordine, ecc. In conseguenza a questo atteggiamento, accade quindi che la maggior parte delle persone rimanga sostanzialmente immobile. Come si può, dunque, diventare parte di una sorta di movimento di resistenza all’odio, tanto per richiamare il titolo scelto da Faloppa? Per iniziare, forse proprio leggendo questo manuale.

 

L’autore sceglie di aprire le sue pagine con una tagliente citazione di Alexander Langer, che va a definire senza fraintendimenti il tono dell’intera opera:

 

«Io credo che – semplificando – abbiamo due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio, e quindi dire che chi lì non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio. L’altra possibilità è quella che ci attrezziamo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un’attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all’ascoltarsi. Ora credo che finché non costava, finché era una moda, il plurietnico, il pluriculturale, era anche bello, faceva chic. Per esempio l’Italia era un paese in cui tutti i grandi giornali erano pieni di sdegno sulla xenofobia altrui […]. Oggi ci accorgiamo che questo diventa tragicamente realtà anche da noi; forse per la semplice ragione che prima gli altri non li avevamo tra noi e quindi era facile sopportarli finché stavano lontani. Una volta che ci sono diventa meno facile. Allora credo che promuovere una cultura, una legislazione, un’organizzazione sociale, per la convivenza pluriculturale, plurietnica, diventa, oggi, uno dei segni distintivi della qualità della vita, una delle condizioni per poter avere un futuro vivibile.» (p. 9)

 

L’intento è condensato tutto in queste righe, scelte come incipit; e proprio per andare incontro alla necessità di promozione della convivenza pluriculturale che Faloppa concepisce un manuale diviso in cinque parti, che porti il lettore passaggio dopo passaggio a comprendere l’argomento a fondo.

 

Dapprima viene definito il discorso d’odio, rimarcandone, de facto, l’insidiosa indefinibilità; successivamente l’autore descrive la normativa esistente, a livello nazionale e internazionale: quando è, insomma, che l’odio diventa reato? La terza parte è dedicata all’odio in rete, a come internet abbia ulteriormente complicato il discorso e reso, in un certo senso, ancora più semplice odiare. La quarta parte entra nel dettaglio tecnico della realizzazione del discorso d’odio, non solo dal punto di vista linguistico, e presenta, spiegandoli, molti meccanismi spesso inconsci che portano le persone ad avere reazioni xenofobe, misogine ecc. come l’effetto innesco (quando un determinato termine porta a un’associazione di idee, ovviamente negativa) o l’effetto corna del diavolo (a causa del quale le notizie negative rimangono in mente molto più di quelle positive). Faloppa chiarisce che non possono bastare liste lessicali di proscrizione o algoritmi-filtro, anche molto avanzati, dato che noi umani siamo imbattibili nell’usare, per insultarci, anche termini apparentemente educatissimi. La quinta e ultima parte è incentrata sul contrasto dei fenomeni d’odio. In questa sezione, molto spazio è dedicato sia al rapporto tra noi e l’odio sia a quello tra noi e le vittime. Quest’ultimo aspetto è essenziale, perché sovente le sofferenze e le sensibilità di chi è vittima vengono sottovalutate.

 

Faloppa ha scelto di aprire il suo libro con le parole impenitenti di Langer e ne usa di altrettanto dure – e dirette – nelle ultime pagine (pp. 214-215):

 

«Non varrebbe la pena mischiare un po’ le carte, sfidare i pregiudizi – a cominciare dai nostri –, negoziare l’armistizio invece che acuire il conflitto? Sfidare e sfidarci su un terreno comune, invece che continuare a tracciare la linea del fronte?

Forse, scopriremmo così che, a parte i troll e i professionisti dell’odio […] non esistono assolutamente cattivi da un lato e assolutamente buoni dall’altro, quanto piuttosto un’eterogenea serie di casistiche, tra le quali si estende un continuum dai contorni non sempre definiti che va dall’odio occasionale all’odio casuale, dal ‘l’ho scritto senza pensarci’ al ‘non pensavo che avrei fatto del male a qualcuno’.

Scopriremmo che nessuno può veramente arrogarsi l’autorità morale per ergersi al di sopra di tutto e tutti. Che ognuno di noi potrebbe ritrovarsi in dinamiche d’odio […].

Scopriremmo che un bagno di umiltà è necessario: per conoscere meglio, e senza paraocchi, il fenomeno, e per trovare delle risposte condivise, non calate dall’alto, non divisive.»

 

L’autore ci richiama tutti, con parole efficaci e comprensibili, a un momento di riflessione: non siamo solo potenziali vittime, ma anche potenziali carnefici; e solo grazie alla consapevolezza, alla responsabilità personale e alla riflessione indotta dallo studio possiamo contribuire a cambiare forma alla realtà in cui ci ritroviamo a vivere, facendola evolvere verso qualcosa che possa “funzionare” non solo per una parte ristretta della società, ma per il numero più alto possibile di persone.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0